Vigilanza, zero a zero tra Cardani (Agcom) e Rai Pubblicità: da processo per dumping, a requisitoria contro l’Authority

“Abbiamo rispettato la nostra mission che è quella di applicare la normativa esistente”, ha affermato il presidente di Agcom Angelo Marcello Cardani riferendo ieri pomeriggio in commissione di Vigilanza sul provvedimento su Rai Pubblicità (delibera 61/20/Cons), bloccato dal Tar. Spiegando che si è agito principalmente sulla base del contratto di servizio 2018-2022, che all’articolo 25  chiede alla Rai di rispettare “principi di concorrenza, di trasparenza e non discriminatori nella conclusione dei contratti pubblicitari” e all’Autorità di vigilare sulla loro applicazione.

Una audizione anomala con il presidente di un’Autorità indispettito  dall’essere tirato in ballo a misurarsi
con politici che gli chiedevano ragione anche della delibera sul Pluralismo, quella della maxi multa alla Rai, che ha visto Cardani nel round di ritorno (cortissimo perché il presidente risponderà per iscritto alle obiezioni e quesiti dei commissari) prendersi la soddisfazione di bacchettare la politica che non è riuscita ancora a nominare i vertici di Agcom. “Né io né la mia Autorità abbiamo nulla da rimproverarci. Se fossimo stati mandati a casa alla naturale scadenza ci saremmo risparmiati le delibere oggetto della discussione. Ma una volta prorogati abbiamo utilizzato il tempo per ricordare a tutti, compresa la Rai, che ci sono
regole da rispettare”.

Cardani ha fatto un racconto un po’ notarile e criptico in qualche passaggio, delle ragioni che hanno portato Agcom a fare l’intervento a gamba tesa su Rai Pubblicità che i suoi competitor accusano di fare dumping. Un provvedimento, al momento in stand by per la sospensiva del Tar (impugnata da Agcom al Consiglio di Stato), che tende a porre forti vincoli alla operatività della concessionaria di Viale Mazzini, in un mercato in cui concessionari e centri media si muovono come gli pare.

Angelo Marcello Cardani (foto ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

Agcom secondo la ricostruzione di Cardani ha seguito un iter in due tempi. Con una prima istruttoria aperta a un anno dalla entrata in vigore del contratto di servizio da cui emergeva “un possibile inadempimento” degli obblighi che poi è stato invece accertato e certificato nel secondo procedimento disposto il 23 luglio 2019 che ha avuto come esito la delibera 61/20/Cons del 12 febbraio.
La violazione rilevata da Agcom da parte della Rai “consiste nell’adozione di pratiche non improntate al
principio della trasparenza e della non discriminazione nella vendita degli spazi pubblicitari e dunque in una condotta incompatibile con le disposizioni riconducibili al contratto di servizio che obbligano la concessionaria del servizio pubblico all’applicazione di parametri e condizioni certi e trasparenti nella costruzione dei prezzi di vendita degli spazi pubblicitari in grado di fornire all’Autorità le informazioni e i dati necessari alla misura dell’efficienza di gestione e del corretto utilizzo del canone”.

Nel provvedimento di Agcom – ha ricordato Cardani – si rileva come questa mancanza di trasparenza nella
formazione dei prezzi praticati per la vendita degli spazi pubblicitari sia suscettibile di “favorire una politica commerciale ambigua e potenzialmente lesiva di un corretto assetto di mercato”.
Una visione completamente antitetica a qualsiasi comportamento di mercato.
“In particolare – è scritto da Agcom nel provvedimento – Rai, in quanto operatore pubblico finanziato dal canone, potrebbe utilizzare le entrate da canone per finanziare attività diverse e in virtù di tale sovra- compensazione ridurre le entrate da pubblicità attraverso scelte strategiche volte a praticare sconti elevati sui prezzi di listino a parità di affollamento orario, anziché ridurre l’affollamento, generando possibili effetti distorsivi anche sulla dinamica dei prezzi di mercato”.
Un passaggio in cui Cardani sembra voler dire che la Rai si può permettere politiche di prezzi molto bassi avendo la sicurezza del canone. Ma questo non le fa aumentare quote di mercato e per giunta ha un
effetto distorsivo in quanto innesca un processo al ribasso su tutto il mercato. “Viceversa Rai potrebbe, trasferire gli effetti positivi delle maggiori entrate pubblicitarie su una riduzione annuale delle risorse pubbliche raccolte attraverso il canone versato dai cittadini”.

Quello che sembra il limite di questo provvedimento è di intervenire su un solo player senza contestualizzarlo nel mercato che vede il principale operatore Mediaset al 55% di quota, Rai secondo con il 19,8%, Sky al 13,4%, Discovery al 7% e Cairo al 4,6%, e senza prevedere l’impatto che potrebbe avere limitare un solo concorrente.

Ciò premesso Cardani ha tenuto a sottolineare che il provvedimento adottato “non impone modifiche dei prezzi nè irroga una sanzione alla Rai, ma individua una serie di adempimenti da porre in essere nell’arco temporale fissato dalla legge volti a consentire alla concessionaria di riformulare le politiche e strategie di vendita di spazi pubblicitari orientate a principi di trasparenza e non discriminazione che consentano ad agcom di verificare il corretto utilizzo delle risorse miste da canone e pubblicità“.
DI fatto che Agcom chiede a Rai Pubblicità un radicale cambio di rotta rispetto alle politiche commerciali perseguite finora e in maniera unilaterale rispetto agli altri operatori del mercato che continueranno ad operare con i supersconti e prezzi variabili,
Cardani ha inoltre denunciato con stizza il comportamento della la Rai che “non ha mai dato riscontro alle richieste numerose di fornire dati formulate allo scopo di analizzare l’iter di formazione dei prezzi effettivi di vendita degli spazi pubblicitari” tanto che Agcom aveva avviato un procedimento sanzionatorio finito con l’archiviazione per intervenuta oblazione.

Cardani ha inoltre puntato il dito sul fatto che “ancora oggi Rai non solo persiste nel rifiuto di fornire dati e informazioni disaggregate all’Autorità di controllo, ma contesta in sede giurisdizionale il provvedimento stesso”.

Giorgio Mulè (Foto ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

Nel corso del dibattito seguito Cardani ha avuto due grandi sostenitori Giorgio Mulè l’ ex direttore di Panorama e oggi senatore forzista e Michele Anzaldi, commissario di Italia Viva. Rinasce forse dalle ceneri il patto del Nazareno nell’intento di ridimensionare il servizio pubblico?
Mulè che nelle settimane scorso aveva rilanciato l’accusa di dumping alla Rai dando voce alle denunce del fronte commerciale Mediaset, Discovery e Sky, ha fatto pressioni perché Rai Pubblicità si adegui subito agli indirizzi di Agcom senza aspettare la sentenza. Apprezzando il lavoro fatto da Agcom, ha attaccato a alzo zero la Rai “che oltre a violare le regole basilari del mercato pubblicitario a danno dei concorrenti e soprattutto delle piccole realtà locali si comporta come fosse ‘legibus solutus’ permettendosi di contestare in sede giurisdizionale le delibere dell’Autorità che viene costantemente offesa dall’azienda pubblica”. “La Rai, azienda di stato, se ne infischia di una Autorità dello Stato: non è un paradosso è il livello a cui siamo arrivati” ha stigmatizzato il commissario berlusconiano.

 

Al contrario durissimi sull’operato di Agcom sono andati compatti gli esponenti grillini della Vigilanza. Airola ha rimarcato l’unilateralità dell’intervento di Agcom. “In un mercato opaco solo alla Rai viene richiesto, unico soggetto, di essere trasparente e il rispetto di un listino che non so se esiste. Ma se Rai deve uscire dal mercato – ha polemizzato – lo deve dire il legislatore, non Agcom”.
Primo Di Nicola il vicepresidente M5Stelle ha puntato il dito su una Autorità “che con le ultime delibere dà l’impressione di non essere più un arbitro ma una parte del gioco”. Considerando che non c’è “ traccia nella sua relazione del comportamento degli altri soggetti che agiscono nel campo pubblicitario e in passato hanno pesantemente alterato questo mercato. E non c’è nessuna attenzione sullo strapotere dei soggetti tv nella spartizione delle risorse dell’intero mercato pubblicitario che stanno uccidendo l’editoria cartacea”. “Una questione di democrazia informativa che Agcom ha trascurato, mentre bene avrebbe fatto a raccordarsi con l’Antitrust per regolare gli squilibri del mercato pubblicitario che invece vengono aggravati”.

Primo Di Nicola (Foto ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Nella partita molto accesa è suonata strana l’assenza dal dibattito dei commissari Pd. Pare dovesse parlare Antonello Giacomelli, che da sottosegretario alle comunicazioni è stato un protagonista della facitura del contratto di servizio in vigore e che viene dato come uno dei candidati al futuro consiglio Agcom. Il partito di Zingaretti si chiama fuori dall’accusa di dumping o dalla difesa della Rai?
“E’ stata una giornata complicata di lavori parlamentari – ci ha detto la capogruppo Pd Valeria Fedeli, rimasta prigioniera degli emendamenti per la risoluzione sulla scuola. “Ma questo è un problema importantissimo e recupereremo subito”. Aggiungendo: “Agcom è una Autorità indipendente e fa il suo mestiere. Valeva la pena comprendere le ragioni per cui è stato fatto questo provvedimento. Ma Cardani non ci ha convinto anche perché il modo in cui ha espresso il suo percorso non è stato assolutamente chiaro. Aspettiamo di vedere le risposte scritte alle domande dei commissari, sicuramente ci occuperemo in maniera puntuale di questa vicenda”.

Valeria Fedeli (Foto ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

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