Franco Recanatesi ricorda Sergio Zavoli. “Io ero il pulcino della corsa…”

Franco Recanatesi, bella firma del giornalismo che ha iniziato ‎la sua carriera scrivendo di sport, cosa che fa ancora, pubblica oggi su Corriere dello Sport, un intenso ricordo di Sergio Zavoli, che conosceva bene avendo condiviso con lui momenti di lavoro e di cronache ai tempi eroici dello sport italiano.

Io ero il pulcino della corsa, era già tanto che facessi parte dell’equipe del “Corriere dello sport” che nel settore del ciclismo contava pezzi da novanta come Sergio Neri e Mario De Angelis. Giro d’Italia 1969, lunedì 2 giugno: in una camera al terzo piano dell’hotel Excelsior di Albisola c’è un campione in lacrime sdraiato sul letto, sopra la canottiera grigia le bretelle che reggono i pantaloncini neri da gara, la maglia rosa piegata sulla spalliera di una sedia. Eddie Merckx ha appena saputo di essere stato squalificato per avere fatto uso di sostanze proibite. Doping. Mormora tra i singhiozzi la sua innocenza. Davanti a lui una sola telecamera e un solo microfono sorretto da Sergio Zavoli.

Sergio Zavoli

Dietro la porta, tendendo l’orecchi, appuntai tutto. E quando Zavoli uscì, gli mostrai trionfante il bottino. Da allora entrai nelle sue grazie e il nostro rapporto decollò. Non ho avuto la possibilità di essergli amico, ma di essergli grato sì. Ogni tanto una telefonata, ogni Natale gli auguri, ad ogni incarico un messaggio beneaugurante. Quando nel 2013 venne eletto alla presidenza della Commissione di Vigilanza della Rai, mi rispose: “Non si fanno i complimenti a chi va in guerra”.

Accettò per spirito di servizio, la disciplina come prima regola. Poi il rigore, lo studio, il rispetto… Ma la pianto qui, perché mi accorgo di avere imboccato la strada stucchevole del coccodrillo, per Sergio sarei stato una delusione. Non ricorderò neanche le sue inchieste storiche (“Viaggio intorno all’uomo”, “Nascita di una dittatura”), né l’ardire di immergere il microfono fra le suore di clausura o la telecamera in un manicomio, né i 17 anni al Senato da paladino della sinistra, né la sua presidenza della Rai, né uno dei suoi 50 e passa libri. Mi piace ricordarlo alla sua maniera, con le storie. La sua storia. Come tutto cominciò.
Immediato dopoguerra, Italia sgarrupata. Anche Rimini, città di adozione. Con due amici piantò dei megafoni sul lungomare inventando il “Giornale parlato”. Il top fu la radiocronaca di Ravenna-Rimini: pubblico fitto, città paralizzata. Quell’exploit giunse alle orecchie di Vittorio Veltroni che nel 1948 lo assunse in Rai.

Sergio Zavoli con Walter Veltroni e Silvio Berlusconi alla Festa dell’Unità il 12 settembre 1986. (Foto Wikipedia free cco)

Mi piace ricordarlo a penzoloni con la tuta aziendale sul finestrino della 2100 Fiat della Rai, cercando col microfono la bocca di un corridore. E ovviamente spremere al “Processo alla tappa” il succo del Giro. Che poteva eleggere come protagonista non solo il vincitore, ma anche un gregario o un meccanico, un fotografo o un autista. Perché, citando Aragon, Sergio sosteneva che “solo il normale è poetico”. E a discuterne, sul palco, chiamava non solo Taccone e Gimondi, ma anche Pasolini e Moravia, Brera e Montanelli.

Indro, caro Indro… Lettere, incontri, riferimenti. Un’amicizia di ferro. Montanelli non ebbe dubbi: “Zavoli è il più grande giornalista della televisione”. Penso che poteva tenergli botta solo Enzo Biagi, che peraltro fu il suo traghettatore dalla radio alla tv.
Indro e Federico. Con Fellini, di tre anni più grande, ci fu per anni una telefonata mattutina, molto presto, si svegliavano entrambi intorno alle 7. Commentavano i fatti di attualità, si raccontavano anche i sogni. Sergio sognava a colori. La prima volta che lo confessò, Fellini gli disse di farsi vedere da un dottore. Le chiacchierate si concludeva sempre con “a che ora ci vediamo?”.
Mi scuso se rischio di ricadere nel coccodrillismo, ma devo dire che per me e per tanti che han fatto o fanno il mio mestiere Zavoli è stato un maestro impareggiabile. Ho ripreso un’intervista che mi regalò una quindicina di anni fa proprio sul giornalismo. Ritrovando alcune perle che possono tornare utili alle nuove leve (oltre che far arrossire qualcuno delle vecchie). A tutti: “Non ci sono codici scritti, è sufficiente rispettare se stessi, la professione, il pubblico: la deontologia è questa”; ai telecronisti: “Non dire ciò che si vede, lasciar fare alle immagini se non hai cosa aggiungervi di significativo”; ai giornalisti sportivi: “Non osannare né infierire. Vincitori, prima di tutto, sono la misura, la responsabilità e il sacrificio. Nella vita, se hai le carte in regola, si può vincere anche arrivando secondi o terzi, persino fuori tempo massimo”.
Nel 2001 ha detto basta con la Tv. Aveva 77 anni, mica come tanti che per schiodarli dal teleschermo ci vogliono le guardie. Mi disse: “Ho detto tutto, la gente vuol vedere facce nuove e giovani”. Si è ritirato nella sua casa di Monte Porzio Catone, la perdita della moglie Rosalba nel 2014 lo ha piegato più degli acciacchi dell’età. Non avevano figli, è rimasto solo.

Non sono stati generosi gli ultimi anni con Sergio Zavoli. Ha visto crollare tanti castelli, annegare tante illusioni. A cominciare dalla “sua” tv: “Angela, Minoli, Gabanelli… E poi?”.
Le ultime confessioni le ha offerte a “Repubblica” due anni fa. Riflessioni amare: “Non so se ci sarà ancora una sinistra”. “L’Italia si sta involgarendo ed è senza giovani”. Alla domanda se guarda la tv risponde: “Solo le partite della Roma”.
Ha espresso un ultimo desiderio: essere sepolto a Rimini accanto al suo amico Federico Fellini. Per continuare a sognare. A colori.

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