Scalfari: Repubblica è un fiore all’occhiello sempre fresco dopo 44 anni. Prima dei cento non si può appassire

C’era molta attesa per quello che avrebbe scritto questa mattina Eugenio Scalfari nel suo intervento domenicale a proposito del cambio di direzione a Repubblica.

Era noto che Scalfari aveva stabilito un ottimo rapporto con Carlo Verdelli di cui apprezzava il modo con cui realizzava Il quotidiano. Commentatori vari aspettavano dunque parole di fuoco nei confronti della scelta del nuovo editore che aveva licenziato Verdelli nominando Maurizio Molinari. Niente di tutto questo!
Basta leggere l’articolo che pubblichiamo qui di seguito da cui appare evidente quanto Scalfari sia realista avendo sempre ben chiaro il bene di Repubblica e sapendo chi e’ l’editore con cui fare i conti: John Elkann che rappresenta “un’azienda molto vasta sia nei luoghi sia nel tipo di attività che svolge in vari Paesi, a cominciare dal nostro”. Un editore a cui indica la giusta collocazione politica  di Repubblica che ha “un’anima giornalistica non può cambiare: liberal-socialista”. Una posizione che libera il campo da tutte le chiacchiere e illusioni su Repubblica giornale partito e che collima con la linea editoriale degli ultimi vent’anni de La Stampa, il quotidiano dove ha le radici di editore Elkann e da cui viene Molinari.  Ma anche un ultimatum nel caso ci fossero intenzioni di andare in altre direzioni. 

“Il liberal-socialismo è perfettamente in linea con le esigenze del mondo moderno”, scrive il Fondatore, ruolo a cui Scalfari dimostra giustamente di tenere molto, “sempre che questo corrisponda al desiderio di un vasto pubblico che trae dal liberal-socialismo la realizzazione dei suoi valori, desideri, bisogni, ideali.  Abbiamo un governo in piena attività, presieduto da Giuseppe Conte…..Conte è abbastanza vicino al Partito democratico e comunque alle esigenze liberal-socialiste” e’ l’endorsement di Scalfari, che cosi ha abilmente disegnato  lo scenario politico in cui si deve muovere la Repubblica dimostrando che  puo’ ancora essere il  vero capo politico del giornale.

 Ecco il testo dell’editoriale.

“Molte cose sono avvenute nel nostro giornale in questa settimana assai vivace per il governo italiano, per l’Europa e per il mondo intero. L’avevamo già constatato domenica scorsa: il nostro è un mondo in allerta, con dittature di vario genere, federazioni, populismo, alleanze e guerre intestine. Insomma un periodo che non si vedeva da secoli nel nostro mondo. Il solo elemento che è universalmente diffuso è quello che si definisce con la particella denominata “se stesso”. Insomma è il nostro Io: quello è il nostro mondo e lo abbiamo già più volte indicato. Cartesio l’ha individuato filosoficamente con le tre parole fondamentali: «Penso, dunque sono». L’ho più volte ricordato in questi miei articoli domenicali, ma lo ripeto perché è quello che spiega tutto, definisce tutto, limita al minimo tutto. È creativo.

È l’Io e dobbiamo tenerlo presente dall’inizio alla fine di qualunque ragionamento e della vita che ciascuno in qualche modo e in qualche misura vive.
Il nostro giornale è anch’esso in una fase di notevole movimento. È cambiata in modo definitivo la società che l’ha comprato dai precedenti proprietari. Debbo dire che è un’azienda molto vasta sia nei luoghi sia nel tipo di attività che svolge in vari Paesi, a cominciare dal nostro.

Il primo intervento è stato il licenziamento del direttore Carlo Verdelli, che da oltre un anno dirigeva Repubblica, e l’insediamento di Maurizio Molinari, che era direttore della Stampa. Adesso lo è di Repubblica, subentrando a Carlo Verdelli.
Personalmente io ho la qualifica di Fondatore che figura in prima pagina sotto la testata del giornale.
Ripetiamo Fondatore. Non significa niente ma può invece essere importante. Il Fondatore (lo dice la parola) conosce o dovrebbe conoscere meglio di ogni altro lo spirito del giornale, il suo programma, la sua natura giornalistica e quindi politica.
Forse è venuto il momento di ripetere questa natura politica: si può definire liberal-socialista. Repubblica è nata nel 1976, siamo nel 2020 ma il nostro spirito, la nostra anima giornalistica non può cambiare: liberal-socialista. Naturalmente è una definizione complessa che va quindi precisata e mi scuserete se in qualche modo spetta al Fondatore di mantenerla senza alterarne il significato.

I liberal-socialisti hanno nell’anima i due valori di libertà ed eguaglianza e questi debbono rispettare i giornalisti che dirigono il giornale con questa collocazione. Se la proprietà non riconosce più questi valori vuol dire che il giornale non c’è più, è un altro oggetto che ha cambiato totalmente il soggetto.
Questo può avvenire, ma in tal caso spetta in primis al Fondatore di avvertire quanto è accaduto e trarne personalmente e collegialmente, se possibile, le conseguenze.
A me però, allo stato dei fatti, risulta che non sono cambiati. Il direttore uscente Carlo Verdelli, nei confronti del quale ho già detto che ho la massima stima professionale, questi valori li ha realizzati per tutto il periodo della sua direzione. Il nuovo direttore Maurizio Molinari appare esattamente nello stesso modo. Se così farà, il Fondatore ne sarà pienamente soddisfatto e lo dirà. In parte già lo dico, dopo aver analizzato la questione con Molinari. Vedremo il seguito.

Il liberal-socialismo è perfettamente in linea con le esigenze del mondo moderno, sempre che questo corrisponda al desiderio di un vasto pubblico che trae dal liberal-socialismo la realizzazione dei suoi valori, desideri, bisogni, ideali.  Abbiamo un governo in piena attività, presieduto da Giuseppe Conte. È sostenuto da una maggioranza numericamente notevole, politicamente un po’ meno: alcuni dei suoi sostenitori vanno e vengono, votano pro o non votano o addirittura in certe circostanze votano contro. Tuttavia i voti parlamentari che appoggiano Conte non sono diminuiti, finora anzi sono leggermente aumentati e hanno cambiato natura: Conte è abbastanza vicino al Partito democratico e comunque alle esigenze liberal-socialiste di cui abbiamo già fatto cenno. Non sono soltanto valide per la politica interna ma anche per quella europea e anzi, nel caso di Conte, liberal-socialista. L’Europa ha molto bisogno d’una politica di questo genere. Ne ha bisogno per rafforzare quei valori insieme ad altre nazioni dell’Unione europea come la Francia, la Spagna, la Grecia, e anche la Germania, sia pure con qualche variante. Conte è su questa linea che tende a realizzare soprattutto un appoggio monetario e occupazionale.
Conosciamo molto bene questo tipo di politica che fu per otto anni il centro del presidente della Banca centrale europea Mario Draghi. Il presidente del Consiglio non ha una competenza specifica sulla Bce ma comunque è fortemente interessato ai risultati che quell’Istituzione realizza, o meglio ha realizzato poiché attualmente la politica di Draghi non è rispettata come dovrebbe dalla signora Christine Lagarde.
Giuseppe Conte segue con molta attenzione la politica monetaria europea, è fortemente contrario ai “sovranisti” che in Europa abbondano, a cominciare dalla politica della Lega di Matteo Salvini.
Se vogliamo esprimerci adottando un vocabolario significativo, possiamo definire il sovranismo come una politica di destra, populista e a suo modo rivoluzionaria.

Giuseppe Conte sembra stare al gioco con notevole abilità e soprattutto la esplica in una fase dove la politica non solo italiana ma mondiale è condizionata dal coronavirus. Probabilmente ci sarà un notevole mutamento con l’arrivo del caldo estivo: i vincoli imposti dalla pestilenza saranno alquanto allentati, negozi e alberghi saranno parzialmente riaperti. Ovviamente questi mutamenti migliorerebbero le politiche economiche dei vari Stati. Insomma, il mondo sta cambiando: finora la situazione di ciascun abitante era fortemente peggiorata. Si spera in un’inversione di tendenza che realizzi miglioramenti diffusi. La storia del nostro pianeta conosce molto bene queste varianti dei valori ideali che determinano e sono determinati dal genere umano. Quando mi capita di esaminare gli alti e bassi della nostra esistenza penso sempre a quella che la mitologia definì l’arca di Noè. Portò a spasso tutti e dovunque.
L’arca era un luogo mobile che ospitava tutte le creature rappresentanti del genere vivente: gli umani, gli animali di ogni genere e specie, i vegetali.

Insomma la vita. Ogni tanto qualcuno fuggiva dall’arca e non tornava mai più, oppure altre creature arrivavano e vi restavano. È naturalmente una favola quella dell’arca, ma significativa e anche divertente. La cosa interessante è che scoppiò anche una specie di guerra interna all’arca. Noè espulse i cattivi e continuò ad ospitare i buoni. Un paradiso, il bene e il male. Ma a quel punto si cessò di parlare di Noè, l’arca scomparve ma altre simbologie si fecero strada.
L’uomo e la sua storia variano di continuo e c’è sempre, come abbiamo più volte osservato, un Dio e un uomo.
L’uomo si racconta e racconta anche Dio: l’abbiamo ricordato più volte in questi articoli di giornale, ma la storia è quella, la mitologia è quella, l’arte è quella.
Pensate a Dante Alighieri, a Cavalcanti, a Petrarca, a Boccaccio, a Michelangelo, a Giotto, a Raffaello, a Caravaggio, a Leonardo da Vinci, a Tiziano. Ci sarebbe da raccontare ancora, ma lo facciamo troppo spesso.

Il nostro giornale non trascura questi aspetti della storia e della mitologia. Il nostro Robinson è specializzato in questi racconti. Mi auguro che il nuovo direttore s’interessi a fondo anche di queste favole fortemente significative. Un giornale quotidiano è una favola? Vi farò una confessione: a me le favole piacciono molto perché ho vissuto una parte della mia vita come una favola, questo significa poesia.
Che c’è di meglio? Faccio molti auguri a Carlo Verdelli per le nuove e positive avventure giornalistiche che certamente avrà, e analoghi auguri faccio a Maurizio Molinari. Repubblica è un fiore all’occhiello sempre fresco dopo quarantaquattro anni. Prima dei cento non si può appassire.

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