Privacy e diritto di cronaca, serve equilibrio e onestà. “Vogliamo stampa libera ma si tenta di non rendere liberi i giornalisti”

Nel duro braccio di ferro tra diritto di cronaca e privacy che contrappone il mondo dell’informazione e del diritto, non esiste un verdetto univoco, a dispetto delle numerose leggi e degli sforzi deontologici della categoria dei giornalisti. In fondo ancora oggi a fare da bilanciere, a offrire la miglior via da percorrere per onorare i principi costituzionali della libertà di stampa e di opinione, e di dignità e della riservatezza, per entrambi, è la ricetta della nonna: equilibrio, buon senso, saggezza, onestà intellettuale.

Vito Tenore, consigliere della Corte dei Conti, al convegno ”Il pubblico impiego tra innovazione e vincoli: primi passi della riforma Brunetta ”, oggi 8 aprile 2010 a Roma. ANSA / ALESSANDRO DI MEO /DBA

E’ questo l’esito a cui sembra essere giunto il dibattito che si è sviluppato oggi nel corso del seminario “Il difficile equilibrio fra diritto di cronaca e diritto alla privacy” che si è tenuto alla Biblioteca del Cnr. Un esito interlocutorio, la cui laconicità lascia intendere quanto, a dispetto di leggi e regole interne, sia ancora aperto il confronto tra le posizioni e come sia gravato da una buona dose di ipocrisia, secondo alcuni.

“Vogliamo la stampa libera ma si tenta di non rendere liberi i giornalisti” denuncia Gaetano Savatteri giornalista e prolifico scrittore . Come? “A cominciare dal non concedergli un contratto” afferma Savatteri, ma anche lasciando scoperti i giornalisti da coperture assicurative nelle indagini che compiono, o gravati dalle pressioni degli editori.
Il dibattito non ha mancato di evidenziare tutte le incongruenze che ancora oggi esistono e che rendono impervio il lavoro del giornalista, ma anche quello del magistrato. Le leggi sul fronte della tutela della privacy esistono nel nostro Paese e sono d’altra parte garantite anche dal Testo unico dei diritti e dei doveri del giornalista che, riunendole, ha preso il posto delle numerose carte deontologiche esistenti (manca all’appello ancora il recepimento della Carta di Venezia, sulle violenze contro le donne).

L’Ordine dei giornalisti, rispetto agli altri Ordini professionali è inoltre molto attento anche agli aspetti sanzionatori e di trasparenza, come riconosce Vito Tenore, magistrato della Corte dei conti e autore del libro “Il giornalista e le sue quattro responsabilità”. “C’è però un problema: l’Ordine parla solo ai suoi iscritti. La giustizia disciplinare potrebbe essere lo strumento migliore se non fosse che vale solo per questo ultimi, lasciando libera tutta quella fetta di comunicatori ed esternatori sempre più grande nella nostra società sempre più digitale”. Per Tenore i presupposti del “buon giornalismo” sono l’etica (con il rispetto del Testo unico deontologico), la competenza (tanto maggiore è , tanto minori sono i rischi di sbagliare), la formazione. Sulla stessa linea anche Tommaso Miele, magistrato e presidente della sezione giurisdizionale della Corte dei conti. “Sotto il profilo giuridico siamo davanti al confronto tra diritti costituzionali. E solo in quanto tali legittimano limitazioni reciproche. Il compendio tra il diritto ad informare e ad essere informati, e il diritto alla dignità e alla riservatezza è difficile – osserva -. La deontologia assiste il giudice perchè lo aiuta ai fini della valutazione dei profili penali, per valutare ad esempio la liceità o meno di una presa di posizione. D’altro canto la difesa di un principio come la privacy non può essere accolta aprioristicamente, perchè quello che vale è il senso ampio del diritto. Che deve tener conto degli altri diritti di cui abbiamo detto. I dati raccolti in modo lecito e la loro diffusione nel rispetto del principio dell’essenzialità dell’informazione riguardo a fatti di interesse pubblico è la vera guida per valutare i limiti della tutela della privacy”. Per Mele dunque “spetta in primis al giornalista valutare la liceità e l’interesse pubblico, contemperando il suo diritto a informare con il rispetto della dignità dei soggetti di cui scrive. Al principio di essenzialità aggiungo anche quello della veridicità: le notizie devono essere diffuse se sono vere e senza sviare la loro essenza”. La deontologia dunque è l’aspetto cardine, nel rispetto di un limite importantissimo: “L’attività del giornalista non deve mai diventare potere, ma limitarsi all’esercizio di una funzione, quella di informare” conclude.
Un punto di vista che non è compleatamente condiviso tra gli avvocati. “Appellarsi alla deontologia è importante ma prima bisogna appellarsi alla legge” ribatte Pierpaolo Dell’Anno, avvocato, professore ordinario di Diritto processuale all’Università di Roma Tor Vergata. “Io mi concentro sul processo penale e l’informazione. Il 72% delle iscrizioni nel registro degli indagati finisce con un atto liberatorio per l’indagato: archiviazione o proscioglimento. Eppure non ho mai visto dare lo stesso risalto sulla stampa all’archiviazione rispetto all’iscrizione” osserva. “Le indagini preliminari sono segrete, per garantire l’efficienza delle indagini e per rispetto dell’indagato, che è presunto non colpevole. Darne notizia può inutilmente danneggiare l’interessato. Tutto ciò che è segreto non può essere pubblicato e di fronte a questo il codice deontologico è secondario” aggiunge. Eppure anche questa posizione non è così tetragona, visto che lo stesso Dell’Anno ricorda l’importanza della recentissima Circolare della Procura di Napoli del 20 ottobre 2019 che “evidenzia ed enuclea tutta una serie di criteri di riservatezza e diritto all’informazione, escludendo tutta una serie di ipotesi (minori, donne maltrattate…), attribuendo al capo dell’ufficio di valutare caso per caso se le esigenze di riservatezza possono collidere con il diritto di informazione”. Dell’Anno ricorda quindi la normativa sulle intercettazioni, “approvata nel giugno del 2017 e non ancora in vigore”.

A sollevare un altro aspetto strettamente collegato con privacy e diritto di cronaca, e cioè il diritto all’oblio, è Peppino Mennella, giornalista e docente di Deontologia giornalistica all’Università di Roma Tor Vergata. “Il diritto all’oblio è molto simile al diritto alla privacy, inteso in modo anglosassone: non parlate di me! – sottolinea Mennella -. Su questo tema è di rilievo la novella giurisdizionale a sezioni unite della Cassazione del 22 luglio 2019, che riconosce il diritto alla rievocazione di fatti passati, ma aggiunge: si deve giudicare caso per caso, perchè ognuno di essi è a sè stante. In generale rievocare un accadimento è lecito se c’è un motivo di attualità, ma il nome degli interessati va tutelato, ad eccezione dei casi in cui sia coinvolta una persona nota o pubblica”. Sul diritto di oblio Mennella denuncia però un rischio: “A separarlo dalla censura c’è un filo sottilissimo, facile da spezzare”. Senza contare che per esercitare tale diritto ci si rivolge agli Over the top, “una cosa folle” osserva. “Sono gli OTT a decidere su questo tema? Se il contenuto è appropriato, chi risarcisce la verità? La storia, come ha detto il garante per la privacy rispondendo alla richiesta di oblio di un terrorista, negandoglielo, non si cancella!”.
Tornando al conflitto privacy/diritto cronaca interessanti i contributi dei giornalisti, forti delle loro esperienze sul campo. “Noi giornalisti siamo dentro a questo conflitto. Fermo restando la buona fede, non facciamo altro che forzare la privacy. Ma è anche giusto così, perchè è il nostro lavoro” afferma Gaetano Savatteri,che mette in risalto alcuni aspetti spesso sottaciuti nei dibattiti sulla privacy. “La privacy è diventata un’arma di compressione in mano ai potenti, che la usano quando non si deve parlare di qualcosa – afferma -. Dietro alla privacy c’è una grande ipocrisia e non c’è legge che tenga. “Ho sentito molti appelli al buon senso e alla nostra etica, ma credo che dobbiamo forzare le nostre regole per l’interesse pubblico” conclude.

“La verità è che stiamo morendo di privacy” rilancia Maria Grazia Mazzola, giornalista d’inchiesta Rai, che si sta occupando delle infiltrazioni mafiose in Europa. Mazzola porta l’esempio della Germania e dell’Olanda, due Paesi in cui, nella sua stessa esperienza, per rispetto alla privacy si finisce per tacere e in definitiva oscurare all’opinione pubblica fatti gravissimi, come le connessioni malavitose internazionali con le loro pericolose infiltrazioni nel mondo finanziario e nella società. “Basti pensare che un’altissima percentuale dei ristoratori di quei Paesi ha precedenti penali” osserva. “E io solo per il fatto che raccoglievo commenti tra gli abitanti di un rione dove era stato ucciso un avvocato olandese che difendeva un pentito della mafia del Marocco, sono stata minacciata di arresto, rischiando il sequestro delle riprese fatte. Il tutto in nome della privacy. Intanto nessuno parla e si accorge dei movimenti malavitosi, del travaso e riciclo di capitali. In Olanda la sede del quotidiano De Telegraaf ha già subito un attentato dinamitardo, nel  relativo silenzio dei media, senza che nessuno si chieda e racconti che cosa stia accadendo”.

Share on FacebookTweet about this on TwitterPin on PinterestShare on LinkedIn

Articoli correlati

Lagarde ai giornalisti: avrò il mio stile di comunicazione;  non abbiate retropensieri e pregiudizi

Lagarde ai giornalisti: avrò il mio stile di comunicazione; non abbiate retropensieri e pregiudizi

Classifiche e trend dei quotidiani più diffusi (Ads). A ottobre calo generalizzato

Classifiche e trend dei quotidiani più diffusi (Ads). A ottobre calo generalizzato

Inpgi, Fnsi: su norme per la salvaguardia del pluralismo e l’autonomia dell’Isituto il governo si rimetta all’Aula

Inpgi, Fnsi: su norme per la salvaguardia del pluralismo e l’autonomia dell’Isituto il governo si rimetta all’Aula