La strana coppia Anzaldi-Mulè per tagliare la pubblicità alla Rai

Ci si sono messi due parlamentari di fronti opposti – Giorgio Mulè di Forza Italia e Michele Anzaldi di Italia Viva – per produrre una proposta di legge per buttare fuori la Rai dal mercato pubblicitario. La guerra di Mulè contro le cosiddette politiche di dumpig della Rai è cosa nota. Ex direttore di Panorama, Mulè, senatore del partito di Berlusconi, è molto attento a difendere gli interessi del proprio leader. Anzaldi, ex Pd passato con Renzi, segretario del Commissione Parlamentare di Vigilanza Rai, non fa mistero dell’insofferenza nei confronti dei comportamenti della Rai, che giudica antitetici al servizio pubblico.

La sede Rai di Viale Mazzini (Foto Ansa -ALESSANDRO DI MEO)

I due politici hanno presentato il testo, che alleghiamo di seguito (.pdf), che nell’articolo 1 recita: “Dall’entrata in vigore della presente legge, è fatto divieto alla società Rai-radiotelevisione italiana Spa di percepire, direttamente o indirettamente, per il funzionamento del servizio pubblico generale radiotelevisivo, i proventi derivanti dalle operazioni di vendita degli spot pubblicitari”.

E questa scelta è giustificata dal “fine di assicurare l’indipendenza e il pluralismo dell’informazione, nonché di incentivare l’innovazione dell’offerta informativa” per cui, prosegue il testo, “con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e sentita l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, da adottare entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della presente legge, sono definiti i criteri e le modalità volti ad assegnare la somma corrispondente all’ammontare dei ricavi derivanti dalla vendita degli spot pubblicitari di cui al comma 1 nella misura massima del 70 per cento al Fondo per il pluralismo e l’innovazione di cui all’articolo 1, comma 1, della legge 16 ottobre 2016, n. 198”.

Michele Anzaldi (Foto Lapresse) e Giorgio Mulè (Foto Ansa)

Insomma la Rai secondo il progetto di legge non può incassare i proventi della pubblicità che raccoglie e trasmette ma li deve devolvere al Fondo per il pluralismo e l’innovazione.

Di che cosa si tratta? Lo spiegano sul sito del Dipartimento dell’informazione e dell’editoria: “L’articolo 1, comma 1, della legge 26 ottobre 2016, n. 198, ha istituito, nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze, il ‘Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione’, volto a garantire l’attuazione dei principi costituzionali in materia di libertà e di pluralismo dell’informazione a livello nazionale e locale, ad incentivare l’innovazione dell’offerta informativa e lo sviluppo di nuove imprese editoriali anche nel campo dell’informazione digitale.

L’istituzione del Fondo rappresenta una misura di forte razionalizzazione dell’attuale assetto del sistema finanziario di sostegno pubblico all’editoria che, ad oggi, è sorretto da disposizioni di legge che assegnano al settore risorse in modo disorganico e non programmato. Al Fondo affluiscono tutte le risorse statali destinate alle diverse forme di sostegno all’editoria nonché nuovi canali di finanziamento provenienti dall’extra gettito del canone di abbonamento alla televisione e dal gettito annuale di un contributo di solidarietà da parte d da parte dei soggetti previsti dalla stessa legge (art. 1, comma 2)”.

Per capire meglio, nel Fondo confluiscono le risorse statali destinate all’editoria quotidiana e periodica e quelle mirate all’emittenza radiofonica e televisiva in ambito locale, insieme a una quota delle eventuali maggiori entrate del canone Rai e a un contributo di solidarietà dello 0,1% da parte dei concessionari della raccolta pubblicitaria e di altri soggetti analoghi.

L’idea di Mulè e Anzaldi di far finanziare il fondo con i soldi Rai, che ha un sapore di beneficienza coatta, avrà sicuramente il consenso di tutte le cooperative giornalistiche e piccole emittenti televisive e radiofoniche locali, che godono dei finanziamenti pubblici che non sono mai abbastanza. Ma è anche un modo per far sì che la Rai decida di abbandonare la raccolta della pubblicità che rappresenta costi notevoli traendone solo ricavi per il 30% del fatturato . Se l’operazione riuscisse, il che non è per niente facile, a giovarsene sarebbero tutti gli altri editori televisivi che si contendono il mercato pubblicitario sempre più scarso, a partire da Mediaset insieme a Sky , DIscovery, La7.

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