Radio, i dati Ter di ascolto del 1° semestre: calano molti big. Roberto Sergio: Rai danneggiata, rilevazione inadeguata

Per Roberto Sergio, direttore di Radio Rai,  i nuovi dati Ter-Tavolo Editori Radio sull’ascolto radiofonico  del primo semestre dell’anno sono stati la cosiddetta goccia che ha fatto traboccare il vaso.Dati che peraltro, nel confronto con il primo semestre 2018, evidenziano un calo generale dei big ad esclusione degli andamenti flat di Deejay e Radio Italia.  Mentre tra le altre nazionali bene Virgin, Radio 24 e R101, m20  e Radiofreccia.

“Da tempo Rai esprime insoddisfazione su diversi aspetti metodologici della ricerca Ter”, spiega Roberto Sergio a Primaonline, “finora, pur esprimendo chiaramente le nostre perplessità, abbiamo mantenuto una linea di supporto a Ter per puro spirito di squadra e di coerenza con il progetto di una ricerca condivisa. Oggi, alla luce delle incongruità che si sono riscontrate tra i diversi istituti coinvolti e delle costanti difficoltà di monitoraggio soprattutto nei week end, riteniamo non più sostenibile una ricerca che non rende onore al panorama della radio in Italia”.

Così Rai Radio ha chiesto formalmente al presidente di Ter, Marco Rossignoli –  “che non smetterò mai di ringraziare per lo straordinario lavoro fatto in Ter”, dice Sergio –  di avere i dati disgiunti rilevati dai singoli istituti per poterne verificare eventuali dissonanze e criticità: “una ricerca non all’altezza dell’investimento quotidiano da parte di tutte le radio e di Rai in primis in termini di contenuti e tecnologie”.

Al centro della denuncia di Sergio c’è la metodologia Ter che penalizzerebbe la radio pubblica fortemente limitata  sul fronte della comunicazione rispetto ai competitor. “Rai è danneggiata da una ricerca Cati che non misura l’effettivo ascolto ma che è fortemente influenzata dalla notorietà dei brand. Per un’azienda come la nostra, che ha fatto la chiara scelta di investire sui contenuti prima che sulla comunicazione, in linea con il ruolo di servizio pubblico, questo è fortemente penalizzante. Gli investitori pubblicitari, che da sempre dimostrano una intelligenza che va oltre i dati Ter, sapranno ancora una volta riconoscerci come partner strategico per le loro campagne”, dice il direttore di Radio Rai che puntualizza così le contestazioni nei confronti di Ter:
• Diversamente da quanto avviene in tutte le altre currency, in RadioTer non è rappresentato il mercato pubblicitario, in netto contrasto con quanto rimarcava AgCom già nel 2017 con la delibera 236: “è auspicabile che TER preveda la presenza nel proprio CdA e nel proprio Comitato Tecnico di un numero di rappresentanti della componente pubblicitaria del mercato tale da bilanciare la presenza delle emittenti radiofoniche nazionali e locali”
• RadioTER è l’unico caso in cui tre Istituti lavorano sulla stessa ricerca, con due di questi, GFK e IPSOS, che si dividono a metà le 120.00 interviste dell’indagine principale, lavorando con software diversi e adottando approcci diversi nella conduzione delle interviste. Con disallineamenti e incongruenze facilmente prevedibili
• Le interviste, esclusivamente telefoniche, si basano sul ricordo, sulla ricostruzione dell’ascolto per ogni emittente nazionale (17) e locale (260) e si fondano su un questionario estremamente articolato, con numerosi rimandi interni ed elevati rischi di approssimazione, errore, deroga, e una durata dell’intervista assai variabile. Questo favorisce le emittenti con una programmazione poco variegata e che beneficiano di una esposizione televisiva sistematica in grado di elevarne anche se impropriamente il livello di memorabilità. Al contrario, penalizza le radio con una programmazione composita e ricca di contenuti. L’uso ormai prevalente del telefono cellulare rende sempre più difficile raggiungere gli intervistati. Inoltre, la metodologia Cati risulta non in linea con le moderne abitudini di ascolto (ascolto online e on demand, da device digitali mobili o domestici) che necessiterebbero, a integrazione, di strumenti di rilevazione più puntuali.
• Ter adotta una modalità di campionamento che aumenta il peso delle province più piccole, “prestando” loro una quota aggiuntiva di interviste che vengono tolte dalle province più ampie: si produce così in molte province un numero di casi fortemente diverso da quello che verrebbe prodotto con un campionamento proporzionale. Lo scostamento tra il campione finale di TER e quello che sarebbe un campione proporzionale determina differenze percentuali che spesso superano, anche abbondantemente, il 50%.

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