La Commissione Vigilanza si prepara a sentire Agcom per mettere sulla graticola Rai Pubblicità

Non si allenta la morsa della politica sulla Rai. Il 14 maggio è di scena alla Commissione di Vigilanza il presidente di Agcom Angelo Marcello Cardani, chiamato a riferire sulle ragioni del provvedimento (delibera 60/20 ions) che mette forti paletti alla operatività di Rai Pubblicità, che condizioneranno senza dubbio il suo fatturato. La stessa Agcom che ha anche condannato la Rai a pagare una multa di un milione e mezzo per il mancato rispetto del pluralismo nell’informazione.

Il presidente dell’Agcom Angelo Marcello Cardani (foto ANSA/GIORGIO ONORATI)

Il provvedimento su Rai Pubblicità, varato il 12 febbraio, è stata preso in base ad una istruttoria aperta l’estate scorsa da Agcom (allora già scaduta) sulle politiche commerciali della concessionaria della Rai su cui pesa da un bel pezzo l’accusa, mai dimostrata, da parte dei concorrenti privati di fare dumping, vendere sottocosto i suoi spazi, pur contando sulla risorsa certa del canone (1,7-1,8 miliardi).
Gli attacchi sul tema sono riesplosi nelle settimane scorse, in un mercato delle concessionarie sempre più nervoso per il crollo degli investimenti pubblicitari come effetto della crisi causata dal lockdown da Covid-19, che vede i grandi broadcaster Mediaset, Sky, Discovery, La 7 in una caccia drammatica allo spot concedendo maxi sconti. Una politica a cui è costretta anche Rai Pubblicità se vuole rimanere nel gioco.

A rispolverare la polemica in toni furibondi è il fatto che il 24 aprile il Tar del Lazio ha sospeso in via cautelare la delibera Agcom che è in stand by allungando così i tempi che Rai Pubblicità avrebbe per mettersi in regola secondo le disposizioni di Agcom, che intanto è ricorsa al Consiglio di Stato contro il Tar.

Alberto Barachini (Foto ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

Cosa dice Agcom? L’Autorità impone alla Rai “affinché cessino immediatamente comportamenti analoghi a quelli oggetto dell’infrazione accertata, assicurando il rispetto dei principi di non discriminazione e di trasparenza nella conclusione dei contratti di diffusione pubblicitaria, anche al fine di consentire all’Autorità di verificare il corretto utilizzo delle risorse pubbliche destinate al finanziamento delle attività e della programmazione di servizio pubblico:
1) “di predisporre una proposta di listino, che dia ragionevole evidenza delle modalità di costruzione dei prezzi di vendita degli spazi pubblicitari e delle riduzioni di prezzo (c.d. sconti) effettivamente praticati nel rispetto del vincolo di destinazione del canone al servizio pubblico;
2) “di produrre uno schema di relazione, da inviare periodicamente all’Autorità, sugli spazi pubblicità rivenduti, che indichi i prezzi originari di listino e i relativi ricavi teorici ‘a prezzo pieno’, lo sconto massimo applicabile e i corrispondenti ricavi effettivi conseguiti (differenziando per canale o struttura/centro di costo competente) con conseguente allocazione;
3) individuare misure e formulare proposte, anche di natura organizzativa, finalizzate a garantire che le strategie commerciali adottate nella raccolta delle risorse pubblicitarie non risultino di pregiudizio al migliore svolgimento dei pubblici servizi concessi e concorrano alla equilibrata gestione aziendale;
4) Tali misure dovranno consentire un monitoraggio periodico da parte dell’Autorità”.

In sostanza Agcom, che dà l’idea di non conoscere le modalità del mercato pubblicitario, impone a Rai Pubblicità una rigida disciplina alla libertà di contrattazione con i clienti e alla definizione di una sua politica commerciale.

Un approccio che, oltre a essere un impeachment alla responsabilità manageriale dei vertici Rai, è assolutamente scorretto dei confronti degli investitori che hanno nella riservatezza del loro rapporto con le concessionarie di pubblicità uno dei punti basilari delle loro politiche commerciali. Principio che vale ad esempio nei confronti di Mediaset, di Sky e anche della Rai. Al punto che, nel caso di pubblicizzazioni, si sa che possono partire cause. Questo è uno dei motivi per cui Rai Pubblicità non ha potuto assolvere alle richieste di ‘trasparenza’ richieste dall’Agcom, come spiegherà l’amministratore delegato Gian Paolo Tagliavia che verrà sentito dalla Vigilanza la settimana prossima.

Gian Paolo Tagliavia (Foto ANSA/ GIUSEPPE CATUOGNO)

Se l’autorità è potuta intervenire in maniera unilatera su una concessionaria che opera sul mercato con tetti di affollamenti molto più bassi rispetto agli operatori commerciali a compensazione del canone è grazie all’articolo 25 del Contratto di servizio 2018-2022 che intima alla Rai di rispettare “i principi di ‘concorrenza, trasparenza e non discriminazione nei contratti di diffusione pubblicitaria”. Una norma che sembra fatta ad arte, di cui i consiglieri di amministrazione della Rai e il direttore generale, che hanno firmato il contratto, non si sono accorti.

A rendere ancora più preoccupante la situazione è il conflitto di interesse che domina la Vigilanza Rai di cui due commissari, il presidente Barachini, e il senatore Mulè di Forza Italia sono due ex dipendenti di Mediaset e della Mondadori, aziende della galassia Berlusconi.

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