Il Giusto Mezzo lancia un appello perché il Recovery Fund non si dimentichi delle donne e del loro lavoro

‘Next Generation Eu Leaves Women Behind’: fino a che punto le donne rischiano di restare indietro nella gestione e nell’assegnazione del Recovery Fund?Il dibattito lo ha aperto – prima con una lettera aperta al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e una petizione che ha raggiunto le 30mila firme, poi con un confronto su web con rappresentanti del mondo della politica, dell’economia, del giornalismo – Il Giusto Mezzo, movimento che si ispira all’europarlamentare tedesca Alexandra Geese.

Il punto di partenza del dibattito virtuale è uno studio presentato dall’economista Azzurra Rinaldi, che parte da un numero: i 370 miliardi di euro che ci costa il gender gap. Nel senso che la scarsa presenza delle donne nel mercato del lavoro (degli 800mila posti persi a seguito del Covid-19, 500mila riguardano l’impiego femminile) produce un mancato guadagno enorme, e questo si riflette poi su un gettito fiscale ridotto, con ripercussioni quindi su tutti, donne come uomini.

Azzurra Rinaldi

Il Giusto Mezzo non significa quindi ‘femmine contro maschi’, per usare un titolo da commedia cinematografica. Significa trovare la metà del posto al sole ma anche gli strumenti per raggiungerla, insieme possibilmente. Osserva Rinaldi: “Se un +2% del Pil va al settore delle costruzioni e altrettanto al settore della cura, sarà quest’ultimo ad avere un miglior impatto sull’economia del Paese”.

Ma nella prospettiva di impegnarsi per un futuro migliore per tutti, il Next Generation Eu ha in realtà, secondo lo studio dell’associazione, 7 punti deboli. Riguardano le imprese che per accedere al Recovery Fund dovrebbero rispondere a criteri di gender equity, i settori su cui investire e l’importanza della cura (ambito di cui si occupano sostanzialmente le donne, spesso non retribuite), la rappresentanza dei due sessi in pari misura nelle commissioni di assegnazione dei fondi, la possibilità di intervenire su ‘aree di sofferenza’. Una di queste ultime è la burocrazia che in Italia, secondo uno studio dell’università di Goteborg, con un buon livello di efficenza potrebbe far crescere di 70 miliardi il Pil.

Valeria Fedeli (Foto ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Un altro temi trattato nell’incontro virtuale coordinato da Cristina Tagliabue non poteva non essere il pay gap: l’Italia è al 125° (su 153 Paesi) posto al mondo per parità salariale.
D’altra parte, l’uguaglianza di genere andrebbe considerata in diverse fasi del rapporto fra donne e mondo del lavoro: al momento dell’ingresso nel percorso lavorativo (per un’azienda, a parità di competenze, quanto pesa il fattore maschile/femminile nella scelta?), permanenza (capita molto più spesso che tocchi a lei rinunciare, come testimonia la pandemia), passaggi di carriera (il famigerato tetto di cristallo) e ovviamente maternità.

Fra i tanti interventi, quello della senatrice  Valeria Fedeli, che ha chiesto una cosa in particolare al Recovery Fund: di non considerare le donne come uno fra i tanti capitoli da affrontare. Perché equità significa non dimenticare la questione in ognuno dei singoli temi che si sottoporranno al vaglio dell’Europa, vederla da un punto di vista femminile oltre che maschile.

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