I prodotti non nascono sugli scaffali. La crisi coronaVirus ha fatto scoprire che c’è una produzione fatta di lavoratori e imprenditori

La crisi legata al CoronaVirus ha fatto scoprite che c’è un prima, una produzione, fatta di lavoratori, di manager e imprenditori.

Al supermercato Sainsbury di Wallington a sud Londra, venerdì scorso i consumatori hanno vuotato gli scaffali. Da metà mattina era sparito tutto: dai fagioli in scatola alla lettiera per gatti. Il Sunday Times oggi in edicola scatta la fotografia di una Londra in preda al “panic buying”, con vendite nei supermercati in forte accelerazione. Un fenomeno che in Italia abbiamo conosciuto nelle scorse settimane, in concomitanza con l’evolvere dell’emergenza da Covid-19 e dei provvedimenti varati dalla presidenza del Consiglio dei ministri.

Ivo Ferrario

Ora in Italia gli scaffali dei supermercati sono riforniti e le vendite crescono a due cifre. Secondo le rilevazioni della società di ricerche Iri tra il 2 e l’8 marzo gli acquisti nella grande distribuzione sono cresciuti dell’10,6% a parità di punti di vendita. Al sud la crescita ha toccato il 20,5%% E’ l’effetto dello spostamento dei consumi dal fuori casa all’ambiente domestico e comunque del clima di emergenza che influisce sul comportamento delle persone. Nell’e-commerce la crescita sull’anno precedente tra 22 febbraio e l’8 marzo è stata del + 73%. Il click & collect (selezione e pagamento on line con ritiro al punto divendita) nello stesso periodo è incrementato al ritmo del 150%. Numeri impensabili in una situazione pregressa di sostanziale stagnazione della domanda. Secondo il centro studi Centromarca, le vendite delle grandi marche grocery alla moderna distribuzione nei primi due mesi dell’anno sono incrementate in misura superiore all’8%.
Il contrasto alla diffusione del virus Covid- 19 coinvolge in modo diretto le imprese della filiera dei beni di consumo – l’industria di marca in particolare in un paese con la quota di mercato dei brand superiore al 50%, la più alta in Europa – chiamate a garantire la fondamentale sicurezza dei lavoratori sia la continuità di approvvigionamento dei prodotti alimentari e non food destinati a soddisfare bisogni primari delle persone: alimentarsi, curare l’igiene personale e dei luoghi abitati. Non è facile se si considera che le misure di sicurezza necessarie per contrastare la viralità determinano una riduzione di produttività che alcuni osservatori stimano attorno al 20%-30 to apparentemente banale, la possibilità di accedere quotidianamente ai beni di largo consumo, emerge in tutta la sua rilevanza insieme al ruolo strategico svolto dalle aziende agricole, industriali e distributive attive nelle filiere alimentare e non food. Stiamo ovviamente parlando dell’opera di attività economiche tese alla generazione di profitto. Senza dubbio attente alla sostenibilità e contraddistinte da una sensibilità marcata nei confronti delle esigenze della società civile, ma create per competere sui mercati, generare valore e contribuire alla crescita economica del Paese. Una missione che, soprattutto in tempi emergenziali come quelli che stiamo vivendo, sarebbe sciacallaggio assimilare a quella di chi opera nel settore sanitario, che sta dando al Paese una prova di senso civico e dignità professionale senza precedenti. E non vogliamo farlo in questa sede. Quello che ci sembra importante sottolineare è una altra cosa. Soprattutto nell’ultimo quarto di secolo le istituzioni, la politica, gli opinion makers hanno focalizzato la loro attenzione su fenomeni, senza dubbio rilevanti, come l’escalation dei servizi, la difesa dell’industria pesante , il digital abbracciando per altro con decisione il primato della finanza sull’economia. La “fabbrica” però è passata in secondo piano. Quasi fosse un accessorio, un attore minore in una società e in un sistema economico in costante accelerazione verso un futuro dove il byte sarebbe contato più degli atomi.
I fatti di queste ultime settimane restituiscono pienamente alla manifattura il suo ruolo. Ci si è resi conto che i prodotti non nascono magicamente sugli scaffali dei punti di vendita. Che c’è un prima, una produzione, fatta di lavoratori ad alta specializzazione, manager e imprenditori. Persone abituate ai cambiamenti determinati da mercati nervosi ed ipercompetitivi che in questa situazione di emergenza sono chiamate a garantire che beni primari destinati alle famiglie siano costantemente riassortiti nei punti di vendita. E’ un’attività svolta in condizioni non esenti da rischi (pensiamo a chi sta in fabbrica o al personale dei punti di vendita che non può ricorrere al lavoro agile) che in questa fase emergenziale rivela un ruolo sociale tutt’altro che secondario e che i media nei loro servizi cominciano a valorizzare.
In un paese dove per troppi anni la politica urlato ha dato un cattivo esempio, il mondo del lavoro dà una lezione di senso civico e dignità.

Ivo Ferrario,
Direttore comunicazione Centromarca

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