Coronavirus, gli inviati Rai raccontano il lavoro quotidiano in prima linea

C’è un di qua e un di là. Restare dentro o andare fuori. Sono tanti i giornalisti televisivi che, insieme ai tecnici, vivono in prima linea nel seguire le vicende del Coronavirus, da oltre venti giorni, insieme ai colleghi della carta stampata, delle radio e del web. Abbiamo chiesto di raccontare questa drammatica esperienza giornalistica e umana ad alcuni inviati della Rai che hanno scelto di restare sul campo, diventando nostri interlocutori abituali, quasi amici, con la loro presenza in tv per raccontare questa tragedia nazionale di fronte agli ospedali, cimiteri, o per le strade deserte di città , dove ormai è difficile trovare un albergo aperto, un bagno, con poca libertà di movimento.
In prima linea c’è anche chi lavora nei programmi delle reti, giornalisti senza contratto giornalistico ma a partita Iva.
Tutta la Rai sostiene questo lavoro, i direttori, i responsabili in redazione che devono tenere conto delle direttive della task force, nata dal primo giorno dell’emergenza, che fornisce un kit con mascherine giuste (che finiscono), guanti, gel, microfoni con l’asta e raccomandazioni.
E sperando che tutto vada bene, alla fine del lavoro per ogni giornalista al ritorno a casa c’è la prospettiva di 14 giorni di isolamento.

Ecco le loro dense testimonianze.

Emanuela Bonchino, inviata di RaiNews24 è in Lombardia da domenica 23 febbraio quando è iniziata la chiusura, fa la spola da Milano a Bergamo e dintorni: “Sei un’inviata, una cronista, prendi e vai, non pensi neppure a quanto starai. Ed è talmente tanta la voglia di raccontare che non sento la stanchezza, anche se la sera crollo. Questa per me è un’esperienza enorme anche dal punto di vista umano, hai la volontà di metterti al servizio della popolazione, di aiutare. Del resto non è difficile entrare in empatia quando vivi nella stessa situazione e anche tu hai paura. Per RaiNews siamo in tre, tutte donne – Silvia Balducci e Chiara Paduano – sentiamo il dovere di raccontare ma con delicatezza, con il tono giusto, con i dati e i fatti, senza sparate che creano allarmismi. Le emozioni le prova chi ascolta”. Per il canale all news Rai le tre inviate sono sempre in diretta con il lungo microfono “boom”, dalla mattina alla sera. Ora Emanuela torna a casa, dove resterà chiusa: “Finora l’adrenalina mi ha immunizzato…” scherza.

 

Gabriele Lo Bello, inviato speciale del Tg2, è stato l’unico giornalista rimasto “dentro”, a Vo’ Euganeo, quando è scattato il blocco il 23 febbraio. “Quella notte ho visto via via chiudere i check point, con l’operatore Cesare Coppello e il montatore Michele Frattandina. Non uscivi più. Dovevi decidere se stare da una parte o dall’altra. Restare è stata una mia scelta, ma lo rifarei perché è diverso, ho potuto raccontare quello che stava succedendo, si è creato un rapporto straordinario con i cittadini, con il capo dell’ufficio tecnico del Comune, Ettore Loreggio, con il sindaco di Vo’.
Lo Bello, 53 anni, se le è fatte tutte le calamità naturali e non solo; alla paura ha opposto “la prudenza” e ringrazia l’azienda per il sostegno: “La Rai è la Rai, produce informazione ma è anche una grande famiglia che tiene al caldo i figli…”. Si è fatto fare il tampone due volte come le tremila anime del paese veneto. Negativo. Perché “la chiusura ha funzionato”. Ha avuto il conforto di una famiglia che li ha ospitati nella campagna veneta: “Gianni e Annamaria, fantastici”. Buon cibo, buon vino e calore umano. Ora è a Mestre e ci rimarrà quanto può per evitare di mettere a rischio un altro collega.

 

 

Irene Benassi, fiorentina che vive a Roma lavora da dieci anni per Agorà su RaiTre, contratto a partita Iva come Domenico Marocchi che è in Lombardia con lei. Benassi ha fatto i primi servizi da Milano quando di colleghi ce ne erano tanti, poi la Rai ha capito che inviare altri era rischioso. “Mi hanno chiesto se volevo restare, ho deciso di sì perché mi interessava, la notizia era qui, e se prima sembrava solo un evento grave, ora è epocale”. La paura c’è, ma ho come un’anima divisa in due: da una parte la passione per la cronaca, il racconto di cui il Paese ha bisogno in un momento unico. E’ un privilegio, per me. Dall’altra c’è la paura vera, ma mi prende quando mi fermo chiusa in albergo”. E di hotel “me ne hanno già chiusi due…” nella Milano ogni giorno più spettrale. Tanti incontri con i medici, le interviste quotidiane a Massimo Galli, primario delle malattie infettive al Sacco, “che non si risparmia per spiegare a tutti di che si tratta”, il racconto della solidarietà dei privati per il Niguarda. La consapevolezza del dramma “la trovo negli occhi preoccupati dei medici che ci bloccano quando io e l’intervistato stiamo per darci la mano come gesto istintivo. Allora capisco che la situazione è gravissima e ignota. Segui la loro battaglia minuto per minuto”.

 

 

Giuseppe La Venia è un inviato del Tg1, siciliano che vive a Roma. Dal primo caso del “paziente 1” il 21 febbraio è nel quadrante tra Codogno e Casalpusterlengo. Si è dovuto tenere sul limite della prima zona rossa: “Su quel confine, tra i carabinieri, i parà e la Gdf, intervistavo le persone a due metri di distanza e altre le sentivo via skype; molti ci mandavano video per faci vedere cosa succedeva dentro”. Anche lui è abituato a stare sul fronte, dai terremoti alle alluvioni al ponte di Genova, “ma questo è un nemico invisibile. Ma era giusto esserci. Ora leggo sui manifesti affissi al muro i ringraziamenti ai medici rianimatori da parte dei parenti dei defunti: ecco, una conferma che non stiamo romanzando l’eroismo dei medici ma raccontando la realtà”. E anche l’accenno a quel “ci siamo sorrisi” detto dal rianimatore del “paziente 1” ha trasmesso un momento di speranza ai telespettatori.

 


Per il Tg1 c’è anche Stefania Battistini, della redazione cronaca di Milano, che è entrata nell’area dell’ex Fiera e ha mostrato la processione di carri funebri a Bergamo. “All’inizio siamo stati nelle Marche, con l’operatore e il montatore, all’ospedale di Pesaro dieci medici ci aspettavano per strada disperati, il primario del pronto soccorso piangeva dicendoci: vedete cosa sta succedendo. Allora ho capito che eravamo in guerra anche noi. E le strade deserte mi ricordano le città con il coprifuoco in Siria, la stessa sospensione in attesa che arrivi una bomba, forse, ma qui non la vedi, non sai dov’è”.

 

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