Il sogno del Festival della Mente nell’anno della pandemia, fra numeri e futuro

Il “Sogno” che dà il titolo alla 17esima edizione del Festival della Mente di Sarzana potrebbe essere oggi quello di tornare a un anno fa: 40 mila persone accalcate a seguire decine di eventi. Oggi invece: mascherine, misurazione della febbre e tanti posti disponibili in meno, per la sicurezza di tutti.Ma la manifestazione diretta da Benedetta Marietti, in corso dal 4 al 6 settembre, non ha abdicato ed è uno dei primi festival a ripartire. Lo  fa metà dal vivo e metà in digitale (con collegamenti, per esempio, a scrittori sparsi per il pianeta: unica defezione Arundhati Roy), registrando il tutto esaurito per numerosi eventi, anche quando il filo conduttore onirico viene svolto parlando (Matteo Nucci) di antichità e della battaglia di Salamina.

Fra gli ospiti intervenuti in presenza a Sarzana, il direttore del Censis Massimiliano Valerii ha articolato il suo speech alternando numeri a racconti. Le cifre sono quelle che fanno paura e che – anche prima della pandemia – spingevano sempre più l’Italia in fondo alla classifica europea. Soprattutto su tre fronti fondamentali, se si vuole immaginare il nostro futuro: le donne (solo il 56,5% sono in attività, a fronte di un 75% tedesco), i giovani (alla laurea arriva solo il 27,7%, mentre abbiamo il primato di Neet, ragazzi non occupati né in cerca di occupazione), il Sud.
Mentre analisi e proiezioni vedevano già l’anno scorso una inevitabile “caduta dal piedistallo del privilegio” non solo del nostro Paese ma di tutto il mondo occidentale (oggi misurando il pil rapportato al potere d’acquisto la Cina ha superato gli Stati Uniti: 27 mila miliardi di dollari, contro 21 mila), è arrivata la pandemia a rendere tutto più complicato.

 

Ma visto che il Festival della Mente è dedicato al sogno (e non all’incubo) non sarebbe giusto limitarsi a fotografare una condizione senza uscita. E così Valerii – con l’aiuto di Freud, di Sartre e della particella “non” – traccia un’ipotesi sull’uomo post Covid. Perché se il sogno rappresenta ciò che “non siamo, non abbiamo, non sappiamo”, questo significa che esiste un margine di libertà verso la conoscenza. Dove i sogni individuali possono (devono) diventare sogno collettivo di una società che si impegna a uscire dall’incubo.

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