Solo la tecnologia contro le fake news. Barchiesi, ceo di Reputation Science, racconta la ‘Fake content mitigation’ per intervenire in modo chirurgico

Le fake news, secondo gli ultimi dati dell’AgCom, coinvolgono il 5-11% dell’intera informazione in Italia. Basti pensare che, solo durante l’emergenza #Covid19, sono state oltre 2.700 ogni giorno le false notizie circolanti in Rete, alcune delle quali hanno avuto pesanti ricadute sociali e in Borsa. Un fenomeno che mina le basi del dibattito pubblico e può avere effetti devastanti su reputazione, economia e politica. Sul tema è stato dedicato un webinar “Le fake news nell’emergenza Coronavirus” organizzato da Reputation Science dove l’introduzione è stata svolta dal ceo Andrea Barchiesi, che ha risposto alla domanda su quali sono gli strumenti per contrastare le bufale on line.

Ecco il suo intervento integrale dove racconta del ‘Fake content mitigation’, una disciplina operativa molto sofisticata che necessita organizzazione e alta tecnologia per intervenire in modo chirurgico sulle fake news.

“La tecnologia può giocare effettivamente un ruolo chiave nella lotta alle fake news. Per quanto il tema delle false informazioni sia sempre esistito, solo oggi rappresenta un problema reale, perché le fake news, che prima dell’avvento dei mass media si muovevano molto lentamente, oggi viaggiano alla velocità della rete, verso una platea (se guardiamo solo all’italia) di 49 milioni di utenti, con 35 milioni attivi sui social. È quindi molto difficile rincorrerle e soprattutto disinnescarle. Inoltre non esiste un solo fake, ma diverse tipologie, ed è importante identificarle perché la soluzione deve includerle tutte. La falsità può essere relativa alla fonte citata, al contesto in cui è inserita la notizia, al contenuto stesso che può essere strumentale e ideologico o addirittura manipolato e falsificato attraverso tecniche di ingegnerizzazione come il deep learning (si parla infatti di “deep fake”)”.

“Perfino la satira può entrare in questa classificazione, perché se male interpretata, può dare luogo a pesanti fraintendimenti. All’inizio dell’emergenza sanitaria un meme sulla birra Corona ironicamente associata al virus, circolato su whatsapp e poi dilagato sul resto della Rete, ha fatto perdere all’azienda l’8% in Borsa in una settimana”.

 

Barchiesi ha poi spiegato come “in ogni fake news i diversi aspetti vengano combinati secondo una struttura propria e alcuni elementi chiave caratterizzanti che ne determinano il grado di efficacia e pervasività potenziale, come ad esempio una notizia che contenga una portante (una parte di verità), una deviante (un dettaglio sbagliato), una fonte autorevole citata in modo scorretto e faccia leva su un pregiudizio. La combinazione dei vari elementi può rendere l’impatto esplosivo”.

“Vanno poi ulteriormente distinte le fake news che si viralizzano in modo spontaneo da quelle che hanno una vera e propria regia di attacco alle spalle, la cui creazione e diffusione è quindi pianificata per attaccare obiettivi specifici. Come rilevare, discernere e contrastare la diffusione del falso quindi?”. Barchiesi spiega “ come finora siano stati utilizzati degli approcci non digitali, per risolvere un problema che è prettamente digitale, essendo esploso con la Rete. Ad esempio la creazione dei cosiddetti “portali della verità”, domini informativi dove vengono smentite le bufale. È un approccio inefficace perché gli utenti, non vanno alla ricerca di smentite, ma semplicemente si imbattono nelle false informazioni, che possono trovarsi in qualunque luogo online. I siti di disinformazione in continua espansione e dalla viralità altissima, sono numericamente più numerosi dei portali informativi. Il problema quindi è disinnescare le sorgenti negative, non segnalare i contenuti scorretti (che peraltro così facendo vengono ulteriormente amplificati)”.

Barchiesi sottolinea che “nell’approccio tradizionale mancano molte domande chiave:
– Come trovare le false informazioni?
– Chi certifica la falsa informazione?
– A quale fine è stata creata la falsa informazione?
– C’è dietro una organizzazione o è un esercizio spontaneo?
– L’organizzazione per quale fine ultimo opera?
– Come gestire le false informazioni?
– Che cosa farne?

Qui entra in gioco la tecnologia e l’apporto che può dare all’azione di contrasto alla falsa informazione. Ad esempio la soluzione sviluppata dal nostro team multidisciplinare (ingegneri, data scientist, legal, reputation manager) denominata “Fake content mitigation”, già sperimentata dal Ministero della Salute sul tema dei vaccini, che si basa su tre punti chiave:

IDENTIFICAZIONE: identificare le fake news in tempo reale in qualsiasi luogo digitale
CERTIFICAZIONE: analizzare e classificare le fake news in base a grado e veridicità
CONTRASTO: contrastare le fake news nei loro luoghi di esistenza, attraverso eliminazione, modifica, deindicizzazione, inserimento argomentativo
Si tratta di una soluzione che richiede organizzazione e alta tecnologia”

“‘Fake content mitigation’”, spiega Barchiesi, “è una disciplina operativa che ha regole proprie, richiede il coinvolgimento dell’azienda e trae beneficio dalla sinergia all’interno di un settore. L’azione di contrasto, infatti, per essere efficace deve essere verticale sullo specifico ambito. L’intelligence preposta alla rilevazione e all’identificazione dei contenuti deve essere infatti addestrata sullo specifico argomento, per essere in grado di captare l’informazione potenzialmente fake. Successivamente questi contenuti devono essere certificati da un ente terzo, super partes, attraverso l’attivazione di esperti verticali, in grado di verificare puntualmente ogni singolo contenuto rilevato attraverso uno scheduling ben preciso. Infine sui fake certificati parte l’intervento di contrasto che prevede diversi tipi di azioni, dall’interazione strutturata con i canali portatori di fake news per richiederne la rimozione, la de-indicizzazione, la neutralizzazione, fino all’azione legale nei casi più complessi”.

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