Al-Baghdadi, molta segretezza e poca visibilità

‘Il nuovo leader dell’Isis’ e’ il titolo di una una lunga analisi realizzata dall’Ispi, il prezioso istituto di politica internazionale con sede a Milano, sulla recente morte di Abu Bakr al-Baghdadi, il leader del cosiddetto Stato Islamico, nella notte tra sabato 26 e domenica 27 ottobre, scovato nel suo nascondiglio nel nord ovest della Siria nel corso di un’operazione eseguita dalle forze speciali statunitensi nel nord-ovest.

La relazione d Francesco Marone, research fellow dell’Ispi Center on Radacalization and International Terrorism, e’ interessante anche dal punto di vista della comunicazione perchè evidenzia strategie e comportamenti, sia da parte dell’ ex leader dell’Isis che da parte degli americani e del presidente Trump, molto studiati per quanto riguarda i problemi di immagine e nel rapporto con l’opinione pubblica.
Ne pubblichiamo degli stralci, consigliando di andare però a leggere l’intero lavoro su www.ispionline.it.
Il racconto inizia quando “Domenica 27 ottobre, dopo alcune anticipazioni sui media, il Presidente USA Donald Trump ha tenuto una conferenza stampa alla Casa Bianca per annunciare ufficialmente la morte di Abu Bakr al-Baghdadi, il leader del cosiddetto Stato Islamico (IS), nel corso di un’operazione eseguita alcune ore prima dalle forze speciali statunitensi in Siria. Tre giorni più tardi il Dipartimento di Difesa USA ha diffuso ulteriori dettagli della missione, compresi alcuni brevi video del raid.
(…)
Secondo la ricostruzione presentata dal Presidente Trump, durante il raid Baghdadi si sarebbe riparato in un tunnel sotterraneo senza via di uscita portando con sé tre figli (più tardi il Pentagono ha precisato che erano due) e lì si sarebbe fatto esplodere attivando un giubbotto esplosivo.
Le forze americane, che non hanno subito perdite nell’operazione, hanno poi distrutto il compound per evitare che potesse diventare una sorta di santuario per i sostenitori del sedicente “califfato”, non prima di aver raccolto «materiale e informazioni altamente sensibili». Il corpo di Baghdadi è stato sepolto in mare, come già avvenuto per Osama bin Laden nel 2011.
A rendere ancora più saliente la giornata del 27 ottobre è stato il fatto che un’altra delle figure principali dell’IS, il portavoce ufficiale, noto con il nome di battaglia di Abu Hassan al-Muhajir, è stato ucciso alcune ore dopo in Siria con un’altra esecuzione mirata. Con la scomparsa anche di Muhajir nella medesima giornata, l’organizzazione ha perso di fatto l’ultimo dei suoi volti pubblici”

(…)
“L’iracheno Abu Bakr al-Baghdadi (vero nome: Ibrahim Awad Ibrahim al-Badri), 48 anni, era il terrorista più ricercato del mondo. Nonostante la gigantesca caccia all’uomo, in tutti questi anni era riuscito a far perdere le proprie tracce, pur mantenendo il controllo dell’organizzazione jihadis del mondo – sin dal 2010, quanto si chiamava ancora Stato Islamico dell’Iraq (ISI).

In generale, come si è già osservato, le organizzazioni terroristiche come l’IS operano in condizioni di clandestinità per preservare la loro sicurezza, ma devono essere contemporaneamente visibili per mantenere le relazioni con l’ambiente sociale e raggiungere i propri obiettivi politici. Al vertice del gruppo clandestino, questo dilemma tra segretezza e visibilità si manifesta poi con la massima intensità. Di fronte a questo trade-off, non pochi leader terroristici, come Osama bin Laden (ucciso nel 2011), preferiscono correre dei rischi.
Al contrario, Baghdadi ha optato per una strategia diversa, preferendo la segretezza (e la sicurezza) alla pubblicità. Con poche eccezioni, non ha giocato in prima persona un ruolo chiave nella vasta, continua e sofisticata campagna di comunicazione e propaganda del gruppo.

Inoltre, anche se Baghdadi ha coltivato un’autorità carismatica, l’IS sotto la sua guida è diventato una vasta organizzazione di impostazione burocratica, senza avere l’esigenza di costruire un vero e proprio culto della personalità intorno alla sua leadership.

Ciononostante, negli ultimi mesi, l’auto-proclamato “califfo” aveva deciso di apparire con più frequenza nella propaganda dell’organizzazione, anche a costo di assumersi presumibilmente maggiori rischi: ad aprile 2019 il gruppo armato aveva diffuso un video in cui compariva come protagonista – quasi 5 anni dopo quello pubblicato per celebrare la proclamazione del “califfato” a Mosul –, seguito da una registrazione audio a settembre. Rimane da verificare se questa maggior esposizione mediatica abbia effettivamente messo a repentaglio la sua incolumità.”
(….)

UN NUOVO “CALIFFO”: QUALI SCENARI PER IL GRUPPO ARMATO?
“Giovedì 31 ottobre, in una registrazione audio di 8 minuti, piuttosto scarna nei contenuti, il nuovo portavoce ufficiale dell’organizzazione, chiamato Abu Hamza al-Qurashi, ha annunciato ufficialmente la morte del “califfo” e del precedente portavoce e la nomina, decisa dal consiglio della shura
rispettando la (presunta) volontà di Baghdadi, del nuovo “califfo”, chiamato Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi.

Entrambi non sono nomi di leader già noti agli esperti, ma semplici nomi di battaglia a cui attualmente non è possibile attribuire un volto e una storia, forse persino coniati appositamente in occasione della loro stessa nomina. La registrazione audio non aggiunge particolari salienti, se non il cenno al fatto che il nuovo “califfo” Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi avrebbe sia esperienze in combattimento sia, in continuità con Baghdadi, competenze religiose.

In prima battuta colpisce che un annuncio così rilevante nella storia dell’organizzazione, che può costituire peraltro un’ottima opportunità per cercare di rinsaldare le motivazioni di militanti e simpatizzanti, appaia così debole e incerto. L’impiego di una scarna registrazione audio, al posto di un video, priva della voce del nuovo leader, così come la vaghezza delle figure presentate, a cominciare naturalmente dal nuovo “califfo”, limitano l’incisività e l’efficacia del messaggio, specie in questa fase difficile per il gruppo. Oltretutto, le parole, relativamente generiche, spese per incitare i seguaci e intimidire i nemici, compresi gli europei, non costituiscono novità di particolare rilievo.
Ciononostante, come si è detto, in questa fase limiti e reticenze sono comprensibili, tanto più per un’ampia organizzazione di impostazione burocratica che non si fonda principalmente sul carisma del leader. Come si è detto, vi sono casi in cui la segretezza può essere preferita alla visibilità. D’altronde, è utile ricordare che lo stesso Baghdadi rimase a lungo nell’oscurità dopo l’ascesa al vertice del gruppo armato (allora denominato ISI) nel 2010 e fece la sua prima apparizione pubblica soltanto quattro anni dopo, con il celebre video nella Grande moschea di Mosul del 4 luglio 2014, pochi giorni dopo la proclamazione ufficiale del “califfato”.
(…)
In conclusione, la morte di Baghdadi e la successione al vertice dell’organizzazione di un nuovo “califfo”, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi, sono indubbiamente notizie assai rilevanti, ma i loro effetti concreti sono ancora difficili da prevedere e potrebbero non essere necessariamente disastrosi per le sorti del cosiddetto Stato Islamico.

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