Cairo al Foglio: molti editori hanno mire diverse, io faccio giornali per vendere. La politica? Mai dire mai

Dal fallimento del governo, alle criticità di un esecutivo rosso-giallo, passando per la sua attività di editore, e alle idee per rilanciare l’Italia. Sono diversi i temi che Urbano Cairo ha affrontato in una lunga intervista pubblicata oggi sul Foglio.

Eccone un riassunto per punti:
La politica. Il presidente e ad di Rcs, come già fatto in varie occasioni, conferma di non avere intenzione di entrarci. “Al momento l’idea non mi sfiora”, dice, aggiungendo poi: “Progettavo la scalata a Rcs da dieci anni senza farne mai parola con nessuno, nell’assoluto riserbo. Un giorno l’ho realizzata. I sogni non si svelano in anticipo: si mettono in pratica”. No dunque, anche se “Poi, in futuro, non si può mai sapere che cosa la vita ti riserva”.

Per il manager “grillini e leghisti hanno fallito, mi pare evidente”. “Quel ‘contratto di governo’ era totalmente irrealistico, Salvini e Di Maio avevano agende inconciliabili”. “Ci hanno fatto perdere quindici mesi, nel frattempo l’economia è entrata in stagnazione, e pure in politica estera non abbiamo fatto un figurone. Era davvero necessario sprecare questo lasso di tempo per prendere atto che il matrimonio non funzionava? Io, nelle mie aziende, determino il corso degli eventi nei primi cento giorni”, si chiede il manager che non risparmia critiche ne a Matteo Salvini – “perfetto per le campagne elettorali” – ne a Luigi Di Maio – “un leader onesto non promette l’Eldorado”.

Le elezioni. “L’autunno mi sembra davvero una mossa avventata, c’è una manovra da fare, i risparmi degli italiani vanno tutelati”. Su Pd e M5s che cercano l’accordo, Cairo spiega: “mi pare che sia un percorso dall’esito incerto, le formule di palazzo non mi convincono. Serve chiarezza di programma per un governo coeso ed efficace”.

Urbano Cairo (Foto MATTEO BAZZI)

L’economia. “Il momento è complicato, l’economia è in stagnazione, spirano venti di recessione a livello globale. Dobbiamo rimboccarci le maniche e lavorare sodo”, dice Cairo indicando alcuni punti da cui partire. Niente reddito di cittadianza (“un incentivo a non fare, o a fare nel sommerso”), nè quota 100 (“parlo da imprenditore. Se vanno via tre dipendenti non è detto che li rimpiazzi tutti e tre”), ma incentizazione agli investimeni, facilitazione nell’accesso al credito. “Un cuneo fiscale esorbitante ci penalizza rispetto ai nostri competitor. Se io pago un dipendente 70 mila euro l’anno, per quale ragione lui deve intascarne soltanto 30 mila?”, aggiunge indicando poi la necessità di “”una seria riforma fiscale che allenti il peso sulle famiglie del ceto medio”. Infine la “la giustizia, in particolare quella civile. L’incertezza dei tempi per far valere un contratto disincentiva gli investitori”.

“Io ho acquistato aziende in rosso, destinate alla catastrofe, e le ho risanate senza licenziare nessuno. Nelle mie aziende non mi occupo soltanto di tagli ma sviluppo anche i ricavi”, dice ancora sostenendo che all’Italia serva non “l’ennesimo Mr. Spending review, né un ministro incaricato di sforbiciare qua e là. Serve un capo con una strategia e una visione per il futuro”.

Berlusconi. “Io non sono e non sarò mai l’erede del Cavaliere. Io sono molto diverso da lui”, dice Cairo replicando ai molti che vedono in lui forti analogie con l’ex Cavaliere, cominciando dalle sue attività in ambito editoriale, per finire all’impegno calcistico, con il Torino. “Non vivo nell’attesa di ricevere una qualche investitura né intendo assumere la guida di partiti già esistenti che hanno attraversato una parabola puntellata di successi e fallimenti. Nella vita non si prende il posto di qualcun altro… Se si vuole compiere il grande passo, si dà vita a una creatura inedita, la s’inventa di sana pianta”, dice.

L’Europa. “Per farti valere a Bruxelles, devi avere doti diplomatiche, devi saper dialogare. A che serve annunciare che sforerai il deficit se poi, a un passo dall’infrazione europea, ti ritrai con la coda tra le gambe? Così perdi ogni credibilità e passi per un facinoroso inconcludente”, spiega Cairo, che accusa il passato governo di aver “costruito uno schema di alleanze sbagliato che ci ha condotto all’isolamento, anche rispetto ai nostri partner tradizionali, Francia e Germania”.”L’Italia non va da nessuna parte se non capisce che viviamo in un mondo interconnesso”, chiosa l’editore.

Il ruolo dell’editore. In Italia “diversi editori usano l’editoria per perseguire interessi diversi, di carattere economico o politico, per esercitare leve di influenza, per proteggere altre attività. I miei periodici potranno non piacere a qualcuno ma producono utili. Io faccio i giornali per vendere”, dice. Se un periodico “è fatto bene, con un’idea dietro, te ne accorgi anche da una rapida occhiata. I periodici di Cairo editore vendono 1,6 milioni di copie ogni settimana, a questi vanno sommati quelli Rcs, i vari allegati, e poi le pubblicazioni spagnole. Stare dietro a tutto è un esercizio sovrumano. Io ci provo”, aggiunge. Per Cairo “non è vero che con i giornali non si possono fare soldi. I soldi li fai se concepisci il prodotto non con la testa dei padroni ma con la testa di chi compra. Altrimenti la gente non va in edicola”.

Media e politica. Parlando del Corriere della Sera e dell’influenza degli organi d’informazione sulla politica, il presidente di Rcs dice di condividere la linea del quotidiano, “ma non interferisco mai con l’attività della direzione. Il direttore dirige, non io”. “Può capitare che io non apprezzi un articolo, mi sembra un fatto normale. Tuttavia, non enfatizzerei il ruolo degli organi di informazione. Voglio dire: se passi dal 40 al 18%, com’è accaduto a Renzi, non è colpa del Corriere ma è perché hai commesso degli errori. La gente non cambia idea perché una notizia è collocata in alto o in basso in homepage”.

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