Rai, tutto fermo per le nomine. Il nodo Tg1 blocca il pacchetto Salini

Non se ne parla di votare il pacchetto di nomine nel Consiglio di amministrazione Rai che si terrà lunedì prossimo, 11 novembre. Tutto fermo in attesa di trovare la quadra, fra le nuove macro direzioni di genere e i più piccoli, ma centrali e politicamente sensibili, telegiornali.

Fabrizio Salini (Foto ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

Il nodo è quello, soprattutto per quanto riguarda il Tg1.
Per l’amministratore delegato, Fabrizio Salini, non è facile quindi mettere a posto un quadro generale basato sul riassetto delle direzioni previste dal suo piano industriale, peraltro approvato dal Mise ma sul quale la commissione di Vigilanza ha chiesto alcuni lumi, in particolare sull’investimento finanziario.
Una frenata, quindi, soprattutto perché nella partita sono entrati anche i telegiornali, il che vuol dire un giro di scacchi, per non chiamarle pedine, del tutto trasversale, con vari livelli di responsabilità ancóra tutti da definire. E equilibri politici delicati, tanto più che il Pd si sente sotto rappresentato e assediato da una Rai ancora troppo sovranista, soprattutto nei programmi della rete ammiraglia.

Le indiscrezioni sui nomi finora circolate, infatti, sono già cambiate. Se Antonio Di Bella sembrava la figura più quotata per il Tg1, potrebbe avere gli stessi pesi e qualità per la direzione Approfondimenti, che sovrintenderà anche a tutti i talk show (posto pensato anche per Mario Orfeo). Un ruolo centralizzato che preoccupa Vittorio Di Trapani, segretario Usigrai, in quanto, chiunque arrivi, si rischierebbe una sorta di ‘pensiero unico’ di scelta a monte politico: degli indirizzi, degli ospiti e della linea politica.

Non è così scontato il giro di valzer che avrebbe visto Di Bella lasciare la direzione di Rainews24, (il suo sogno era di tornare in America in un nuovo ufficio di corrispondenza a Washington), dove, nella più ampia macrostruttura Informazione (anche Rainews.it, TgR e Televideo) sarebbe potuta andare alla guida Giuseppina Paterniti, che a sua volta avrebbe passato il testimone del Tg3 a Andrea Montanari, ex direttore del Tg1 al momento in stand by all’Ufficio studi Rai. Il nome di Di Bella, con un record di esperienza da direttore, era circolato anche per RaiTre, lasciando all’attuale guida, Stefano Coletta, l’ampio settore Intrattenimento prime time o RaiUno.

Carlo Freccero (Foto ANSA/ ETTORE FERRARI)

A Rai2 Carlo Freccero, pensionato, deve lasciare a fine novembre essendo scaduto il contratto di un anno, e potrebbe andare Ludovico Di Meo. Altre partite sono forse più semplici, Angelo Teodoli al coordinamento dei generi (ora ha incassato il successo all’esordio di “VivaRaiPlay”). Sempre poche le donne nel giro di nomine (anche nei convegni di discussione sulla stessa Rai, come si è visto a Palazzo Giustiniani, cosa criticata solo da Roberto Natale, ora alla Rai Sociale), Maria Pia Ammirati, attualmente alla guida di RaiTeche, potrebbe andare a RaiDoc.

Ma il nodo principale è sempre il Tg1, dove comunque per i Cinque Stelle non è molto digeribile lasciare Giuseppe Carboni. Meno probabile che possa cedere il posto a Franco Di Mare, inviato e popolare, ma che non ha esperienze come direttore.
A rischiare, anche se sembrava irremovibile, è il direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano: il Tg ha avuto un calo di ascolti che oscilla tra 1 e 2 punti e in redazione il clima è rovente, tanto che è in preparazione un’assemblea critica con la direzione decisamente sovranista.

La senatrice a vita Liliana Segre Foto ANSA / MATTEO BAZZI)

L’ultima “goccia” è stata sul caso Segre: l’attore del servizio in onda nell’edizione serale di giovedì 7, Lorenzo Santorelli, membro del cdr, ha tolto la firma al pezzo sulle minacce a Liliana Segre e sulla relativa scorta assegnata alla senatori e a vita: dal vertice del Tg la linea era di mettere in voce solo la reazione di Matteo Salvini (che ha espresso solidarierà ma ha paragonando le minacce ricevute da lui a quelle contro l’anziana sopravvissuta ai lager). Il giornalista si è rifiutato, si è imposto per inserire anche gli altri commenti politici, ma a quel punto non ha voluto firmare un pezzo messo insieme all’ultimo momento.
Il Tg2 dovrebbe restare, come si dice, in quota Lega, ma l’essere così schierato non sembra portare così fortuna agli ascolti e ai rapporti interni.

 

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