Nel 2020 più di 270 giornalisti sono detenuti, quasi 1 su 5 senza un’accusa. Cpj: maglia nera alla Cina

Il 2020 è stato un anno da dimenticare per la libertà di stampa, con un numero record di giornalisti incarcerati in tutto il mondo, di cui 34 per aver pubblicato ‘fake news’. E’ l’evidenza che emerge dal tradizionale rapporto stilato ogni 12 mesi dal Committee to Protect Journalists (Cpj).

Stando al dettaglio dei numeri, al 1 dicembre erano 274 i giornalisti finiti in prigione a causa del loro lavoro, cifra che peraltro non include coloro che sono stati arrestati e rilasciati. Quasi tutti i giornalisti incarcerati in tutto il mondo sono residenti che si dedicano alla cronaca locale. Eccezione per sette reporter con nazionalità straniera o doppia, imprigionati in Cina, Eritrea, Giordania e Arabia Saudita.
Trentasei giornalisti, ovvero il 13%, sono donne.

(Elaborazione Cpj)

Per il secondo anno consecutivo la bandiera nera spetta alla Cina, con 47 membri dei media dietro le sbarre, seguita dalla Turchia con 37. In Egitto invece i giornalisti incarcerati sono 27, e 24 in Arabia Saudita. Quindici sono in prigione in Iran, dove il 12 dicembre è stato giustiziato Ruhollah Zam dopo aver affrontato 17 capi di imputazione tra cui spionaggio e diffusione di notizie false all’estero.
Nell’elenco dei paesi in cui il numero è cresciuto figurano Bielorussia, dove nel corso dell’anno ci sono state proteste per i presunti brogli elettorali, e l’Etiopia.

Il report ha messo in risalto anche i continui attacchi mossi negli Usa ai media dal presidente Trump, citando alcuni numeri che riguardano il paese, teatro – oltre che di elezioni presidenziali infuocate, anche di diverse proteste sociali. Al momento del conteggio, sottolinea Cpj, nessun giornalista risultava in carcere, ma nel corso dell’anno 110 reporter sono stati arrestati o accusati e circa 300 aggrediti, nella maggior parte dei casi dalle forze dell’ordine. Da qui anche un appello al presidente eletto Joe Biden per il ripristino della leadership negli Stati Uniti per la libertà di stampa a livello globale.

A far crescere i numeri anche il Covid. Nel dossier si afferma infatti che l’incarcerazione dei membri dei media è aumentata quest’anno “quando i governi hanno represso la copertura del Coronavirus o hanno cercato di sopprimere le notizie sui disordini politici”. Quasi nel 20% dei casi nessuna vera accusa è stata comunicata, più della metà di quei 53 giornalisti sono in Eritrea o in Arabia Saudita. Due terzi dei giornalisti invece sono stati accusati di crimini anti-statali come il terrorismo o l’appartenenza a gruppi vietati.

Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, si è definito “sgomento” per i risultati del rapporto. In una nota, il leader del Palazzo di Vetro “ha invitato nuovamente i governi a rilasciare immediatamente i giornalisti detenuti solo per aver esercitato la loro professione”, ribadendo “le sue precedenti richieste di sforzi concertati per contrastare la diffusa impunità per tali crimini”. “Nella nostra vita quotidiana – ha aggiunto – i giornalisti e gli operatori dei media sono fondamentali nell’aiutarci a prendere decisioni informate. Mentre il mondo combatte la pandemia di Covid-19 quelle decisioni sono ancora più cruciali e possono fare la differenza tra la vita e la morte”.

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