Mentana: social censurano Trump? Da liberale direi no, ma tutti invochiamo stop nei confronti di propagatori di fake news

“Ovviamente la questione pone un intreccio di contraddizioni. E’ chiaro che nel fatto che dei mezzi di comunicazione che hanno sede negli Stati Uniti si trovino a silenziare il presidente in carica degli Stati Uniti c’è un elemento di contraddizione, di sfida. E’ però anche vero che l’uso da parte di Trump dei social è stato sicuramente fuori misura”. Il direttore del Tg La7 Enrico Mentana spiega così, interpellato dall’Adnkronos, la sua posizione in merito all’infuocato dibattito che sta accompagnando la sospensione dai social di Donald Trump, in seguito agli scontri avvenuti a Capitol Hill la scorsa sera.

“Qualcuno -è la spiegazione di Mentana- potrebbe pensare che, se usati scriteriatamente, potrebbero da qui ai prossimi giorni dar luogo ad altri incidenti, senza dimenticare che quelli dei giorni scorsi hanno causato cinque morti”. E’ chiaro che “il primo riflesso liberale è di dire ‘non si può chiudere’, però è anche vero che ormai tutti invochiamo un po’ lo stop nei confronti di propalatori di fake news”, aggiunge.

Il giornalista fa poi qualche esempio, per spiegare meglio che a suo avviso alcune limitazioni possono essere giustificate quando vi è “un interesse prevalente”. “E’ come se ora noi dicessimo che imporre il lockdown è pericoloso perché un domani uno chiude tutto anche se non c’è la pandemia -spiega- oppure, per fare un altro esempio, quando c’è in corso una situazione di attacco terroristico, o una questione di sicurezza, le autorità possono chiudere nella zona i social network per non dare punti di riferimento a chi magari si è trincerato in un luogo”. ‘E’ anche il politico che li ha usati di più per la sua ascesa’

“La questione è un’altra, ed è la natura privatistica dei social network, ed è evidente che è di interesse non solo nazionale ma addirittura mondiale -osserva Mentana- Tutto questo è in mano a privati che peraltro hanno sempre fatto questo”. La materia, dunque, “non è disciplinabile secondo il buon senso novecentesco che è nella nostra cultura, perché siamo in presenza di strumenti sovranazionali che hanno natura privatistica”.

E tutto questo “in mancanza di strumenti pubblici dello stesso tipo. Contemporaneamente, bisogna osservare che tutto ciò avviene a danno del politico mondiale che più ha utilizzato i social network per la sua ascesa”, conclude il giornalista.

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