Amnesty International: Google e Facebook minacciano i diritti umani. La replica: strumenti per controllare privacy

La sorveglianza “onnipresente” operata da Facebook e Google su miliardi di persone rappresenta una “minaccia sistemica” ai diritti umani. L’accusa arriva da Amnesty International nel rapporto ‘I giganti della sorveglianza‘ appena pubblicato, dove si evidenziano i rischi per la privacy e si auspica una “trasformazione radicale” del loro modello di business.
Nel rapporto, la ong riconosce tuttavia il ruolo positivo di Google e Facebook nel “connettere il mondo e fornire servizi cruciali a miliardi di persone”.

cco (Photo by Lianhao Qu on Unsplash)

Secondo Amnesty, il modello di business delle due società – basato sulla raccolta dei dati degli utenti, sul tracciamento delle attività online e sulla loro categorizzazione a fini pubblicitari – consente agli utenti di “godere dei diritti umani online solo sottomettendosi a un sistema basato sull’abuso dei diritti umani”.
In questo, Amnesty ravvisa in primo luogo “un attacco al diritto alla privacy su una scala senza precedenti”, con effetti a catena che mettono a rischio una serie di altri diritti, dalla libertà di espressione e opinione, al diritto alla non discriminazione.
“Google e Facebook dominano le nostre vite moderne, accumulando un potere senza pari sul mondo digitale con la raccolta e la monetizzazione dei dati personali di miliardi di persone”, afferma il segretario generale di Amesty International, Kumi Naidoo. “Il loro controllo insidioso della nostra vita digitale mina l’essenza stessa della privacy ed è una delle principali sfide per i diritti umani della nostra era”.

Il rapporto fa appello ai governi affinché si dotino di politiche in grado di proteggere la privacy delle persone, garantendo loro, al contempo, l’accesso a internet. “I governi hanno l’obbligo di proteggere le persone dalle violazioni dei diritti umani da parte delle società”, ha affermato long. “Ma negli ultimi due decenni, le aziende tech sono state in gran parte lasciate all’autoregolamentazione”.

Le repliche
Facebook – “Siamo in disaccordo con il rapporto di Amnesty International. Facebook consente alle persone di tutto il mondo di connettersi in modi che proteggono la privacy, anche nei paesi meno sviluppati con strumenti come Free Basics. Il nostro modello di business è quello con cui gruppi come Amnesty International – che attualmente pubblicano inserzioni su Facebook – raggiungono i sostenitori, raccolgono fondi e portano avanti la loro missione”, è il commento di un portavoce di Facebook.

Google – “Riconosciamo che le persone si fidano di noi per le loro informazioni, e che abbiamo la responsabilità di proteggerle. Negli ultimi 18 mesi abbiamo apportato modifiche significative e creato strumenti per dare alle persone un maggiore controllo sulle loro informazioni”. Le parole di un portavoce di Google.

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