Askanews: il piano aziendale decapita la redazione

Taglio di 7 caporedattori su 7, con relativa abolizione dei 7 desk specialistici attualmente esistenti, via 10 caposervizi sui 13 complessivamente esistenti e via 6 giornalisti tra le 55 figure professionali tra redattori ordinari e vice caposervizi. E’ questo il quadro occupazionale presentato dal gruppo che fa capo a Luigi Abete per l’agenzia di stampa Askanews nella comunicazione di apertura di licenziamenti collettiva ufficializzata ieri. I licenziamenti riguardano esclusivamente giornalisti assunti a tempo indeterminato, per complessive 23 unità (21 a Roma, 2 a Milano), sui 90 giornalisti di cui si compone la redazione, che conta inoltre 28 poligrafici per un totale di 118 dipendenti.

La decapitazione del corpo redazionale di Askanews risponde a una riorganizzazione dell’agenzia che vede sparire gli attuali 7 desk specifici, sostituiti da una ‘news room’ alle dirette dipendenze della direzione, composta dal direttore Paolo Mazzanti e dal suo vice, Gianni Todini, suddivisa in due aree tematiche, e un’area geografica (coincidente con la redazione di Milano), in cui confluiranno servizi multifunzionali “idonei alla realizzazione di tutti i prodotti informativi” e che sarà composta da 49 tra redattori ordinari e vice caposervizi, coordinati da 3 caposervizi.

I giornalisti dell’agenzia di stampa Askanews protestano dalla loro sede di fronte alla sala polifunzionale della Presidenza del Consiglio, durante la conferenza di fine 2018 del Premier Conte (foto ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

La società, che lo scorso gennaio aveva chiesto l’ammissione alla procedura di concordato preventivo e che è ancora in attesa del pronunciamento del Tribunale in merito, spiega che “allo stato” non sono possibili soluzioni alternative ai licenziamenti, essendo stato già raggiunto il limite massimo consentito dalla legislazione vigente di ricorso a solidarietà e Cigs (quella attualmente in corso, modulata nel 30 e 50%, scadrà il 14 febbario prossimo). Il gruppo annuncia quindi che proseguirà nel piano di risanamento anche con aumento di capitale, dismissione di quote in partecipate, spostamento della sede, innovazione del prodotto, controllo dei costi e autofinanziamento dello sviluppo attraverso riduzione dei costi.
Nei giorni scorsi l’azienda aveva reso noto il trasferimento della redazione dalla sede di via Santa Maria in Via, a ridosso di Largo Chigi, agli uffici delle società di Luigi Abete in via Prenestina, che si trova in un’area periferica della Capitale, a partire dal prossimo gennaio.

Sotto il profilo reddituale Askanews denuncia un calo dei ricavi del 30% dal 2016 al 2018 (da 12,3 a 8,9 milioni di euro), con un deficit salito da 127mila euro a oltre 3,3 milioni di euro.

Dura la reazione del cdr che ieri in un comunicato parla senza mezzi termine di “macelleria sociale”, denunciando la “forzatura inspiegabile” e l’atteggiamento “irresponsabile” dell’editore Luigi Abete nell’avviare la procedura di licenziamento collettivo mentre era in corso un confronto con la rappresentanza sindacale interna e in attesa del pronunciamento del tribunale sul piano di concordato presentato dalla stessa azienda.
Immediata la presa di posizione del sottosegretario alla Presidenza del consiglio con delega all’Editoria, Andrea Martella, che in una nota ha espresso “forte preoccupazione” per l’annuncio dell’apertura di una procedura di licenziamenti collettivi da parte di Askanews, sia per quanto riguarda l’impatto sui giornalisti coinvolti che per “l’indebolimento che può derivarne per il sistema dell’informazione italiana”, riservandosi di “valutare ogni inziativa utile alla ripresa del dialogo fra le parti e alla risoluzione della vertenza”. In ogni caso, conclude Martella “ritengo indispensabile fare ogni sforzo per preservare il pluralismo e il patrimonio di professionalita’ in un delicato settore di pubblico interesse, quale quello dell’informazione, gia’ segnato da una difficile congiuntura economica e finanziaria”.

Solidarietà è stata espressa oltre che da molti esponenti politici, anche dalla Fnsi e dall’Associazione stampa romana.

Il comunicato dell’Associazione stampa romana – La scelta del management di askanews di aprire la procedura di licenziamento collettivo per 23 colleghi (21 a Roma e 2 a Milano) non ci sorprende.
In questi anni l’unica strada percorsa dall’azienda è stata la compressione del costo del lavoro: prima con ripetuti ammortizzatori sociali e prepensionamenti, poi con una colpevole procedura concorsuale, infine con i licenziamenti avviati quando ancora nulla si sa del piano concordatario.

Oggi assistiamo al paradosso di manager e azionisti che sembrano aver abdicato al controllo dell’azienda e che garantiscono la continuità con l’unica azione che hanno sempre e con ostinazione messo in campo: la riduzione dell’organico.
In questo Abete segue le orme di tanti editori italiani capaci di fare cassa e impresa con i soldi pubblici e senza rischiare in proprio.
Ma vista la committenza e il ruolo anche pubblico (per funzione, per storia, per commesse) che svolge aska riteniamo che ci siano ancora margini di azione.

Se dalle difficoltà si pensa di uscire chiedendo il conto solo ai dipendenti, non c’è un secondo da perdere, non ci sono manfrine o minuetti da suonare. Si piantano le tende a Palazzo Chigi e si trova una soluzione.

Stampa Romana nei giorni scorsi aveva già sollevato la questione askanews al sottosegretario Martella. I licenziamenti sono l’ennesima prova del fallimento del sistema dei bandi e della necessità di superarlo con una visione organica costruita ad askanews come in tutte le agenzie primarie sul valore professionale dei giornalisti e delle giornaliste e su una legge di sistema.

Il comunicato Fnsi – Askanews, in concordato preventivo, ha avviato la procedura di licenziamento collettivo di 23 colleghi al termine della Cassa integrazione concessa fino al 14 febbraio 2020. La Federazione nazionale della Stampa italiana esprime piena solidarietà ai colleghi e li sosterrà in ogni sede per tutelare i posti di lavoro.

«Dopo anni di cassa integrazione, l’editore Luigi Abete ha deciso di mandare a casa un terzo della redazione», lamentano i redattori, che fanno appello «a tutte le istituzioni politiche ed economiche affinché si attivino per cercare di riportare l’azienda sul terreno della ragionevolezza».

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