Atleti e Covid-19 – Luca Pancalli vede il traguardo: parità fra atleti olimpici e paralimpici

Luca Pancalli, ex atleta di pentathlon moderno rimasto paralizzato nel 1981 dopo una caduta da cavallo, disputa 4 Giochi Paralimpici nel nuoto vincendo 8 ori, 6 argenti e 1 bronzo, presidente del Comitato Italiano Paralimpico, è stato anche vicepresidente del Coni.

Luca Pancalli (foto profilo ufficiale Twitter)

Come vivono i disabili la clausura da Covid-19?

“In generale non bene: parliamo di una dimensione della popolazione che già vive in una condizione di fragilità. Molti con patologie che vanno dalle condizioni fisiche a quelle intellettive e sensoriali si sono visti interrompere dei servizi essenziali nella quotidianità, con evidenti contraccolpi nella gestione familiare. Vale anche per gli anziani soprattutto non autosufficienti nelle RSA”.

Il post Covid-19 ci regalerà un uomo migliore, meno votato alla frenesia del business e più alla famiglia e alla riflessione, o dimenticheremo in fretta da soliti italiani?

“Sono molto pessimista. Purtroppo la storia ci insegna che l’essere umano, non solo gli italiani, è portato a dimenticare e molto spesso lo fa molto in fretta. Non credo che cambierà molto, ci abitueremo. Ma alla fine chi sta bene starà un po’ meno bene e chi sta male starà sempre più male”.

Di sicuro siamo diventato ancora più insofferenti nei confronti di politica e burocrazia.

“Credo che nella vita di ognuno di noi qualsiasi situazione emergenziale possa determinare un disorientamento, oggi è globale, non riguarda solo il nostro paese. Certamente facciamo fatica a relazionarci tutti i giorni con un sistema pesamte sotto il profilo burocratico che oggi a causa delle maggiori difficoltà percepiamo molto di più”.

Il mondo della disabilità vive una discrasia fra base e vertice, cioè fra disagi sociali e atleti paralimpici star come Bebe Vio e Alex Zanardi.

“Siamo andati molto avanti anche con altri atleti, magari meno gettonati, con tante altre belle storie da raccontare. La comunicazione è portata a spendersi per quei personaggi che hanno un maggior feeling e feedback con la società. E’ vero: esiste la percezione di una discrasia fra il campione e la base, e fra il campione e il mondo della disabilità in generale. Ma vale anche per qualsiasi grande campione e la base del suo sport, in generale. I problemi che hanno avuto Bebe ed Alex e tutti gli altri disabili sono gli stessi: tutti gli atleti paralimpici ne sono usciti anche grazie allo sport. Un uomo di politica sportiva come me deve far capire alla base che tutti che la possono fare. E soprattutto lavorare perché a tutti sia data una opportunità. Poi anche qui esistono le distanze sociali: c’è chi può fare certe cose e ahimè chi non può e il diritto allo sport non può e non deve fare distinzioni”.

Gli atleti paralimpici sono dei miti dello sport a volte più forti dei normodotati: adesso sembra tutto ghiacciato, o la vita c’è sotto il ghiaccio?

“Non abbiamo lavorato verso indirizzi strategici di politica sportiva per creare dei miti, ma per dare dignità al movimento degli atleti. Se poi questi atleti nella rappresentazione della comunicazione sono diventati dei miti mi interrogherei: significa che la società ha bisogno di esempi positivi, il che mi fa estremamente piacere. I nostri atleti sono l’esempio più vivo e più tangibile della capacità della resilienza umana: sono allenati, spesso dalla nascita, alle difficoltà della vita, a riprendersi e a rialzarsi. Sono un modello positivo, trasparente, umano, normale. Sì, proprio normale. Per questo non ho paura che rimanga tutto ghiacciato: c’è grande voglia di ripartire, siamo consapevoli della nostra funzione sociale e culturale”.

Che rapporto ha col nuovo istituto Sport & Salute?

“Dall’inizio di questo processo ho detto: è legittimo che la politica abbia le sue visioni su come le cose debbano andare e si impegni nel cercare di modificarle, a me non interessa tanto quale sia il modello di organizzazione della squadra in campo, l’importante che la squadra abbia l’obiettivo comune di far gol, tutti i modelli possono essere positivi e negativi, bisogna vedere come li governi. Lo sport di base è importante: io vengo da quel mondo e la funzione sociale del movimento paralimpico è una parte molto significativa. Però bisogna chiarirsi su che cosa si intende quando si parla di sport sociale e sport di base. A me interessa che ci sia trasparenza, serietà e soprattutto regole di ingaggio condivise. Gli imprenditori dello sport sono importanti. Ma con la fusione si può presentare il rischio di operazioni maldestre sul territorio, con fini molto meno nobili, come ho visto purtroppo in passato. E questo mi spaventa un po’”.

Il ridimensionamento del Coni può favorire la fusione col CIP, come suggerisce lo spot della Toyota?

“E’ bello e accattivante: dà egual peso, egual attenzione ed egual protagonismo ai campioni paralinpimici e a quelli del mondo olimpico, rappresenta una narrazione straordinaria e poi in termini di sostanza evidenza questa capacità di resilienza da parte degli atleti che accomuna il mondo dello sport tutto. La fusione CONI-CIP non è un sogno ma un obiettivo, è realizzabile in misura di quanto si accompagna alla crescita del movimento paralimpico anche una crescita culturale, condivisa. Il mondo paralimpico non nasce con esigenza di separazionismo, ma l’autonomia ha garantito più visibilità nel lento processo riformatore degli ultimi 15 anni. Ora siamo nella fase 2: stiamo costruendo quel percorso che potrà rendere possibile la fusione, un obiettivo che mi ero posto. Il sogno sarà quando qualsiasi persona, anche chi non conosce da vicino il mondo della disabilità comprenderà responsabilità della declinazione della politica sportiva nel non lasciare indietro il mondo paralimpico. Vogliamo creare un cittadino, un italiano migliore, vogliamo far passare l’idea di un diritto di cittadinanza anche attraverso lo sport, qualunque sia la condizione umana, qualunque sia la condizione fisica, intellettiva e sensoriale”.

L’Italia e gli altri paesi: come sport disabili competitivi, a livello sociale siamo indietro?

“Non facciamoci prendere pure noi la mano dall’autoflagellamento tipicamente italiano: sono tutti più bravi, belli e migliori di noi. Noi viviamo in un paese che in Europa investe sicuramente meno sul settore sociale della Germania e della Francia, e questo ci dà anche una risposta sul perché esistano certe fragilità nella dimensione sociale. Ma siamo anche il paese che dal punto di vista strategico e normativo è fra i più avanzati. L’integrazione scolastica l’abbiamo realizzata negli anni 70, quando ancora oggi in alcuni paesi esistono le classi differenziate. Non siamo stati però dei bravi esecutori delle intenzioni del legislatore, ci perdiamo sulla parte concreta”.

Lo sport ci salverà nella nostra ripresa?

“Il mio sogno si completa con la politica con la P maiuscola: si renda conto che tutto lo sport , da quello agonistico a quello di base, è un pezzo di politica pubblica del paese sul quale investire e da utilizzare come strumento per la crescita Sullo sport bisogna investire non per forgiare campioni – quelli vengono da soli – ma come i paesi anglosassoni, con modelli scolastici, università e impianti sportivi diversi”.

Atleti e Covid-19  è una rubrica a  cura di Vincenzo Martucci
Vincenzomartucci57@gmail.com

Share on FacebookTweet about this on TwitterPin on PinterestShare on LinkedIn

Articoli correlati

Serie A, 124 match in 44 giorni su 3 fasce orarie. Il calendario fino alle 34esima giornata

Serie A, 124 match in 44 giorni su 3 fasce orarie. Il calendario fino alle 34esima giornata

Gazzetta dello Sport, l’assemblea approva la solidarietà con riduzione dell’orario del 15%

Gazzetta dello Sport, l’assemblea approva la solidarietà con riduzione dell’orario del 15%

Calcio, Umberto Calcagno, Vicepresidente AIC: su orari fatti passi in avanti

Calcio, Umberto Calcagno, Vicepresidente AIC: su orari fatti passi in avanti