La riscossa degli ‘angeli’. Le modelle di Victoria’s Secret contro la misoginia nella moda

Sono più di cento. Sono scese dalle passerelle e hanno firmato un appello. Il #MeToo formato Victoria’s Secret è una lettera scritta dall’organizzazione no-profit Model Alliance e indirizzata all’amministratore delegato del marchio di biancheria intima americano. Vi si parla di “cultura di misoginia, bullismo e molestie, ancora più oltraggiosa e radicata di quanto rilevato in precedenza” nell’azienda. Le modelle chiedono quindi a John Mehas, ad del brand, di prendere seri provvedimenti.

Tutto nasce da un’inchiesta pubblicata il 1° febbraio dal New York Times e battezzata Angels in Hell: la cultura della misoginia dentro Victoria’s Secret. Dopo aver raccolto le testimonianze di una trentina fra dipendenti ed ex dipendenti, i giornalisti Jessica Silver-Greenberg, Katherine Rosman, Sapna Maheshwari e James B. Stewart avevano scritto che il fondatore di L Brands Leslie Wexner e il suo braccio destro Ed Razek, responsabile dello show di biancheria intima, promuoverebbero una cultura aziendale altamente misogina.

Inoltre, dall’inchiesta risulterebbe che Ed Razek avrebbe assunto atteggiamenti inappropriati con le modelle. Come hanno testimoniato alcuni degli intervistati, l’ad durante i casting avrebbe chiesto il numero di telefono ad alcune modelle mentre queste erano ancora in biancheria intima, invitandole a sedersi sulle sue ginocchia. Questi fatti sarebbero stati denunciati più volte alle risorse umane di Victoria’s Secret. Ma non solo non avrebbero ricevuto risposta: in alcuni casi, secondo il NYT, le denunce sarebbero state seguite dall’allontanamento del dipendente che aveva osato far presente la situazione. D’altra parte, non è la prima volta che il quotidiano americano indaga sui manager di L Brands, e già qualche mese fa aveva portato alla luce i rapporti fra Wexner e il miliardario Jeffrey Epstein, morto suicida in prigione e accusato di abusi sessuali e traffico di minori.

Gli angeli di Victoria’s Secret durante l’ultima sfilata, del 2018 (Foto Ansa – EPA/JASON SZENES)

Anche Model Alliance, secondo la lettera sottoscritta dalle modelle, in passato avrebbe provato a farsi ascoltare dall’azienda di intimo, ma questa non avrebbe mostrato interesse né “preso sul serio queste lamentele”. In una mail successiva, il responsabile della comunicazione di L Brands Tammy Roberts Meyers avrebbe inoltre fatto presente che “Victoria’s Secret non è pronta a fare alcun passo per rispondere a queste asserzioni”.

Lo scontro non è però destinato a chiudersi così. Nel 2018 Model Alliance ha dato vita al programma Respect, con cui le aziende che lavorano nel mondo della moda si sono impegnate formalmente a chiedere ai propri impiegati, agenti, venditori, fotografi e collaboratori di seguire un preciso codice di condotta. Fra i punti di questo codice, c’è anche l’impegno a sottoporre tutti i collaboratori a un training per prevenire i comportamenti scorretti. Alle modelle inoltre viene garantita la possibilità di esporre le proprie lamentele in modo anonimo e sicuro, con l’assicurazione che nel caso verranno presi provvedimenti a riguardo.

Adesso, a conclusione della lettera, si legge: “Invitiamo Victoria’s Secret a lavorare assieme a noi per risolvere questi problemi e per dare inizio a una azione significativa unendosi al programma Respect. Noi stiamo con le donne coraggiose che hanno condiviso le loro storie nonostante la paura di ripercussioni o di ritorsioni sulla carriera”.

Ma se L Brands, in risposta all’articolo del New York Times, aveva detto: “Ci scusiamo per ogni occasione in cui non siamo riusciti a raggiungere questi obiettivi e siamo impegnati a migliorarci per essere sempre più affidabili”, Ed Razek continua invece a respingere ogni addebito.

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