Casaleggio replica a Report: “Rousseau trasparente”. E attacca Ranucci: non a caso in due mesi ha perso il 42% di pubblico

​ “Il giornalismo italiano ogni tanto inciampa nel paradosso del lampione. Il paradosso recita: ‘si cercano le chiavi perdute nella notte soltanto sotto il lampione perché è l’unico posto dove c’è la luce’. Nel caso specifico la luce splende su Rousseau che appartiene (secondo i dati forniti da Report) a quel 7% che ha fatto della trasparenza e della correttezza la sua bandiera, ma ovviamente non sul 93% delle altre associazioni con finalità politiche che non pubblicano neanche il bilancio”. In un lungo post , sul Blog delle stelle, Davide Casaleggio, torna a replicare alla trasmissione tv ‘Report’ che ha dedicato la sua ultima puntata alle fondazioni politiche e lo ha anche chiamato in causa sostenendo che la nomina del ministro della Sanità, Roberto Speranza, è stata frutto di un’intesa tra lui e Massimo D’Alema, presidente della fondazione Italianieuropei. “E il giornalismo di inchiesta per pigrizia o per morbosità si concentra sull’unica cosa illuminata”, osserva Casaleggio.

“Devo dire che ho apprezzato diversi servizi fatti da Report, e credo che servizi così approssimativi e senza fondamenta rischiano di indebolire anche le importanti inchieste che hanno fatto, in particolare sotto la gestione Gabanelli quando la professionalità e l’approfondimento erano un faro e preziosi per tutti noi. Non credo sia un caso che in due mesi abbia perso il 42% di pubblico”, sottolinea.

Quindi, in un passaggio del suo intervento nota:​ “Report chiede che sia pubblica la lista dei dipendenti. Nel caso di Rousseau stiamo parlando di 10 persone che chiunque abbia collaborato a un qualunque evento o allo sviluppo di un servizio ha avuto modo di conoscere con la loro passione e gioia per il progetto. Il tema non è quindi la questione della ‘segretezza’ dei loro nomi, quanto il fatto che si vuole usare la clava mediatica contro singole persone che lavorano per uno stipendio in linea con il mercato privato di 1.600 euro al mese in media”.​ Su “questo sono nettamente contrario. Soprattutto da quando una mia collaboratrice è stata aggredita da una decina di fanatici per motivi politici lo scorso anno. Il fatto di voler esporre mediaticamente una segretaria o un programmatore solo per fare share lo ritengo indegno da parte di una trasmissione di servizio pubblico. Credo che il dibattito politico e pubblico debba appartenere a chi riveste ruoli dirigenziali”, prosegue e – in un passaggio dal titolo ‘Se una trasmissione sbaglia è sufficiente ammetterlo. Ma spesso non lo fa’ – ricorda di aver attivato un’azione legale per diffamazione.

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