Editoria, Crimi: sostegno pubblico volano di innovazione; settore cambierà completamente ma persa occasione per potenziare il digitale

Ripensare il sostegno pubblico all’editoria come volano per la modernizzazione e per lo sviluppo del digitale, cavalcando le possibilità offerte dalle innovazioni tecnologiche.

Vito Crimi (Foto LaPresse/Stefano Cavicchi)

E’ questa la visione di Vito Crimi, ex sottosegretario per l’editoria nel passato governo e attuale capo politico reggente del M5S, che resta fedele alla sua visione nettamente contraria ad un sostegno nel comparto che favorisca rendite di posizione, puntando invece ad un intervento del pubblico che incentivi lo “start” di progetti capaci di offrire nuovi canali di sostentamento per smarcarsi da una crisi di settore che prescinde largamente dalla pandemia Covid. Uno Stato incubatore di innovazione, pronto a sostenere e finanziare start up ma anche progetti di riposizionamento sul mercato in una visione di sviluppo a medio e lungo termine. L’occasione per fare il punto su un tema che Crimi non esita a definire a lui “caro” e che lo vede sempre molto attento, è stato l’intervento quale ospite dell’appuntamento settimanale organizzato dall’Uspi su Fb “Il mercoledí degli editori”. “Non mi occupo di Editoria 5.0 e non ne conosco i contenuti” ci tiene a precisare, ma le idee evidentemente non mancano, anche se “negli ultimi mesi non ci siamo sottratti dall’accettare alcune iniziative di sostegno all’editoria o di rinvio di interventi che non condividevamo, stante la crisi pandemica. Davanti ad alcune proposte del sottosegretario Martella ho dato il mio placet immediatamente, per non far scattare scontri ideologici”.

“Io credo che il settore editoriale cambierà completamente pelle – esordisce Crimi -. Lo Stato deve giocare la partita secondo il principio che la qualità e la credibilità devono pagare, focalizzandosi sulla modernizzazione e sul riequilibrio delle condizioni di mercato. Penso al sostegno dell’editoria locale e di quella digitale da un lato e agendo nel settore dell’advertising dall’altro”. E non esita a fare degli esempi. “Una delle ipotesi potrebbe essere assegnare ad ogni provincia un budget a disposizione dell’editoria locale, favorendo una maggiore concorrenza”. In generale la forma degli incentivi è la soluzione migliore, secondo l’esponente M5S. “Tutto va bene, basta che sia un incentivo a crescere e non ad appiattirsi, non mettersi in gioco. Potrebbe essere un finanziamento quinquennale a fronte di un progetto con un determinato business plan, magari a fronte di garanzie di non licenziamento o di nuove assunzioni”. Altro grande campo è quello della pubblicità, uno dei pilastri su cui si regge l’impresa editoriale, insieme alle vendite. “Un punto su cui intervenire è la gestione dei centri media e la gestione dell’intermediazione pubblicitaria, un grosso tema che riguarda tutti, ma che soprattutto nel digitale dirotta molti soldi: tra investitore pubblicitario e quanto arriva al soggetto finale, c’è troppo in mezzo”. Una questione che attiene anche gli OTT, le Over The Top, con cui “i rapporti dovrebbero essere di una maggiore distribuzione degli investimenti pubblicitari. Oggi l’investimento pubblicitario è estremamente basso. Ed è anche gestito male, c’è un modello di pubblicità che accompagna alcune testate digitali che disturba, non si integra con la fruizione del prodotto e nel tempo stanca il lettore stesso”. Ma il discorso resta prioritariamente l’innovazione, tecnologica e di marketing. “I dispositivi intelligenti possono essere di impulso per l’informazione – osserva Crimi – ma la modernizzazione tecnologica attualmente avviene attraverso due player fondamentalmente, Amazon e Google. Ne servono altri. Ancora oggi poi si chiede informazione come rivolgendosi a un motore di ricerca. Chi troverà un nuovo modo, una nuova via, sarà vincente”. Più in generale “se un prodotto editoriale riesce a dare una penetrazione più capillare, riesce a catturare il lettore, riesce a profilarlo, questo significa avere maggiore capacità anche di raccolta pubblicitaria”. E sulla profilazione degli utenti sgombra il campo da ipocrisie: “Non sono contrario, tanto siamo già tutti profilati ogni volta che apriamo un sito…”.

Crimi sull’altro grande fronte, quello delle vendite ai lettori non esita quindi a riproporre un suo cavallo di battaglia fin dai tempi degli Stati generali dell’editoria da lui varati nel passato governo, quello del modello “Netflix dei giornali”. Ovvero la possibilità, in base ad accordi tra editori, di proporre ai lettori di abbonarsi ad una edicola di giornali, non più ad una singola testata, anche allo stesso prezzo, con un effetto traino di notevole impatto, nell’idea dell’ex sottosegretario all’Editoria. “Ho sempre detto che se gli editori promuovono un progetto di questo tipo lo Stato c’è. Sarebbe veramente una rivoluzione” sottolinea.

Il capo politico reggente del M5S nel corso del dibattito infine non ha esitato a esprimere il suo giudizio su come editoria e informazione hanno risposto ed affrontato l’emergenza della pandemia. Rammaricandosi di come il settore industriale non abbia colto le opportunità che il lockdown ha offerto per un deciso riposizionamento sul digitale e criticando “l’infodemia” che ha colpito soprattutto le grandi testate nazionali. “L’emergenza Coronavirus sta facendo da catalizzatore di un percorso che bisognava avviare prima e che io avevo anche tentato di spingere – osserva Crimi -. Ci si è dovuti confrontare con un calo di vendite dirette legate al lockdown e di maggiore connessione con tv e internet. Malgrado ciò non si è sfruttata la situazione nel senso di dare maggiore impulso a internet e aumentare la potenzialità di un servizio fruibile nel digitale. Bene la stampa locale, cartacea e online, per la sua stretta connessione al territorio. Per quanto riguarda invece l’informazione non ho visto un bel servizio. Ho visto invece un “controservizio” specie da parte delle grandi testate nazionali, meno sulla stampa locale, più concentrata sulla gestione della sanità sul territorio. C’è stata secondo me la tendenza ad esagerare, puntare in una fase molto sulla paura facendo terrorismo, e poi il contrario, gridare alla crisi economica nell’altra, quasi a voler creare a tutti i costi un contraltare”.

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