Italia quart’ultima in Europa per digitalizzazione. Desi: “Bene la preparazione al 5G, ma gravi carenze nelle competenze”

L’Italia perde terreno nella digitalizzazione e resta in coda in Europa. Secondo il Desi, l’indice della Commissione europea che dal 2014 misura il percorso dei Paesi verso un’economia e una società digitalizzate, il nostro Paese si piazza al 25mo posto, arretrando di una posizione rispetto allo scorso anno e tornando ai livelli del 2018. Peggio fanno solo Romania, Grecia e Bulgaria.

I dati precedenti la pandemia indicano che l’Italia è “in buona posizione” nella preparazione al 5G, arrivata al 60% contro il 21% Ue, ma frena (scendendo dalla 12ma alla 17ma posizione) sulla connettività nel suo complesso, facendo registrare un ritmo di crescita più lento rispetto agli altri Stati membri. Analogamente, le imprese italiane presentano ritardi nell’utilizzo di tecnologie come il cloud e i big data, così come per quanto riguarda l’adozione del commercio elettronico.

 

Le carenze più “significative” nello sviluppo del digitale in Italia riguardano però soprattutto “competenze digitali di base e avanzate” che sono “a livelli molto bassi”. Il numero di specialisti e laureati nel settore delle tlc, al 2,8%, è molto al di sotto della media Ue (3,9%). Queste mancanze “si riflettono nel modesto utilizzo dei servizi online, compresi i servizi pubblici digitali”: solo il 74% degli italiani usa abitualmente Internet contro l’85% degli europei.

Rispetto al 2018, la diffusione (“take-up”) complessiva della banda larga fissa è aumentata di un punto percentuale. La diffusione della banda larga fissa ad almeno 100 Mbps è passata dal 9% nel 2018 al 13% nel 2019. La diffusione della banda larga mobile (89 abbonamenti ogni 100 persone) è rimasta stabile rispetto al 2018. Tutti i dati sopra riportati sulla diffusione della banda larga sono inferiori alla corrispondente media Ue.

La copertura delle reti d’accesso di prossima generazione (NGA) ha continuato ad aumentare, ma solo di un punto percentuale, raggiungendo l’89% delle famiglie e superando così di tre punti percentuali la media Ue (86%). L’Italia ha accelerato il ritmo di diffusione della fibra ma resta ancora indietro (con solo il 30%) rispetto alla media Ue del 44% (che tuttavia comprende anche il passaggio delle reti via cavo.

Anche per quanto riguarda i prezzi, l’Italia si posiziona al di sopra della media Ue per tutti i panieri dei prezzi considerati (fisso, mobile, convergente). Il punteggio dell’Italia nell’indice dei prezzi della banda larga è pari a 73 rispetto a una media Ue di 64.

“Nel 2019 l’Italia ha completato la fase I del piano banda ultra larga per le aree bianche e ha assegnato l’ultima delle tre gare d’appalto a Open Fiber, operatore wholesale only controllato al 50% da Enel e al 50% da Cdp. L’attuazione pratica del piano è ora in pieno svolgimento, ma risente ancora di gravi ritardi”, si legge nella relazione. Una delle principali ragioni di questi ritardi risiede nella difficoltà di accedere alle infrastrutture esistenti e di ottenere le autorizzazioni. Una parziale soluzione a questo problema è stata individuata mediante la conferenza di servizi, uno strumento giuridico volto a semplificare le procedure che coinvolgono la pubblica amministrazione e la cui attuazione ha determinato risultati positivi nelle regioni interessate.

Secondo le autorità italiane, a metà aprile 2020, i lavori sono stati avviati in oltre 2.600 comuni e in 600 l’infrastruttura risulta completata. L’Italia sta valutando l’adozione di ulteriori misure nell’ambito della fase II del piano banda ultra larga, che possono comprendere voucher per incentivare la diffusione e definire un piano di investimenti per le aree grigie.
Nelle aree nere si è assistito ad un aumento della concorrenza a livello delle infrastrutture, a conferma dell’andamento degli ultimi anni.

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