Maurizio Barbieri (Sea e Greater China): “Twitter è la piattaforma ideale di distribuzione anche video, estensione dei brodcaster”

Maurizio Barbieri, responsabile dei progetti sportivi e di giochi on line per SEA e Greater China per Twitter, con oltre vent’anni di esperienza nel digitale, è stato il protagonista della quarta intervista “Sport Leadership Vision” organizzata on line da Matteo Pastore, titolare di MGP Sports Consulting.

“Twitter per definizione è quello che succede nel mondo che sia intrattenimento, news, sport, che sia quello che sta succedendo negli Stati Uniti, che siano gli Oscar o le finali Nba: è il posto dove le conversazioni succedono. Negli ultimi 2/3 anni è diventato un social media-piattaforma di distribuzione video particolarmente efficace, non soltanto per le partnership ma anche per gli sponsor. La mia difficoltà in Asia, è di far capire che Twitter è più grande di quello che la gente sospetta”.
Parte in quarta Barbieri raccontando che i social media sono sempre più content media partner privilegiati per lo sport.

Maurizio Barbieri

Twitter in particolare come si posiziona?
“Adesso l’idea è quella di invogliare i partner a comunicare contenuti e metterli nella condizione di poterli monetizzare. Tanta gente non sa che Twitter è una incredibile piattaforma di monetizzazione sia per i contenuti che vengono pubblicati tutti i giorni, sia per quelli di alto livello come la coppa del Mondo e gli Europei di calcio, come le Olimpiadi, eccetera. Il mio
compito in Asia, fra sport e gaming, è quello di avere il maggior numero possibile di partner cosicché anche i brand che vogliono essere associati a questo tipo di contenuto hanno la possibilità di essere presenti. Questo ci ha permesso di crescere, dal 2016ad oggi quando si diceva che Twitter sarebbe morto abbiamo avuto 17 quartidi crescita continua.
La gente vuole sapere che cosa sta succedendo e il modo migliore continua ad essere Twitter. Quello che dico sempre ai miei partner è: se metti un tuo contenuto su Twitter lo vedranno adesso, se lo metti su YouTube è il Twitter di ieri”.

Stiamo assistendo ad una continua evoluzione della distribuzione dei contenuti sportivi e della visione dei tifosi, con contenuti live fruibili ovunque e in qualunque momento.
“Nel 2008 quando ero a Infront sono stato il primo a chiudere un accordo in collaborazione con YouTube per mettere i contenuti della Serie A e ricordo che mi hanno urlato dietro le peggio cose. Il concetto è che la gente è sui social media, cercare di andarla a prendere da una parte e portarla su un’altra piattaforma è veramente difficile. Come posso avere visibilità per il mio prodotto anche con quelle persone che in questo momento non hanno la possibilità di guardare la partita in diretta? Abbiamo iniziato a farlo con la NFL negli Stai Uniti, un accordo particolarmente scrutinato anche dai media, abbiamo detto: guardate se voi mettete anche le partite live su Twitter avrete più persone che le guardano e vi permetteranno di generare revenue. Noi non abbiamo le possibilità economiche per comprare dei diritti tv e non vogliamo essere distruttivi del modello dei broadcaster, vogliamo mettere i nostri partner nella condizione di dire: tu hai 5 milioni di houshold in Malesia, 5 milioni in Tailandia, ma quelli che non guardano la partita perché non li metti anche su twitter?
E allo stesso tempo gli procuriamo degli sponsor che gli generino più reddito. Adesso c’è la necessità di monetizzare ogni singolo pezzo del prodotto, i diritti costano così tanto che se non li utilizzi tutti e non cerchi di monetizzare ogni singola opportunità ti metti nella condizione di non rientrare dall’investimento. Noi siamo gli unici a fare determinate cose perché ci focalizziamo esclusivamente su quello che sta succedendo, non ci interessano gli hightlights di dieci anni fa o di tre mesi fa, vogliamo essere sicuri che se ci siano delle persone interessate a quel tipo di contenuto riescano a vederlo in qualsiasi posto del mondo, e cerchiamo di monetizzare questo tratto. Noi poi, dopo due ore andiamo a fare altre cose: questa è la nostra vita, non stiamo dieci ore a guardare calcio e parlare di calcio”.

Che rapporto prevede fra broadcasters e Twitter?
“Se sei operatore media se sei un broadcaster e non utilizzi Twitter stai semplicemente facendo male il tuo lavoro, abbiamo la possibilità di mettere in condizione i brand di essere associati a quei contenuti che in questo momento la gente sta guardando. Penso che ci sia ancora una certa difficoltà nel capire che i social media non sono nemici dei broadcaster, ma sono un’estensione della loro attività. Non vado mai da un partner a proporgli un live su Twitter, mi risponderebbe: ho delle persone che pagano 15 dollari al mese se offro il prodotto gratis su
Twitter non funziona. Qua in Asia, soprattutto, c’è ancora la difficoltà, in un mercato che non è ancora maturo come in Europa o negli Stati Uniti, di accettare le nuove tecnologie. Anche se in realtà i dati dicono che la gente passa tutto il tempo qua sopra. Molto probabilmente al prossimo ciclo di grandi eventi, i broadcaster saranno in una migliore condizione per poter
capire che devono allargare questo step, che non c’è nessuno a Bangkok che guarda 380 partite della Premier League, guarda le top six e il resto è praticamente perso. I prossimi 2-3 anni ci sarà un miglior apprezzamento dei social media in generale, che sia uno o l’altro non importa, Twitter non è un competitor di Facebook, o degli altri. La nostra metrica che ci serve per monetizzare sono circa 170 milioni di daily active users ma la nostra unique reach sono 1,3 miliardi di persone. Quelli che non si adatteranno e non capiranno questo trend positivo andranno fuori dal business, moriranno”.

Lo sport entertainment si sposta sempre più sul web, gli eSports rappresentano un’opportunità per le aziende per raggiungere molteplici obiettivi di comunicazione. Anche in Italia avremo arena di gente che guarda sport elettronici come in Asia?
“Il gaming c’è da quando hanno inventato i videogiochi, oggi è a livello globale perché siamo sempre connessi da consolle a mobile, hai possibilità sempre di giocare con altre persone. Poi ti muovi da lì, come noi giochiamo al campetto dell’oratorio fra amici a casa, e ci sono quelli bravi che giocano in serie A. La stessa cosa sta succedendo con gaming a livello di eSport. Quelli veramente bravi sono anche quelli che fanno i soldi.
Quest’industria sta generando miliardi di dollari. Ad esempio una delle difficoltà che ho con uno dei miei partner Tencent nel cercare di convincerli a fare di più su Twitter è che anche se noi gli portiamo dei soldi, loro fanno un miliardo al mese. La cosa positiva è che essendo su Twitter hanno la possibilità di raggiungere un’audience che magari non hanno ancora toccato. Per quanto riguarda gli eSport in questo momento c’è una grande differenza fra il top e la base, i top sono quelli che competono per milioni di dollari. I tornei continuano ad essere organizzati dalle case produttrici dei giochi, Studios come Raiogames, EAgames, Blizzard. Quindi, né a livello globale né locale, non abbiamo ancora un’entità separata che sia in grado di organizzare un torneo in proprio, raccogliendo tutto questo movimento ed in grado di dire: adesso faccio il mio torneo, con differenti giochi, la mia organizzazione e me la gestisco io.

Parlando di sponsor c’è ancora questo mix: ci sono tanti brand nuovi che si affacciano per la prima volta a questo mondo (costretti anche da COVID19 e incuriositi dalla crescita del fenomeno) e quelli del settore intrinsechi che devono per forza partecipare. Con aziende così importanti come EA, Blizzard,… sarà difficile riuscire a scardinare questo sistema e trovare il proprio posto.
Quelli che riusciranno a fare i soldi saranno quelli che gestiranno i team, cioè quelli che investono nei migliori giocatori e fare le gare più importanti, riuscendosi a creare un prorpio ecosistema di successo. Ad esempio, Team One la squadra più famosa di esport al mondo che hanno differenti sport: la proprietà è già passata di mano tre volte, perché c’è sempre tanta gente che è disposta ad investire di più. E’ come investire in un club di calcio: c’è una disponibilità limitata e quindi se sei anche il proprietario di una squadra di eSport fra cinque-dieci anni potrai avere lo stesso livello di clou (infuenza) del proprietario del Manchester United o del Barcellona. A livello di industria, non a livello globale”.

Twitter è apprezzabile anche perché fa sperimentazione durante gli eventi, gli arbitri, la Isocam.
“Noi mettiamo a disposizione dei nostri partner anche delle risorse tecnologiche. L’Isocam ce la siamo pensata seduti a un tavolo con l’NBA: loro ci chiedevano qualcosa di diverso per l’All Star Game, con una serie di sponsor ci siamo inventato Isocam, la telecamera messa su un giocatore, e quale? Diamo la possibilità ai tifosi. Sinergia col partner, col brand e con l’utente. Se non lo stai guardando in tv ma sei sul telefonino, vuoi giocare con noi, vuoi partecipare a questa iniziativa? Ti diamo questa opportunità. Non viviamo più ai tempi dove c’è una interruzione pubblicitaria fra il primo e il secondo tempo, adesso c’è la possibilità di distribuire il contenuto attraverso una serie di piattaforme, ognuna delle quali ha la possibilità di generare maggior engagement, ritention e ricavi. Oltre che con l’NBA l’abbiamo fatto anche con NASCAR, col live streaming su quattro macchine, ovviamente ci sono i costi, ci sono dei
problemi tecnici, ma non insormontabili. Se vuoi raggiungere il cuore degli utenti la maniera più semplice è quella di bussare ai social network: stai rendendo un servizio ai tuoi fans. Mettilo a disposizione, gratis”.

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