Giletti: domenica al via ‘Non è l’Arena’. Nel futuro non escludo la politica; sono finito sotto scorta, ma ringrazio Cairo

Massimo Giletti ricomincia “da dove eravamo rimasti”. Nella prima puntata della nuova edizione, al via domenica 27 settembre alle 20,30 su La7 il conduttore ripartirà, con l’intervento del magistrato antimafia Nino Di Matteo, dal tema clou della stagione scorsa, quello delle scarcerazioni dei detenuti mafiosi per l’emergenza Covid che l’ha condotto, dal luglio scorso, a una vita sotto scorta per le minacce dal carcere del boss mafioso Filippo Graviano: “Racconteremo quanti mafiosi sono tornati a casa, avevamo invitato anche il ministro della Giustizia Bonafede, ma ha declinato”.  Dice Giletti presentando la nuova stagione del suo ‘Non è l’Arena’ insieme all’ad de La7 Marco Ghigliani, al numero uno di Fremantle Gabriele Immirzi e alla vicedirettrice di rete Elisabetta Arnaboldi.

Massimo Giletti (Foto Ansa)

Ma non si parlerà soltanto di mafia: “Non smetteremo di occuparci di Covid, nella prima puntata faremo parlare per la prima volta Flavio Briatore, guarito dal virus, e daremo spazio alle polemiche tra virologi”. Nella prima puntata ci sarà anche il primario del San Raffaele Alberto Zangrillo medico curante, al San Raffaele di Milano, di Briatore e Berlusconi. Giletti si dedicherà poi anche al tema degli influencer, con un ampio servizio su Mirko Scarcella e sulla sua attività di portatore di migliaia di like a personaggi in cerca di fama, ora nel mirino delle ‘Iene’ televisive: “Non ci soffermiamo solo su inchieste di mafia e politica, di cui come hanno dimostrato i dati di ascolto dei programmi post elettorali gli italiani sembrano averne abbastanza – ha spiegato Giletti – siamo l’unico programma che fa uno sforzo immane, copriamo quattro ore e mezza”.

“Lasciato solo da troppi colleghi, sono amareggiato”
“Quest’anno è stato umanamente durissimo: ho perso mio padre, ora mi occupo anche dell’azienda di famiglia con i miei fratelli; sono finito sotto scorta, ma devo ringraziare il mio editore Urbano Cairo perché difficilmente avrei potuto fare questa battaglia in un’altra rete”. Giletti ha esternato la sua amarezza per la solitudine in cui, spiega, è stato lasciato dai colleghi nella sua inchiesta sulle scarcerazione dei mafiosi.
“Rifarei tutto, la tv evidentemente serve – ha premesso – i mafiosi stavano tornando a casa, queste sono le vere inchieste, io ho soprannominato il mio gruppo di lavoro ‘gli ammutinati del Bounty’, perché andiamo controcorrente, abbiamo cercato di andare sempre oltre” ha aggiunto, dicendosi dispiaciuto del silenzio di vari colleghi e non solo perché non lo hanno seguito nell’inchiesta sulla scarcerazione dei detenuti mafiosi. “Da molti colleghi non ho ricevuto neanche un messaggino telefonico di facciata – ha detto ancora – se facessi i nomi creerei un gran polverone, ho deciso di essere zen, e in fondo la solitudine è anche un valore. Ma il silenzio delle persone vicine pesa, qui non c’entra Giletti ma il Paese”.
Dalla politica, ha chiarito, la solidarietà non gli è mancata. Dal ministro Bonafede però, ha detto, avrebbe preferito “una presa di distanza pubblica anziché una telefonata privata” dopo le dichiarazioni minacciose del boss Graviano intercettate in carcere dopo le quali vive sotto scorta. Giletti ha quindi denunciato di aver dovuto apprendere delle minacce di Graviano a lui e a Nino Di Matteo dal libro di Lirio Abbate: “Lo trovo sconvolgente, come il fatto di finire sotto scorta soltanto perché si fanno inchieste che disturbano, ma in che paese viviamo?”.

“Non escludo niente, neanche la politica”
“Questo è il mio ultimo anno di contratto con La7, nel futuro non escludo niente, neanche la politica”, dice  Massimo Giletti (quest’estate già indicato da indiscrezioni come possibile candidato della Lega per la corsa alla prossima elezione del sindaco di Torino) aprendo la porta a una possibile svolta in politica, svelando di essere stato contattato più volte: “E’ normale, la politica vede dei nomi e dei volti che fanno ascolti e pensa che possano portare dei voti, il rischio però è poi quello di diventare dei peones”. Ma fino al 30 giugno, ha precisato, si concentrerà sulla tv: “Per me fare tv in questo modo già significa fare politica”.

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