Atleti e coronavirus – Alleniamoci a resistere, vivremo meglio il presente. Parola di Mental Coach

L’uomo soffre, la società soffre: ai tempi del Corona Virus, allenare e tenere allenata la mente è più che mai necessario. Stefano Massari, il mental coach che ha aiutato Matteo Berrettini a diventare Matteo Berrettini, accompagnandolo al numero 8 e quindi al Masters, è la guida ideale in questo angoscioso momento di introspezione, analisi, pensiero.

Matteo Berrettini (foto Ansa – EPA/ANATOLY MALTSEV)

Come vivere questi giorni indimenticabili?
“In questi momenti difficili ci agganciamo all’amore per le persone vicine e ai valori morali, profondi, che alimentano la nostra forza di sopravvivenza. Ma non possiamo neppure abbandonare la cura del nostro corpo. E magari prendere dieci chili di peso perché abbiamo il frigo pieno di belle cose da mangiare. Non possiamo perdere di vista noi stessi, in nessun senso”.

Che cosa propone come programma giornaliero?
“Appena alzati bisognerebbe porsi quattro domande: “Oggi come mi sento?”. Sia fisicamente che mentalmente. “Che obiettivo mi voglio dare?”. Che può riguardare gli esercizi atletici come parlare un po’ di più con la moglie, i figli, un amico col quale non riesco a farlo spesso, o leggere un libro. “Che difficoltà ci sono oggi?”. Per capire se davvero riesco a realizzare gli impegni con me stesso. “Come posso raggiungere i risultati prefissi?”, vale dire con quali qualità personali mi posso aiutare. Bisognerebbe scrivere tutto. Perché così l’impegno con noi stessi è più forte. E’ uno degli strumenti io uso con gli atleti con cui lavoro”.

Qual è l’obiettivo principale?§
“Attraversare un momento del genere significa, necessariamente, allenare la resilienza. La capacità di resistere oltre le nostre forze (o quelle che riteniamo siano), anche quando il traguardo è talmente lontano che nemmeno si vede”.

Il più sbilanciato da questa situazione è l’atleta.
“E’ il soggetto che ha più difficoltà perché è abituato a muoversi liberamente e a sviluppare energia fisica nell’ambiente, e ha costanti risposte a quello che fa: dagli allenatori e dai risultati di allenamenti e gare. Questi segnali dall’esterno ora non gli arrivano. Se la cava se è allenato a fronteggiare condizioni estreme e mai provate, se sa reagire alle improvvise novità. Per fare esempi tratti dal tennis, la corda della racchetta che si rompe sul punto importante.

Un atleta si allena anche alle condizioni estreme.
“Certo che sì, ci si allena alla resilienza, alla capacità di resistere ad oltranza, senza vedere l’obiettivo. Come gli atleti della ultra maratona, abituati a sforzi prolungati, a crollare dal sonno, a lottare col freddo, la pioggia e condizioni estreme, con lo stomaco che non regge più il cibo. Pietro Trabucchi ha scritto tre libri molto interessanti sul tema: Resisto dunque sono, Perseverare è umano, Tecniche di resistenza interiore”.

I nostri giovani sono allenati alla resilienza?
“Il sistema in cui viviamo, i social e l’uso che facciamo noi delle nuove tecnologie portano a ridurre la capacità di sviluppare la resilienza. Certamente le nuove generazioni che restano tante ore davanti a un iPhone, non sono certo spinte, da chat e video game, ad allenare la capacità di ottenere soddisfazione e gratificazione attraverso uno sforzo”.

Sorpresa: gli italiani stanno reagendo bene.
“Sto riconsiderando alcune qualità del nostro popolo: siamo dimostrando che possiamo essere disciplinati, che possiamo impegnarci in cose difficili ed inedite e che sappiamo organizzarci bene. Messi con le spalle al muro, abbiamo saputo reagire alla legittima paura. E da soli, senza l’aiuto dei nostri vecchi che sono i primi a morire e che non hanno alcuna possibilità, in questo momento, di aiutarci. Del resto, anche la nazionale dei Mondiali dell’82, che aveva le spalle al muro dopo un primo girone deludente e doveva affrontare avversari apparentemente imbattibili come Argentina e Brasile, finì per reagire, vincere tutte le partite seguenti ed il titolo, assai meritatamente”.

Più che ben noto calcio questo momento surreale della nostra vita fa venire in mente lo Yoga.
“E’ vero. L’essenza della meditazione è il vuoto, rimanere concentrati sul proprio respiro, e il senso di leggerezza è uno degli effetti di questa situazione: siamo avvolti da un insolito silenzio, la situazione è surreale, gli stimoli esterni sono ridotti al massimo. Ci siamo soprattutto noi, le nostre cose, i nostri pensieri e perché no, il nostro respiro…”.

La solitudine: yoga, sport della fatica e anche tennis.
“Superare la soglia del dolore, e farlo ancora perché si è allenati anche mentalmente. E farlo da soli, con se stessi. Sempre tornando a quel famoso match di Berrettini contro Monfils agli Us Open: l’avversario c’è ma è lontano 23 metri, sta oltre una rete, e per quattro ore Matteo ha lottato da solo, come un maratoneta, di più, persino: non poteva parlare, doveva risolvere i problemi all’interno di sé. Ma sapeva di essere allenato, di poter affrontare quella prova. Questo vale per tutti gli sport, anche per i tuffi, per i saltatori dell’atletica: devono avere la capacità di resistere magari ai dolori… “.

Ma l’allenamento porta alla gara, e la gara ha una data, quindi l’atleta si sacrifica per un obiettivo ben preciso: come fa adesso che il riferimento temporale è così vago?
“Se l’atleta si è davvero allenato a resistere a prescindere, se l’ha fatto in passato, sarà pronto a sostenere anche questa prova e ad estendere la fatica nel territorio dello sconosciuto. Perché ha la consapevolezza di sé, altrimenti farà molta più fatica. Chi ha avuto tanti infortuni, come Berrettini lo sa, perché li ha superati sempre, senza sapere in anticipo cosa sarebbe successo al rientro. Questa capacità di resistere gli è servita tantissimo ad ottobre, a Bercy, quand’era stanchissimo, ma ha trovato la forza di giocare ancora tre partite importanti e durissime al Master e altre due in coppa Davis. “.

In generale, il nostro mondo è impostato sugli obiettivi, come vivere l’oggi senza un domani certo?
“L’obiettivo che ci dobbiamo porre è necessariamente a breve termine. Oggi come oggi dobbiamo pensare alla nostra sopravvivenza e concentrare tutte le nostre forze e le nostre energie su quello che facciamo. Ricordiamo quella famosa partita contro Monfils agli Us Open dell’anno scorso. Doveva impegnarsi pensando solo all’ostacolo del momento non certo a quello del turno successivo: Nadal. Pensare sempre al dopo, non è necessariamente un bene, Anzi. Troppi sbilanciamenti nel futuro ci impediscono di vivere quello che stiamo vivendo al momento, che poi è la vita stessa”.

Vincenzo Martucci
vincenzomartucci57@gmail.com

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