Rai, la senatrice Pd, Valeria Fedeli, spiega perchè serve una riforma della legge sul servizio pubblico radiotv

Il testo che pubblichiamo qui sotto è della senatrice Valeria Fedeli, capogruppo PD in commissione parlamentare di vigilanza Rai, che sta lavorando per una riforma della legge sul servizio pubblico radiotelevisivo, e sui metodi di nomina della governante della Rai. In questa lettera documento Fedeli ha parole molto critiche nei confronti dei vertici di Viale Mazzini e spiega l’urgenza di cambiare le regole del gioco e la governance.

Valeria Fedeli (Foto ANSA)

La lettera in cui la senatrice Pd, Valeria Fedeli, spiega la sua proposta di riforma della legge sul servizio pubblico radiotv

La Rai deve cambiare. La crisi sanitaria, economica, sociale e culturale che il Covid 19 ha scatenato a livello europeo e globale investe direttamente il ruolo della più grande azienda culturale del nostro Paese. Non è immaginabile una Rai che si sottragga alle trasformazioni che questa emergenza globale sta imprimendo e continuerà a imprimere non solo nelle nostre vite ma anche sui modelli e i paradigmi di lavoro, di produzione, di consumo, di relazione, di formazione e istruzione nonché sul modo in cui ci spostiamo, comunichiamo, ci informiamo.
Da anni si discute della necessità di mettere l’azienda in condizione di assolvere alla sua funzione di servizio pubblico e di essere e rimanere competitiva sul mercato. Adesso è arrivato il momento di scegliere di farlo. Non c’è in campo solo la tenuta dei conti che pure sta destando grande allarme e preoccupazione. Ma pensare di intervenire solo con misure tampone significa non aver capito che ciò che serve a garantire le competenze che abitano la Rai e il futuro di Viale Mazzini è e deve essere una visione generale, più complessiva, che vada oltre il singolo provvedimento, le singole misure scaglionate nel tempo, incapaci di risolvere confusioni, incertezze, impropri tagli lineari o di prodotti, di intervenire strutturalmente e strategicamente per far compiere al servizio pubblico quel cambio di passo e di mentalità che serve davvero. Penso all’investimento strategico per poter aggiornare le tecnologie utili ai necessari processi di digitalizzazione in cui la Rai deve svolgere un ruolo da protagonista anche rispetto al percorso verso la Rete in fibra unica ultra veloce per garantire a tutte e tutti il diritto alla connessione, superare il digital divide, le difficoltà e le disuguaglianze emerse con tanta evidenza durante i mesi di lockdown.
L’irrompere del Coronavirus ci ha richiamato, e continuerà a richiamarci, alla responsabilità di guidare processi e fasi complesse del nostro tempo con strumenti e risorse adeguate alla sfida. Per questo quando parliamo di Rai dobbiamo tenere presenti la sua missione generale, la sua funzione pubblica, i doveri assunti per l’espletamento del servizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale. E quindi il Contratto di servizio che vincola tutta l’offerta sulle diverse piattaforme, in tutte le modalità, la realizzazione dei contenuti editoriali, l’erogazione dei servizi tecnologici per la produzione e la trasmissione del segnale, la predisposizione e gestione dei sistemi di controllo e di monitoraggio. E’ il Contratto a stabilire, obiettivi, indirizzi operativi, parametri di qualità, tipologie di programmi. E’ al Contratto che si deve far riferimento nell’immaginare un modello di riforma all’altezza di un servizio pubblico radiotelevisivo e digitale e capace di garantire pluralismo, qualità e quell’autonomia e indipendenza che rappresentano la condizione per realizzare una vera diversità di contenuti editoriali, , riconoscibile e apprezzata, rispetto alla tv commerciale.
Quando si arriva a decidere, come sta accadendo in queste settimane, di rinunciare al canale sportivo e a quello in inglese o di accorpare quelli dedicati alla storia e alla cultura, è evidente che siamo già oltre il campanello d’allarme e che il rischio di una Rai snaturata sta raggiungendo livelli di guardia. Si tratta, in tutta evidenza, di scelte gravi che, se confermate, rappresenterebbero una ulteriore perdita per la qualità, la ricchezza, la funzione stessa del servizio pubblico. Un colpo all’identità di questa azienda, alla sua vocazione internazionale, alla capacità di produrre contenuti di grande importanza sul piano dell’approfondimento storico, culturale, di costume e sportivo. Ho già avuto modo di dire cosa penso circa la rinuncia ai diritti web delle Olimpiadi di Tokyo e lo ribadisco: lo considero un errore, un danno per la Rai e per gli utenti che pagano il canone e che hanno diritto di poter seguire anche attraverso il web e social Rai l’evento sportivo più importante del mondo.
Una scelta anacronistica che fa il paio con l’addio al canale in inglese, irragionevole in un contesto sempre più interconnesso e globalizzato in cui è fondamentale comunicare anche al di fuori dei propri confini nazionali, e assolutamente incoerente rispetto all’investimento sempre più importante e strutturale sul digitale che un’azienda come la Rai dovrebbe considerare assolutamente strategico e irrinunciabile.
Che fare dunque? Serve riconoscere che il problema principale sta nella sostanziale paralisi decisionale da parte dei vertici aziendali che restano negativamente vincolati a un sistema basato su un sistema di lottizzazione partitica che non ha ragione di esistere. E’ questo potere di condizionamento che va superato, liberando la governance da questo condizionamento, per superare uno stato di precarietà di fatto strutturale e quindi l’impossibilità, da parte di chi guida la Rai, di prendere decisioni rapide e fare scelte autonome e strategiche in linea con la missione definita nel contratto di servizio. Contemporaneamente bisogna mettersi d’accordo sul fatto che o la Rai fa la Rai differenziandosi sostanzialmente dalla televisione commerciale oppure il finanziamento pubblico, il canone, diventa del tutto ingiustificabile.
Indipendente, plurale, di qualità, digitale e inclusiva dei talenti e competenze femminili: questo deve essere una tv pubblica. Indipendente dal controllo dei partiti; plurale nel racconto della realtà, nella scelta delle tematiche, nella rappresentazione dei bisogni, dei sogni e delle diverse posizioni e sensibilità; di qualità sia dal punto di vista delle professionalità che vanno riconosciute e valorizzate, dei linguaggi, delle tecniche, dei canali e degli strumenti. Indipendenza, pluralità e qualità sono, non a caso, gli assi che fanno della BBC un modello di servizio pubblico capace di produrre informazione di prim’ordine e utili dal punto di vista commerciale. Un modello che la Rai, seconda in Europa per tradizione proprio solo alla BBC, dovrebbe assolutamente assumere.
Così com’è, infatti, la Rai non è all’altezza della sfida di tempi in cui a fare la differenza saranno sempre di più – e non solo nell’audiovisivo ma in tutti i settori produttivi – qualità, autorevolezza, capacità di innovare, propensione al cambiamento, all’inclusione, alla sostenibilità. Oggi le cittadine e i cittadini che pagano il canone per la Rai non ne percepiscono l’utilità e non ne percepiscono l’utilità perché la sua identità è sempre più sfumata: tecnicamente non una tv commerciale ma nemmeno, almeno a giudicare dall’offerta e dalla massiccia presenza di pubblicità, nemmeno un autentico servizio pubblico.
Dobbiamo allora ripensare una Rai fortemente centrata sulla sua mission di servizio pubblico e sulla propria identità. Plurale, culturalmente forte, equilibrata, trasparente sia sul fronte dell’informazione che dell’approfondimento che dell’intrattenimento. Una Rai competitiva rispetto agli altri soggetti commerciali perché capace di differenziarsi da essi, utile al cambiamento che serve al Paese, capace di interpretare le nuove condizioni del presente e di stare da protagonista nello scenario futuro, recuperando autonomia, indipendenza, capacità e rapidità decisionale.
Per questo è fondamentale e urgente che il Parlamento affronti la sfida di una riforma complessiva, in particolare della governance, anche armonizzandosi con le migliori e più innovative esperienze europee e quindi puntando sul forte, prevalente, se non esclusivo finanziamento pubblico. Una riforma, che metta la Rai in condizione di tornare al più presto ad esercitare quel ruolo che l’ha resa per oltre mezzo secolo un punto di riferimento per intere generazioni di italiane e italiani e ad assolvere al dovere di accompagnare l’Italia in questo passaggio così complesso tra un “prima” che non tornerà più e un “dopo” denso di incognite, incertezze, ancora tutto da conoscere e decifrare, ma anche ricco di nuove opportunità da cogliere per realizzare il cambiamento positivo attraverso un modello di crescita e sviluppo più forti, più solidi, più sostenibili e paritari di cui la Rai sia protagonista.

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