Edicola, La strada giusta per il dopo. Gli editoriali del 2 giugno di Verdelli sul ‘Corriere’ e di Mauro su ‘Repubblica’

2 giugno. Gli editoriali di Carlo Verdelli sul Corriere della Sera e di Ezio Mauro su Repubblica,.

Carlo Verdelli (Foto ANSA/GIORGIO ONORATI)

L’editoriale di Carlo Verdelli – Corriere della Sera, 2 giugno 2020

Pochi accadimenti nella storia recente hanno segnato così nettamente un prima e un dopo. Il Muro di Berlino (9 novembre 1989). Le Torri Gemelle, New York (11 settembre 2001). La crisi finanziaria del 2007-2008, culminata con il fallimento di Lehman Brothers. Anche adesso siamo lì, in bilico sulla frontiera ancora incerta disegnata da un virus mondiale e mortale, che ha devastato con una furia improvvisa milioni di vite in ogni continente e mandato all’aria l’ordine costituito delle cose e delle persone. Da noi, piccolo Paese già fragile, molto più che altrove.

Il giorno della Festa della Repubblica cade proprio in questa sottile striscia di mezzo, che separa i lutti e le angosce dell’era, cento giorni, dell’ira del Covid-19, dai mille e più giorni che ci vorranno per ricostruire il tanto che è andato perduto, e possibilmente ricostruirlo meglio di com’era. Questa almeno sarebbe la speranza. Le prime mosse di chi ha una qualche responsabilità nella delicatissima fase della ripartenza non lasciano però grandi spazi all’ottimismo, improntate come sembrano a salvaguardare interessi di categoria o di partito o comunque di bottega, piuttosto che a una rifondazione pensata per il bene di tutti, a cominciare dai più deboli, dai più esposti alla coda lunga del coronavirus. Dice con saggezza profetica Papa Francesco: «Peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla». Ecco, il rischio lo si avverte, camuffato dall’illusione che il prezzo della salvezza di pochi possa essere sopportato dall’emarginazione di molti.

I l Presidente Mattarella è la sentinella sul confine di questo nostro scivoloso presente. Ha scelto di onorare il 2 giugno andando da solo a Codogno, il paese della Bassa lodigiana dove la notte del 20 febbraio è cominciato l’incubo italiano. Per rendere omaggio alle vittime, per confortare i sopravvissuti, per dire grazie a tutti coloro, cominciando da medici e infermieri, che anche a costo delle proprie vite hanno contenuto le dimensioni del disastro.

Un disastro che resta imponente, da qualsiasi lato lo si esamini. Più di 33 mila morti, di cui 27 mila sopra i 70 anni, la metà dei quali soffocati nelle residenze per anziani, uno degli inferni più vergognosi per un Paese civile, con la ricca Lombardia a rappresentarne l’epicentro (primato valido anche per numero complessivo di contagiati e di decessi: no, qualcosa non ha funzionato nella ricca Lombardia). E poi le scuole, con il non invidiabile record di essere state le prime a chiudere e le ultime a riaprire, forse a settembre e comunque dopo tutto e tutti, come se l’istruzione non fosse un bene primario da tutelare e su cui investire. Ma qualsiasi dato si esamini, è da bollettino infausto di guerra. Il 40 per cento delle famiglie faticherà a pagare l’affitto nei prossimi mesi. L’80 per cento delle imprese che hanno riaperto (il 20 per cento che manca rischia di non farlo più) denuncia perdite superiori a metà del fatturato. Si parla come di una fatalità ineluttabile dell’imminente scomparsa di un milione di posti di lavoro, 700 mila nell’ipotesi più favorevole.

Il pacato grido d’allarme del Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, che qualche giorno fa ha annunciato un crollo del Pil del 13 per cento e invocato un patto tra governo, istituzioni e imprese per evitare il baratro, è stato accolto con un generale plauso di approvazione e un’altrettanta frettolosa archiviazione come ipotesi di pura retorica. Ma se il «nuovo contratto sociale» auspicato dal Governatore non prenderà davvero forma e sostanza, la deriva più probabile è che venga sostituito da un «nuovo contagio sociale», sul quale già soffiano con guance rigonfie gli alfieri del «tanto peggio», irresponsabili al punto da anteporre un incasso elettorale da malcontento al destino di un Paese che già nelle prossime settimane, a cominciare dal Consiglio europeo del 19 giugno, si giocherà una fetta importante di questo inatteso presente e del senso che l’Italia deciderà di darsi.

Essere una Repubblica, come è stato deciso nel referendum del 1946, non significa soltanto aver scelto di non avere un re. Ricordava ieri su questo giornale Marta Cartabia, presidente della Corte costituzionale, che Repubblica è un termine carico di storia e di significati. Tra questi, il compito di rimuovere, come da articolo 3 della Costituzione, «gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». Rimuovere gli ostacoli sarà, dovrebbe essere, una delle direzioni di marcia del «dopo» che ci aspetta. Non c’entra il buonismo, e nemmeno l’appartenenza politica: è un dovere, scritto nella Carta che ci siamo dati, e vale come tale nella buona ma soprattutto nella cattiva, o quantomeno difficilissima, sorte.

Proprio al parto della Repubblica, dopo le devastazioni della Seconda guerra mondiale, fa riferimento Mattarella quando collega lo sforzo di unità, che permise all’Italia lacerata di allora di rinascere, alla necessità urgente di ritrovare, nel tempo dell’oggi, quello stesso comune sentire. «Come abbiamo ricostruito il Paese settant’anni fa, possiamo assumere questo 2 giugno come l’inizio della nostra ripartenza». Ritrovare nel momento cruciale di passaggio dal «prima» al «dopo» il vero volto della Repubblica, cioè il perseguimento del bene come bene di tutti.

I tricolori che ancora pendono sbiaditi da qualche balcone, il sentimento nazionale che all’inizio della pandemia provò a reagire al terrore del virus con l’innocente ma collettivo «andrà tutto bene», sono la prova che c’è un’Italia che non ha dimenticato di essere un popolo e si è ricordata del valore di saper resistere. Resistere al male, quale esso sia, da ovunque provenga, dalle viscere della natura come da una brutalità della Storia. Quando la sentinella Mattarella dice «sono fiero del mio Paese», guarda allo straziante «prima» ma indica anche una strada, e un desiderio, per il «dopo» che ci sta aspettando.

Ezio Mauro

L’editoriale di Ezio Mauro  ‘2 giugno, lo spazio repubblicano’ – Repubblica 2 giugno 20202

Si capisce che ci sia poca festa, oggi, per la Repubblica che celebra se stessa in tempi di coronavirus, coi cittadini mascherati da una cautela securitaria e le incognite sulla fine dell’incubo che ci ha sovrastati per mesi, con il recupero di una piena libertà, anche e soprattutto dalla paura.
Ma se ci voltiamo indietro – mentre facciamo il conto dei morti e dell’indebolimento del sistema sanitario coi tagli alla sua rete di welfare materiale – dobbiamo ammettere che se il Paese ha retto, nel suo ruolo sfortunato di cavia occidentale della pandemia, è per una coesione sociale inaspettata in epoca di ribellismi e disuguaglianze, e per un sentimento spontaneo di comunità, miracolosamente sopravvissuto alla predicazione dell’egoismo nazionale selettivo ed esclusivo. ● I segue dalla prima pagina Sono due elementi in controtendenza rispetto ai tempi che abbiamo vissuto, la società che si ostina ad esistere, e la coscienza degli altri che riemerge. Se dalla psicologia sociale li trasportiamo dentro la sfera della politica, vediamo che prendono esattamente la forma di uno spontaneo, magari inconsapevole ma diffuso sentimento repubblicano.
Naturalmente sappiamo che la spinta del male, quando ci minaccia, porta a cercare il bene primario della sicurezza o almeno della protezione nella tutela dello Stato. È quindi in parte un moto naturale, istintivo più che razionale, che ha portato i cittadini a riconoscere all’autorità pubblica un potere disciplinare d’eccezione che comportava restrizioni temporanee alle loro libertà. Per forza di cose ne ha beneficiato il governo, quasi che la gestione dell’emergenza potesse compensare il deficit parziale di legittimità che gli viene dalla mancanza del mandato popolare con il voto. In realtà il mandato dei cittadini all’esecutivo nel fuoco della crisi era più precario, perché non si trattava di un investimento nella fiducia ma nella paura, che tuttavia ha scelto la strada istituzionalmente corretta, rivolgendo le sue attese al vertice politico del Paese: l’unico potere che davanti a un pericolo pubblico deve sedere a capotavola e prendere le decisioni sotto il controllo del Parlamento e della pubblica opinione, con il concorso tecnico della scienza e della medicina, sapendo che questa autorità straordinaria è temporanea e va restituita col declinare dell’emergenza, ripristinando gli equilibri democratici.
È quanto è avvenuto e sta avvenendo. Ma c’è di più, perché la gestione della crisi non è stata interamente delegata. Da un lato infatti i cittadini si sono assoggettati in larga misura alle norme restrittive delle loro facoltà (prima fra tutte la libertà di movimento) che hanno toccato anche la sfera più intima e privata delle relazioni personali e familiari, in una situazione estrema e spesso dolorosa, come ad esempio i funerali delle vittime del virus. Si è trattato, potremmo dire, di una disciplina volontaria, nata non solo da consapevolezza e senso civico, ma anche da una responsabilità nei confronti degli altri, che è il fondamento e l’auto-riconoscimento di ogni comunità civile. La stessa responsabilità e disponibilità manifestata da medici e infermieri, e con loro da tutta la filiera sommersa del lavoro “strumentale”, che ha mandato avanti il sistema Italia nel lungo periodo del blocco e della chiusura delle attività primarie.
Perché chiamare “repubblicana” questa riscoperta del sociale nella nostra vita? Perché, prima di tutto, prende corpo quel principio della Costituzione della Repubblica che all’articolo 32 tutela la salute come “fondamentale diritto dell’individuo” e come “interesse della collettività”, mentre “garantisce cure gratuite agli indigenti”. Sono tre punti di cui oggi, sotto l’urto della pandemia, riscopriamo tutta l’importanza: la riaffermazione dell’interesse collettivo al rispetto dell’integrità fisica e psichica dell’individuo; la segnalazione che la tutela della salute è un diritto sociale, da cui discende il servizio sanitario pubblico e tutta la catena del welfare; la sottolineatura che si tratta di un tema con valore costituzionale primario, tanto che quello alla salute è l’unico diritto che la Carta riconosce come “fondamentale”.
C’è un legame evidente tra i principi della Costituzione (democratico, personalistico, lavorista, pluralista) e la forma di Stato che gli italiani hanno scelto con la Repubblica, cancellando ogni potere che derivi da un principio di autorità svincolato dalla volontà popolare, per costruire una potestà che si basa al contrario proprio e interamente sulla sovranità del popolo, e sulla coincidenza tra governanti e governati. In sostanza quando l’elemento democratico e l’elemento repubblicano s’incontrano e operano congiuntamente l’ordine politico nasce dal basso e non viene dall’alto, e si preoccupa di garantire l’ambito del governo legittimo del Paese ma anche lo statuto dell’opposizione, assicurando la possibilità di alternative nello schieramento politico.
C’è dunque un perimetro repubblicano anche per chi oggi è in minoranza e non solo per chi comanda, anche per chi è più colpito dalla crisi e chiede maggior tutela, e necessariamente anche per chi dissente in modo radicale dalla gestione dell’emergenza e dalle misure adottate dal governo, sentendosi escluso dalla possibilità di una ripresa, tagliato fuori dalla ripartenza. È un sentimento popolare legittimo, che interpella la politica proprio perché viene dal bordo estremo della società, quello in cui disoccupazione e precariato rischiano di diventare esclusione e nuovo proletariato. La politica deve rispondere: tutta. Il governo per primo, com’è ovvio, evitando che negli sconfitti dalla crisi si faccia strada il senso di perdita della cittadinanza. Ma anche la destra politica, separandosi dalla destra di piazza dei forconi, di CasaPound e dei gilet arancioni che negano insieme il virus e la politica, cercando d’istinto la contro-politica e la contro-scienza, mentre inseguono una formula magica che smonti il grande complotto universale, in una declinazione muscolare della superstizione medievale.
La destra ha già visto, pagando un prezzo, come la paura reale del virus abbia spazzato via le paure artificiali fabbricate dal populismo sovranista, prosciugandolo e lasciandolo senza voce. Bisogna scegliere. Tutto, anche il conflitto, può essere giocato dentro lo spazio repubblicano, che è nato per questo. Fuori, c’è soltanto il caos antisistema, quello che Weber chiama «il dominio arbitrario della strada e il potere di demagoghi occasionali».

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