Roberto Razzini, Warner Chapell Music Italia: ecco le mie idee per riaccendere la musica

La crisi causata dell’emergenza coronavirus che si è abbattuta sull’industria della musica e dello spettacolo ha portato all’intero settore la consapevolezza di doversi finalmente riconoscere come tale, ossia un comparto vero e proprio e non più un insieme di professionalità che si muovono in ordine sparso privilegiando ognuno le proprie particolarità, e, spesso, eccellenze.

Roberto Razzini, managing director di Warner Chappell Music italiana

Promoter, agenzie, gestori di locali, organizzatori di concerti e festival, operai e maestranze ‘da palco’, artisti, etichette discografiche, uffici stampa, piccoli e grandi imprenditori della musica: tutti si sono trovati a fare i conti con un blocco quasi totale e prolungato delle attività e con una crisi complicatissima di cui è difficile intravedere la fine.

Una situazione eccezionale che però ha spinto le categorie e le associazioni che rappresentano l’editoria musicale, la discografia e la gestione dei concerti dal vivo a istituire un tavolo condiviso per raccogliere idee, istanze e proposte da portare al governo, che ha prodotto una lettera “aperta e dettagliata” che ha individuato in dieci punti gli interventi più urgenti per alleggerire l’impatto estremamente negativo che la pandemia sta avendo sulla nostra filiera (Scarica QUI il documento con le 10 proposte: aumento del fondo emergenze a 200 milioni; contributo a fondo perduto per i mesi ormai persi; sospensione di tasse e contributi per l’esercizio 2020; estensione dei voucher a 18 mesi per i concerti annullati; creazione di un bonus cultura per le famiglie; Iva al 4% per la musica e lo spettacolo; reddito di emergenza per i precari di musica e spettacolo; revisione delle pendenze erariali per gli organizzatori degli spettacoli dal vivo; tavolo di confronto con il comitato tecnico-scientifico e la task force; certezza sui tempi per la ripresa delle attività).
Una lettera che ha preceduto una serie di iniziative social come #Chiamatenoi, #Lamusicachegira o la recente #Iolavoroconlamusica, a cui hanno preso parte artisti e centinaia di operatori e professionisti che con la musica lavorano.

Roberto Razzini, da quasi vent’anni managing director di Warner Chappell Music italiana, ramo editoriale del gruppo Warner Music che gestisce i cataloghi degli artisti e i diritti, uno dei promotori di questo tavolo ci racconta com’è la situazione del mondo della musica di cui le persone spesso hanno poca consapevolezza.

La crisi ha avuto un impatto devastante, ma le cifre sui danni che circolano sono molto varie. Lei che idea si è fatta? Quanto ha già perso il comparto?
Il comparto della musica è vasto e variegato. Conta su una discografia multiforme, tra pubblicazioni, streaming, download, YouTube, Spotify e i diritti fonografici che ne conseguono, oltre che sul reparto dei concerti e della musica utilizzata all’interno di attività commerciali, palestre, discoteche, centri commerciali, bar, ristoranti, persino dal barbiere o dal dentista. A tutto ciò si lega il tema del diritto d’autore. Con lo stop subito dalla musica live, a perderci sono stati gli artisti, le società di booking, gli editori, gli autori. Il danno totale, dato che per la musica live la frenata è stata lunga, potrebbe avvicinarsi al miliardo di euro per il 2020. Perché ci sono almeno 250-300 milioni di fatturato in meno per il diritto d’autore, altri 150-200 milioni in meno legati alla discografia e alla musica registrata, oltre a tutta la parte live che si aggira sui 400 milioni abbondanti. Cifre difficilmente recuperabili in una fase successiva, destinate tra l’altro a crescere man mano si allontana la piena ripresa di queste attività. Anche la sola mancanza o la limitazione delle feste private o di eventi nelle discoteche provoca un danno incredibile.

Realtà poco conosciute a più. Persone che magari stanno attraversando situazioni difficili e poco disposte a solidarizzare con le richieste dei musicisti, spesso considerati gente ricca e famosa.
Difatti la difficoltà nel far arrivare il nostro messaggio al pubblico e alle istituzioni è proprio legato a questo aspetto. Invece si dovrebbe tenere conto che dietro a un artista ci sono autori, musicisti, tecnici del suono, tante figure e professioni. Ad esempio, quando si organizza un concerto a San Siro, di qualsiasi artista, la squadra che va dal personal manager del musicista fino ai facchini o alla security arriva a contare circa 3.500 persone. È un sistema che dà reddito, lavoro e marginalità a molti.

Anche la politica e le istituzioni non sembrano avere una grande considerazione per il settore degli spettacoli.
Questo è un Paese che non ha grande rispetto per la cultura, anche se spesso ci definiamo un museo a cielo aperto. La musica ha un livello di considerazione estremamente basso. Il perché, non lo so. So però che la politica ha sempre utilizzato la musica come strumento di propaganda, come si vede spesso nelle campagne elettorali in cui i politici fanno a gara per sfruttare brani o citazioni di canzoni conosciute e dal grande impatto popolare, magari senza nemmeno chiederne preventivamente i diritti, come se la musica fosse un bene di tutti. Lo è, certo, ma con certe regole. Il diritto d’autore è un istituto molto complesso, che però non ha mai appassionato la politica.

Ghemon

Quali iniziative avete preso per tutelare i vostri artisti?
Abbiamo cercato di mantenere attivo il contatto con i nostri autori e artisti per tenere alto il livello di produttività e dare loro un segnale di continuità. Nel comparto editoriale il lockdown non ha influito nell’immediato in termini economici, dato che i diritti delle utilizzazioni di quest’anno saranno versati nel 2021: l’impatto vero sugli autori arriverà l’anno prossimo, mentre per chi organizza concerti la crisi è già realtà perché ha fermato il flusso di cassa. La musica per noi, però, non si è fermata: durante la quarantena sono usciti dischi come quelli di Ghemon, Nek o Ermal Meta, che grazie alla tecnologia sono riusciti comunque ad avere un battesimo sul mercato, seppur orfani del consueto supporto promozionale fatto dagli eventi instore in giro per l’Italia.

Il riconoscimento del diritto d’autore è un gran problema anche per gli editori. Voi della musica come pensate di agire?
Chiediamo al Parlamento di recepire la direttiva sul copyright approvata nel marzo 2019 dal Parlamento europeo. Un’operazione neutra rispetto ai conti dello Stato, ma molto importante dal punto di vista dei valori per tutta l’industria culturale italiana. In altri Paesi europei, come per esempio in Francia, è stata recepita e lì è già arrivato un provvedimento importante nei confronti di Google… Se il nostro parlamento accelerasse ora su questo procedimento, si sancirebbero nuovi principi e regole di cui potrebbe avvalersi tutta la filiera delle opere di ingegno per ripartire, in un momento di così grande difficoltà. Noi, come industria culturale, abbiamo beneficiato di tutta una serie di tutele fino a quando la rivoluzione tecnologica di fine anni ’90 è arrivata a stravolgere tutto. Sa perché prima era più semplice tutelare i diritti di autori, editori, case discografiche?

Perché?
Perché c’era il prodotto fisico. Esisteva sì la pirateria, quella delle cassette e più tardi dei cd duplicati, ma era considerata marginale, fisiologica. La tecnologia e il digitale hanno smaterializzato il mercato della musica, cosa che molti hanno interpretato come un ‘liberi tutti’. Ma affinché la filiera della cultura possa sostenersi e auto generarsi, è necessario riconoscere agli autori i diritti per l’utilizzazione delle loro opere. Ossia – banalmente – che venga versato loro lo stipendio, il compenso per ciò che fanno. Ma in Italia questo viene recepito quasi come fosse una tassa, cosa che ovviamente non è. È un diritto privato patrimoniale.

Ed è di questo si occupa Warner Chappell?
Warner Chappell gestisce i diritti dei repertori in titolarità o in amministrazione, i proventi del diritto d’autore che maturano con le diverse utilizzazioni che si hanno sul mercato: dalla tv alla sincronizzazzione, cioè l’abbinare una canzone a un’immagine o a un prodotto, un film, uno spot. Oppure quando si duplica un disco o si ascolta un pezzo sulle piattaforme digitali. Tutte le volte che avviene un’utilizzazione o un ascolto ne dovrebbe conseguire la corrispondenza del diritto di autore agli autori: la nostra è un’attività complementare alla discografia. A volte siamo noi a proporre un brano del nostro vasto catalogo per uno spot o altri contenuti, altre è il creativo di un’agenzia a chiederci i diritti di una canzone di successo che vuole utilizzare.

Nek

Cosa è successo della battaglia per la riduzione dell’Iva al 4% anche per i dischi, come succede già per i libri.
È di stretta attualità allineare l’Iva dei dischi a quella dei libri e dare dignità al prodotto musica, che è anch’esso un prodotto di cultura. È un’affermazione di principio ma anche di sostanza, perché ciò che si ricaverebbe dalla differenza tra il 4% e l’attuale 22% alleggerirebbe il peso della crisi. La battaglia sull’Iva risale a tantissimi anni fa, è una questione che non è mai stata affrontata: pensiamo sia un buon momento per farlo, convinti che si debbano affrontare tutti gli elementi che possono andare a vantaggio della filiera della musica.

Marco Castrovinci

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