Wavemaker, Vergani: “Si cresce con le attività innovative”

“Siamo in crescita del +5%” annuncia Luca Vergani, ceo di Wavemaker. E si professa ottimista anche sul 2020. Il manager ha parlato alla stampa di settore raccontando di un 2019 difficile per la pubblicità, ma in cui la sua agenzia comunque crescerà – piuttosto che per le nuove acquisizioni o grazie al business classico generato dai paid media – incamerando i ricavi (più remunerativi) che sempre di più arrivano dal versante della consulenza Content (“Sessanta persone delle nostre 400 lavorano in una struttura dedicata” spiega Vergani) e Tech (15 persone già impegnate).

Una delle mission in corso, per il capo di quella che è di gran lunga la più grande agenzie media italiana, è comunque quella di cercare di riguadagnare e compensare rapidamente i circa 70 milioni di amministrato che la sua centrale ha perso, sconfitta nella difesa di Vodafone. “Siamo a buon punto” racconta il manager. “Abbiamo già colmato più di metà dell’importo portando a casa alcuni nuovi clienti – tra cui Febal Casa, Imetec, BacktoWork24 e altri ancora – e siamo ancora in ballo nel pitch indetto da Unieuro”. L’agenzia, inoltre, dal 2020 si occuperà del programmatic di Lavazza in tutto il mondo. I servizi innovativi, assicura Vergani, oramai rappresentano circa il 50% del fatturato. Che in questo periodo, ad esempio, con Wavemaker Tech, sta lavorando anche per clienti autonomi e diversi da quelli dell’agenzia media su seo, siti, minisiti, dashboard e data visualization, nonché per problematiche legate al CRM (per tre importanti aziende), con i primi progetti attivi anche sul fronte della consulenza sull’e-commerce. “Lo stato di salute delle agenzie sul mercato – sottolinea Vergani – oramai ha una minore correlazione con l’amministrato, i fee e i diritti di negoziazione. Ed è crescente il numero delle aziende, da Toyota a Sky passando per Pfizer, Banca Intesa e Mondadori, che ci chiede di ospitare in azienda i nostri specialisti/consulenti”.

La scelta di alcuni spender di riportare in casa alcune attività di comunicazione prima svolte tassativamente dai consulenti? “Il famoso In-Housing non è frequente come pare, almeno qui da noi in Italia” dichiara Vergani. Secondo il quale “per alcuni clienti si tratta di una svolta logica, comprensibile, conveniente, in altri casi però, per alcune tipologie di aziende, si tratta di una svolta costosa e fatico a vedere gli aspetti positivi; secondo me queste divisioni rischiano di faticare molto, tra le altre cose, ad attrarre e trattenere i talenti. Noi comunque – continua – ci mettiamo a disposizione di tutte quelle realtà che alla fine, magari, fanno una scelta ibrida, una sorta di ‘In Housing soft’, una scelta cioè che contempli ancora una quota di outsourcing”. Per il 2020, comunque, Vergani prevede un’accelerazione ed un avanzamento di tutti questi trend in atto.

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