La Rai dopo il coronavirus per Usigrai: riscrivere Contratto di Servizio con esperti di comunicazione, parti sociali, psicologi, sociologi, filosofi

Vittorio Di Trapani, segretario nazionale Usigrai,  racconta su Facebook come dovrebbe essere la Rai finita l’emergenza coronavirus suggerendo di riscrivere il Contratto di Servizio con l’aiuto di esperti di comunicazione, parti sociali, psicologi, sociologi, filosofi. Ecco l’intervento social di Di Trapani:

La Rai. E la costruzione del “dopo”.

Sono passate 5 settimane da quel 21 febbraio.
Codogno. Il primo caso in Italia.
Il giorno in cui ci siamo svegliati aprendo gli occhi sul fatto che il Covid19 non era un un problema della lontana Cina. Ma era arrivato anche nelle nostre case.

Non si può mollare la presa sull’emergenza, finché non sarà conclusa.
Ma ritengo che all’emergenza – da subito – vada affiancata la costruzione del “dopo”.

Non il “dopo” della Rai, ma del Paese.
Al quale la Rai Servizio Pubblico deve prepararsi a dare il proprio contributo.
Anzi, credo che la Rai – proprio perché Servizio Pubblico – debba avere, e avrà, un ruolo decisivo al servizio del Paese nell’accompagnare la ricostruzione.

Questa crisi lascerà dei danni giganteschi.
Che segneranno il nostro Paese per anni.

Penso ai danni economici. E i conseguenti disastri dal punto di vista del lavoro.
Con il rischio di una crescita del numero dei nuovi poveri.
E quello che in questa fase di destabilizzazione, si inseriscano forze – come la criminalità organizzata – che sulla destabilizzazione hanno storicamente costruito il loro potere e controllo sociale.

Penso ai danni culturali. L’azzeramento di tutte le attività culturali pubbliche rischia di creare un vuoto. Il bisogno di cultura e di bellezza rischia di depauperarsi se non viene nutrito. Anche a causa dell’abbrutimento provocato dalla segregazione forzata.

Poi penso ai danni forse più silenziosi. Più subdoli. Ma temo più persistenti. E che incideranno su intere generazioni.
Mi riferisco ai danni psicologici, sociali, emotivi. Incalcolabili. Che diventano devastanti per le realtà più fragili della società.
I bambini, gli anziani, il mondo delle disabilità.
Più in generale, il terzo settore che forse più di altri è al fianco delle realtà che probabilmente pagheranno il conto più salato.

Le distanze sociali. La paura del contatto, fino quasi alla paura dell’altro, la allofobia. Il drastico ridimensionamento delle vite di comunità.
Pensate ai concerti, allo sport, agli spogliatoi, alle relazioni degli adolescenti.
Paure che probabilmente ci accompagneranno per molto, molto tempo.
Che forse cambieranno per sempre il nostro modo di vivere.

Io credo che questo imponga un ripensamento del sistema Paese. Ma questo non è mio compito.
E quindi imponga un ripensamento anche della Rai, al servizio del Paese.
Quella che fino ad oggi abbiamo usato come frase un po’ stereotipata – “la più grande aziendale culturale del Paese” – oggi ritrova una sua forza, una sua vitalità, una sua necessità.

Per questo, credo che accanto ai tavoli operativi per la gestione sanitaria ed economica, se ne debba aprire un altro – altrettanto urgente – sul Servizio Pubblico radiofonico, televisivo e multimediale.

Arriverei a dire, una riscrittura del Contratto di Servizio.
Sempre seguendo il faro della “coesione sociale”, che oggi assume un senso e un valore ancora più profondi e stringenti.

Alla luce delle nuove sfide. Anzi, delle sfide nuove alle quali sarà chiamato il Paese, e per le quali ci sarà bisogno di un Servizio Pubblico ancor più solido, centrale, rafforzato.

Io ascolterei esperti di comunicazione e di informazione, parti sociali, psicologi, sociologi, filosofi, per capire come sarà la nuova società, e quali le nuove esigenze, e disegnare quindi la rinnovata missione del Servizio Pubblico: l’economia, il lavoro, il terzo settore e il sociale, la cura dell’ambiente, la cultura, lo sport, l’attenzione per i bambini e gli anziani.

Come ci hanno detto con straordinaria forza il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e Papa Francesco: siamo tutti sulla stessa barca, e dalla tempesta si esce solo tutti insieme.
Facendo – proprio come in un equipaggio – ciascuno la propria parte.

E la Rai è chiamata a fare la propria.
Come sempre, al servizio del Paese, per aiutare, sostenere, spingere la ricostruzione.
E il momento per farlo è ora.
Perché è ora che deve cominciare la costruzione del “dopo”.

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