Il ricordo de La Stampa di Giuseppe Zaccaria, grande giornalista di esteri e conoscitore dei balcani

A Belgrado il mattino di Pasqua e’ morto Giuseppe Zaccaria grande inviato de La Stampa, di cui ripubblichiamo, d’accordo con il direttore Maurizio Molinari, l’articolo di ricordo uscito ieri su Stampa.it, scritto da Claudio Gallo, che racconta cosa ha rappresentato Zaccaria, premio Hemingway per il giornalismo “per aver svelato per primo al mondo lo stupro etnico in Bosnia”, per l’informazione italiana.

Slobodan Milošević, ex presidente serbo e jugoslavo, insieme a Giuseppe Zaccaria dopo l’intervista concessa a La Stampa nel maggio del 2000, la sola fatta ad un giornale straniero nell’arco di quasi un decennio. (Foto La Stampa)

“E’ morto a Belgrado nelle prime ore del mattino Giuseppe Zaccaria. In Italia era appena cominciata la Pasqua, il mondo distratto dal Coronavirus. Era in ospedale da una decina di giorni per un problema circolatorio. Apparteneva all’ultima gloriosa stagione del giornalismo italiano, quando le grandi pagine di carta stazzonata facevano ancora da preghiera del mattino, il mondo era più grande, l’orologio meno veloce. Mica un dinosauro, anche lui era traghettato nell’era digitale senza rimpianti, consapevole che tutto passa, portando un po’ della sua ironia fulminante sui social media e nel paese delle meraviglie dell’html.

Nato a Bari nel 1950, il 18 novembre avrebbe compiuto 70 anni. Laureato in giurisprudenza, era stato tentato di seguire la tradizione familiare nella professione forense, ma alla fine aveva vinto il demone del giornalismo, l’istinto di fare a modo suo che non lo lascerà più. Si sposa con Annamaria, da cui avrà due figli, Domenico e Paolo. Negli anni settanta lavora per il Giornale, quando ancora “di Montanelli” è la parte più indicativa della testata. Poi passa al Messaggero e negli anni ottanta arriva alla Stampa. Per i libri che ha scritto, la sua storia e persino la residenza anagrafica a Belgrado, si parla di lui come di uno specialista dei Balcani, ma la sua carriera ha avuto un raggio più ampio.

Per La Stampa è corrispondente da Napoli dove segue i processi di Camorra e poi a Palermo dove si occupa di Mafia. L’orizzonte degli Esteri, che poi diventerà il suo principale, si apre nel fatidico 1989 con la sollevazione contro Ceausescu in Romania. Correndo tra Timisoara e Bucarest racconta la rivoluzione contro il satrapo comunista, un moto di popolo che contò i morti con scandalosa approssimazione all’eccesso. Lì comincia ad appassionarsi alle ambiguità e ai misteri dell’Europa orientale. Gli piace quel mondo, dove bene e male sembravano vivere in stabile disarmonia, l’impossibilità di dire l’ultima parola, il contrario della chiarezza cartesiana, l’energia vitale senza giustificazioni.

Così segue le guerre balcaniche al di fuori del paradigma anglosassone dominante, di origine protestante, dei buoni contro i cattivi, i nostri e i loro. Spregiudicato senza essere partigiano, denuncia i crimini di guerra di cui è testimone. Il suo libro “Noi, criminali di guerra. Storie vere della ex Jugoslavia” (Dalai) viene acquisito dal Tribunale internazionale dell’Aja per i crimini di guerra. Aveva intervistato Milosevic prima dell’uscita di scena. Prima del ricovero in ospedale, a Belgrado, stava lavorando, come membro indicato dal governo serbo, alla commissione dell’Onu sui crimini di guerra sulla Bosnia che cerca di mettere insieme una narrazione delle atrocità di quegli anni condivisa dagli ex nemici.

Al di là dell’Europa del dopo Muro, segue le due guerre del Golfo, le rivolte in Indonesia, i massacri a Timor Est e la prima Intifada palestinese. Nel 2000 riceve dalle mani del presidente Carlo Azeglio Ciampi il Saint Vincent per il giornalismo. Dopo la pensione, fa per qualche anno l’addetto stampa della Fiat serba e continua scrivere sporadicamente su vari siti e giornali, viaggiando tra Belgrado e Roma.

Un chiusa retorica gli sarebbe certo dispiaciuta, meglio ricordare la sua verve citando la risposta che diede in un’intervista a chi gli chiedeva che cosa avrebbe consigliato a un giovane aspirante giornalista: “Mah, a occhio e croce, di lasciar perdere (…). Se lei dà un’occhiata ai giornali, si accorgerà che oggi la notizia è una specie di tabù, conta più il risvolto. Per essere pratici, è come se non si raccontasse più la partita di calcio, ma si facessero soltanto gli spogliatoi. Solo che la partita di calcio si vede in televisione, la vita no”.

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