Fake News, serve piano Marshall per la formazione all’informazione. “Con i social il giornalismo tradizionale è residuale”

Alla vigilia del  5G, nel pieno dell’innovazione tecnologica che sta travolgendo l’informazione tradizionale non ha senso focalizzarsi sul problema delle fake news, serve invece un approccio più ampio, che non sia concentrato solo sul giornalista ed il suo ruolo, ma allarghi l’orizzonte al lettore e alla sua formazione, al legislatore e anche al ruolo che le stesse nuove tecnologie possono svolgere nel processo di una corretta informazione.  A dibattere ed interrogarsi su questi temi è stato il convegno “Fake news. Libertà e responsabilità di informazione nell’era digitale”, organizzato dall’Uspi e che si è tenuto oggi a Palazzo Madama.

Francesco Saverio Vetere e Diego Ciulli

“Le fake news non sono legate all’era digitale, sono ben presenti anche sui media tradizionali e fin dai tempi passati. E affrontare il tema dell’informazione 4.0 in questa chiave e con le categorie di riferimento che avevamo fino ad ora non è possibile” ha esordito il presidente dell’Uspi, Saverio Vetere.

“Tanto per cominciare la distribuzione dell’informazione non è più verticale, come un tempo, quando metteva in diretta correlazione la realtà, veicolata dal giornalista, con il lettore – ha proseguito -. Assume invece sempre di più una caratteristica orizzontale, veicolata dalle nuove tecnologie e in
particolar modo dai social. Questo ha determinato una violenta accelerazione della velocità e dell’aggiornamento delle notizie: uno choc per il  pubblico, che ha reagito con una minore capacità critica. Capire questo, significa comprendere che il problema dell’informazione e delle nuove tecnologie non si chiama fake news, ma piuttosto come affrontare da un lato il crescente analfabetismo funzionale, cioè l’incapacità di critica ed elaborazione del pubblico, dall’altro cercare o verificare la possibilità anche nelle nuove tecnologie di una sponda, un’opportunità per l’informazione professionale ed autorevole. In mezzo c’è il ruolo delle istituzioni, a cominciare dal Parlamento, che deve trovare i giusti canali per una normativa capace di guidare e contenere gli effetti dell’innovazione tecnologica  nell’ambito del giusto
equilibrio tra diritti e doveri. L’innovazione insomma vince, la cosa migliore da fare è abituarsi a pensare a come affrontare i cambiamenti”.

Francesco Saverio Vetere

“Il diritto dei cittadini ad essere correttamente informati resta, ma quando Istagram registra 19 milioni di contatti al mese ci si rende conto che il giornalismo tradizionale è residuale” osserva Carlo Verna, presidente dell’Ordine dei giornalisti. “Come Ordine abbiamo istituito una commissione attenta a questi fenomeni, stiamo tentando di progettare un istituto di formazione all’etica delle nuove tecnologie. Il principale elemento su cui ragionare è la responsabilità” continua Verna, che sulle fake news aggiunge: “L’unico vero rimedio al giornalista fazioso è il giornalista, cioè il pluralismo. Non servono divieti o paletti, serve un sistema virtuoso con il giornalista al centro”. Ma il presidente Odg punta molto anche sul contesto culturale. “Servirebbe innanzitutto un piano Marshall per la formazione all’informazione, o un maestro Manzi 4.0 – dice –  serve un grande impegno culturale che deve partire dalle istituzioni”.

“Le istituzioni hanno il dovere di focalizzare l’attenzione sulle fake news, se vogliamo vincere una battaglia che riguarda tutti noi e la stessa democrazia – concorda il senatore questore Antonio De Poli -. Bisogna investire in cultura e formazione. E bisogna riconoscere con forza il ruolo di giornalisti e professionisti dell’informazione: la mediazione giornalistica è un fattore essenziale. Bisogna distinguere tra informazione selvaggia e quella fatta con scrupolo e spirito di servizio, con professionalità. Nell’accogliere le sfide del cambiamento bisogna ricordare che è sempre l’uomo il protagonista, anche in quelle tecnologiche”.

Antonio De Poli

Nella regolamentazione bisogna però fare attenzione. E sotto diversi profili. “Il web è un grande mare di libertà non contenibile” ricorda verna secondo cui ” la situazione va disciplinata senza divieti”. “Il pericolo di una norma sulle fake news è approvare un principio legislativo in cui il governo può decidere cos’è informazione e questo non è elemento di democrazia. La questione va risolta con un approccio deontologico” risponde Carlo Parisi, direttore di Giornalistitalia.it., che sottolinea l’importanza dell’Ordine dei giornalisti “sulla cui esistenza si è tanto dibattuto recentemente. La migliore tutela dei giornalisti è la migliore applicazione delle norme deontologiche. Serve una maggiore responsabilità da parte dell’Ordine, che va tutelato al massimo”.

Carlo Parisi

“Identificare il nemico è fondamentale per contrastarlo” risponde alle sollecitazioni Diego Ciulli, Public policy manager di Google Italia, che per prima cosa sottolinea: “Noi non siamo social, siamo un motore di ricerca, facciamo un altro mestiere rispetto a Fb”. Poi aggiunge: “Non sono tanto le fake news, le bugie, ad importare, quanto la disinformazione” ovvero la creazione e la diffusione intenzionale di notizie che si sa essere false per incidere sull’opinione pubblica. “Su questo possiamo dare una mano, è il nostro mestiere. Abbiamo tutto l’interesse a che gli utenti trovino grazie alla nostra piattaforma notizie utili e valide. Non abbiamo alcuna velleità di trovare la verità, ma l’autorevolezza sì. Il nostro mestiere è trovare fonti autorevoli. L’intelligenza artificiale può identificare quali sono i siti autorevoli e quali no: se ha pubblicato più pubblicità che notizie non lo è, se chi si collega a un sito vi resta a lungo sì, e così via. Aggiorniamo ogni mese con il nostro algoritmo questa rete”. Non solo. “Noi siamo la principale fonte di reddito di chi fa informazione on line- sottolinea Ciulli -. A parte l’informazione primaria, e quella dei giornali, che è a pagamento, il resto è pagata con la pubblicità che forniamo noi, indirizzandola agli utenti sulla base dei loro dati, dei loro interessi. E abbiamo scelto di escludere da questo meccanismo i siti non autorevoli, una decisione antieconomica a prima vista ma che risponde a una precisa scelta”.  Una posizione che non manca di sollevare distinguo. “Tutto è gratis, ma chi non paga non ottiene pubblicità e visibilità” contesta Parisi, che pone anche la questione dell’utilizzo dei dati personali. Ma il dibattito è avviato. “Dobbiamo mettere a disposizione le tecnologie per la transizione del giornalismo verso le nuove tecnologie” continua Ciulli. “Dobbiamo cercare di portare dentro al mondo delle nuove tecnologie il nostro sistema di valori” conclude Vetere.

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