Commissariamento Inpgi slitterà grazie a un emendamento in Legge di bilancio. Ma nel 2021 saranno lacrime e sangue

Grazie alla legge di bilancio slitterà di 6 mesi, a metà del 2021 il termine per il commissariamento dell’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti. La modifica è attesa con la riformulazione di un emendamento alla manovra che sarà presentata all’inizio della settimana prossima. Ma si tratta solo di una piccola boccata d’aria. Il percorso per un possibile risanamento dei conti dell’istituto, sprofondati nel 2020 a un rosso di 250 milioni di euro, si fa infatti sempre più ripido, difficile e scivoloso. E’ quanto è emerso dal tavolo tecnico aperto a Palazzo Chigi, tra vertici Inpgi, Fnsi, il sottosegretario all’Editoria, Andrea Martella e ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, sul quale nell’ultimo incontro si sono delineate con crudezza le posizioni. E se l’auspicio di un “percorso condiviso e integrato”, espresso dal ministro Catalfo può dirsi facilmente comune, i passi che si profilano a carico dell’istituto dei giornalisti sono durissimi, specie alla luce dello stop posto all’allargamento della platea contributiva Inpgi ai comunicatori, rivelatasi al momento impraticabile. Ma soprattutto l’arco di tempo in cui realizzarli appare drammaticamente stringente.

Sul fronte pubblico l’esecutivo, per scongiurare nuovamente il commissariamento che sarebbe dovuto scattare con il nuovo anno, ha dunque messo in campo con la manovra 2021 una serie di importanti misure di sostegno “temporaneo” all’istituto previdenziale, come la fiscalizzazione integrale degli oneri sociali (Cig, solidarietà, disoccupazione), l’estensione all’Inpgi degli sgravi previdenziali (decontribuzione delle assunzioni di giovani, donne, per il Sud) e lo slittamento dello scudo contro il commissariamento appunto. Ma allo stesso tempo ha posto con chiarezza la necessità di una serie di passi che il vertice dell’Inpgi, “nella sua piena autonomia” si precisa, dovrà valutare in tempi strettissimi per scongiurarlo. Si tratta di misure concrete, sulle quali l’istituto è chiamato a pronunciarsi. Misure molto severe. Come l’anticipo di 10 anni, dal 2017 al 2007, dell’applicazione del sistema contributivo nel calcolo delle pensioni per i giornalisti attivi; un nuovo contributo di solidarietà a carico delle pensioni in essere. Ma anche l’allineamento dei requisiti della pensione di anzianità a quelli del sistema generale, la confluenza di Inpgi 1 e Inpgi 2 (la prima gestione in grave crisi, la seconda, relativa al lavoro autonomo, in attivo di 35 milioni nel 2020). E nuovi tagli ai costi dell’istituto. Un panorama che si estende in prospettiva con altri passi ineludibili, perchè “tutti gli attori in campo: Inpgi, Ordine, categoria sono chiamati a fare la loro parte” sottolineano fonti vicine all’esecutivo. Serve ad esempio una riforma dell’Ordine in modo che possa articolarsi ed accogliere nuove figure professionali, come quella dei comunicatori. E serve che il contratto nazionale giornalistico, in attesa di rinnovo dal 2016, si possa aprire a nuove figure professionali, a cominciare dai profili digitali del giornalismo.

Queste le carte sul tavolo di palazzo Chigi, spiazzato per la mancanza di interventi anche tecnici, di riforma da parte del fronte giornalistico (è il caso dei comunicatori, il cui eventuale passaggio all’Inpgi manca di presupposti giuridici se non si adegua l’Ordine alla loro presenza) su cui l’esecutivo attende risposte a stretto giro, con una precisazione di fondo: l’indisponibilità a proteggere i bilanci dell’Inpgi con l’ombrello della garanzia dello Stato.

Quanto si profila è dunque una cura “lacrime e sangue”, e neppure lontanamente sufficiente, conti alla mano, a risolvere i problemi dell’istituto, anche includendo la confluenza di una prima tranche di comunicatori, quelli pubblici (5.500 posizioni, con una ricaduta economica di 56 milioni di euro sui bilanci) nell’Inpgi, un passo comunque ipotizzabile solo dopo il rinnovo del contratto del pubblico impiego, scaduto nel 2018, si precisa. “Ma è la somma che fa il totale” si osserva da Palazzo Chigi, secondo cui fondamentale è l’avvio di un processo che consenta di poter guardare al futuro, non potendosi più limitare alle attese di un intervento esterno risolutore, come per lungo tempo si è guardato alla confluenza dei comunicatori in Inpgi. Ieri il cda dell’istituto si è riunito in via informale e senza la partecipazione del collegio sindacale per essere informato di quanto emerso. La presidente Marina Macelloni, si legge in un comunicato diffuso al termine della riunione, “ha ribadito che il cda nella sua autonomia è responsabilmente pronto ad analizzare un piano di tagli alle spese e di aumento delle entrate”. Ma ha anche aggiunto che “non c’è soluzione credibile che non passi da un incremento degli iscritti”. Si tratta ora di vedere quali contenuti dare a queste parole. Lunedí è fissato il prossimo incontro del tavolo tecnico.

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