Vincenzo Martucci: io, giornalista sportivo senza sport, ringrazio una volta di più l’esperienza del…web!

Vincenzo Martucci, una firma del giornalismo sportivo, ha accettato di iniziare a collaborare con Primaonline e con il magazine Prima per raccontare la situazione mai vista dello sport bloccato globalmente dal Coronavirus.
Inizia con una testimonianza personale su cosa significa fare giornalismo senza eventi sportivi.

Il giornalista sportivo al tempo del Corona Virus, cioè senza gare, senza partite, senza competizioni, come fa? Come si procura le informazioni, di che cosa scrive e, soprattutto, come fa ad essere comunque interessante per il pubblico? Oltretutto, in un momento così drammatico, con tanta disperazione e tanti problemi, lo sport scade enormemente – com’è giusto che sia – nei valori e nell’attenzione della gente. Ma proprio per questo, può e deve rappresentare ancor più che nella normalità una valvola di sfogo e di leggerezza per la comunità, abbracciando più che mai giovani e anziani, appassionati e non, praticanti e sedentari. Sia chiaro: estrema e sincera e sempre più accentuata è la consapevolezza del ruolo relativo di un giornalista sportivo davanti ai sacrifici e ai rischi di tante altre persone implicate direttamente nella pandemia che sta flagellando il mondo, ma ancor più convinto dev’essere il senso del diritto-dovere all’informazione e alla presenza. Pensate altrimenti che cosa diventerebbero sui giornali, sui siti web, alla tv i bollettini delle sciagure, i talk show,  le testimonianze del Corona Virus senza quel po’ di vaghezza e di leggerezza che regalano una palla che vola e un atleta che corre.

“Papà stai studiando?”, mi chiede quella birba di mio figlio Alessandro, gemello 17enne di Anna, che invece, più profonda, mi chiede continuamente: “Ma di che scrivi se lo sport è tutto fermo?”. Intanto, più che mai, bisogna leggere, leggere e leggere ancora.  Sin dalle prime ore del giorno e poi ancora per l’intera giornata, spulciando il web e i social media che, sì, hanno appiattito l’informazione, ma sono una fonte inesauribile di notizie e spunti. Certo, bisogna cercare l’ago nel pagliaio, si può finire ancor più del solito e anche in buona fede, dopo ore e ore di ricerca, per copiarsi e scopiazzarsi. Ma per un giornalista nato come me con il piombo e la macchina da scrivere come strumenti di lavoro, e il telefono e le agenzie di carta appese alla parete come fonti di informazione tutto è più semplice. Semplicemente, torno indietro nel tempo, e ringrazio quella qualità chiamata esperienza anche se, ahinoi, va a braccetto con gli anni che passano. La storia, il deja vu, il parallelo, il ricordo, qualche libro, un vecchio articolo, una statistica, tutto aiuta ad abbozzare uno spunto e a lavorarci sopra digitando una prima parola sul web, aggiungendoci magari un video, fermandosi a pensare e a trasformare quindi l’idea in concetto, e quindi all’elaborazione di un articolo vero e proprio.

Io, per esempio, pur essendomi specializzato nel tennis, nasco dal calcio, come la maggior parte dei giornalisti sportivi, ma ho seguito anche tante altre discipline nei 34 anni in cui ho lavorato alla Gazzetta dello Sport. E per seguire intendo scrivere risultati, riportare ed effettuare, interviste e redigere cronache sul posto, da inviato, o da testimone solo oculare, davanti alla tv. Percepire le differenze fra uno sport ed un altro, captare le differenze fra i vari livelli della stessa disciplina e fra protagonista e protagonista aiuta enormemente nella valutazione dei fatti. Così, se lo sport si ferma, se il numero 1 del tennis, Roger Federer, è fermo due volte, perché già aveva interrotto l’attività per sottoporsi a un intervento chirurgico al ginocchio destro eppure il suo nome compare più che mai, mi è parso curioso. E, sulla piattaforma www.supertennistv.it per la quale collaboro ho scritto un articolo nel quale, mettendo insieme più temi legati al campione svizzero, spiegavo come fosse il fantasma del palcoscenico, presente anche se assente, numero 1 sempre e comunque, a prescindere dai risultati. Ecco, a pensarci bene, l’articolo non c’è, la gara non c’è, non c’è nemmeno Federer, ma l’argomento spunta fuori ugualmente e magari regala tre minuti di svago al lettore.

Utilissimi sono i social media, Instagram, che è il dispositivo preferito dei più giovani e rischia di cancellare definitivamente i P.R. , regala sempre qualche spunto interessante. Vuoi un messaggio della nippo-haitiana-statunitense Naomi Osaka che rivela una maturità inusitata proponendosi come esempio ai giovanissimi , vuoi una mezza frase del piccolo argentino Diego Schwartzman che rivela dell’esistenza di una chat what’s up coi “top 100” della classifica mondiale, nella quale sono attivi anche i fantastici tre, Federer-Nadal-Djokovic. Detta così che notizia è? Bene, ci ho lavorato sopra e l’ho “girata” sul ruolo di Djokovic che, almeno sul web, ha un certo vantaggio sui rivali tanto più amati dal pubblico. Ho offerto una chiave di lettura: ho “vinto”, ho “perso”? Non so, di certo, ci ho provato, ho cercato di realizzare il ruolo di informazione e anche di riflesisone che un giornalista deve sempre inseguire, in buona fede, in modo positivo. E nello stesso tempo, mi sono tenuto e sentito vivo, nella mia testa e nella mia giornata, sforzandomi un po’. Giusto un po’. Prima che i miei figli mi riportino ad altre realtà, dai lussuriosi del Purgatorio di Dante alla noia di Pascal.

Vincenzo Martucci

Vincenzomartucci57@gmail.com

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