Lega Serie A, la spartizione politica che quasi faceva saltare l’operazione fondi. Le manovre di Lotito e l’attesa per Dal Pino. E via Rosellini..

Può un affare da 1,7 miliardi di euro rimanere appeso a una poltrona di consigliere federale in un momento di quasi dissesto economico per il calcio, come per molti altri settori dell’economia? Sembra impossibile ma è successo ieri nell’assemblea della Lega Serie A, convocata nelle sale dell’hotel Palazzo Parigi di Milano per eleggere le sue cariche.

Paolo Dal Pino (Foto LaPresse – Alfredo Falcone)

Avrebbe dovuto essere una passerella trionfale per Paolo Dal Pino, il manager lombardo con una carriera ai vertici di Fininvest, Mondadori, Gruppo L’Espresso, Seat Pagine Gialle, Pirelli e Tim, da un anno alla guida della Lega. Dodici mesi nei quali ha costruito l’operazione in grado di portare la Serie A nella modernità del nuovo calcio globale, sotto forma di ingresso della cordata dei fondi Cvc, Advent e Fsi nel 10% della futura media company della Serie A con un investimento da 1,7 miliardi. Il giorno prima dell’assemblea Dal Pino, al termine di un lavoro diplomatico con governo e Figc, aveva anche sbloccato l’impasse burocratica che aveva congelato per qualche settimana gli sconti fiscali sugli ingaggi dei calciatori ‘impatriati’ (residenti fuori dall’Italia nei due anni precedenti il trasferimento nel nostro Paese) introdotti dal Decreto Crescita.

Luigi De Siervo (Foto Piero Cruciatti / LaPresse)

Non è bastato a garantirgli una rielezione tranquilla. Alla fine della prima tornata nell’urna ci sono otto schede bianche e due nulle. La metà della Serie A non ha votato per Dal Pino. La prima reazione è quella di pensare a un colpo di mano di chi non vuole la conclusione della trattativa con i fondi che ha la conseguenza di spostare l’asse della governance della Serie A verso il cda della nuova media-company nel quale entreranno sei componenti (su 12) dei fondi, compreso l’amministratore delegato. È un passaggio mal digerito dal presidente della Lazio, Claudio Lotito, king-maker della politica calcistica italiana degli ultimi dieci anni, fiero oppositore di questa svolta finanziaria che diminuirebbe il suo potere.
Ma ieri tutto è nato da un’altra partita, molto più politica, per questo ancora più difficile da comprendere. Ad azionare la manovra di Lotito è il patto che dovrebbe portare in Consiglio Federale gli ad di Inter e Bologna, Beppe Marotta e Claudio Fenucci. Per Lotito è uno sgarbo insopportabile perché lo priverebbe del suo indispensabile posto di rappresentanza in Figc. Le dieci schede anti-Dal Pino partono dalla necessità di far saltare la coppia Marotta-Fenucci. Non a caso, dopo la prima tornata, Fenucci ritira la sua candidatura con senso di responsabilità. E i granelli di sabbia, rimasti impigliati al centro della clessidra, tornano a scorrere. Un passaggio nel quale è possibile leggere anche l’abilità tattica di chi ha scelto di partire proponendo la coppia Marotta-Fenucci, perché ha creato un’arma di scambio politico con Lotito. Dal Pino viene eletto con 14 voti, Luigi De Siervo è confermato ad con 15 consensi.
Ma Dal Pino ovviamente non può fare finta di niente e si prende 15 giorni di tempo per decidere se accettare. Non sono poche quelle dieci schede ostili. Anche perché, al loro interno, non ci sono solo i fedeli alleati di Lotito, come Atalanta, Verona e Udinese. O il battitore libero Aurelio De Laurentiis, presidente del Napoli. Ma c’è anche la Fiorentina inferocita per le difficoltà nella realizzazione del nuovo stadio voluto dal patron Rocco Commisso e per l’accordo che ha tagliato fuori il suo braccio destro Joe Barone dal Consiglio di Lega (non a caso, i viola hanno votato De Siervo, ma non Dal Pino). E sorprendentemente dovrebbe esserci anche l’Inter, il club più lontano da Lotito in questi anni. La posizione dei nerazzurri, ad ascoltare le indiscrezioni, viene spiegata con un errore di valutazione dettato dalla fretta o da situazioni contingenti legate al momento economicamente difficile di Suning.

Andrea Agnelli (Foto Ansa – EPA/Juan Carlos Hidalgo)

È la summa del metodo Lotito, capace di coalizzare sempre uno schieramento per i motivi più svariati. Il presidente laziale sembra Wolf di Pulp Fiction: risolve problemi. Solo che, risolvendo i problemi di ognuno, crea un problema collettivo. Così è andata ieri. Perché quelle dieci schede imprevedibili sono figlie di questioni di nomina politica, ma diventano inevitabilmente una mina piazzata sulla strada che separa dall’approvazione definitiva dell’ingresso dei fondi, fissata al 27 gennaio, con un’assemblea a distanza che allontana le manovre di corridoio perché elimina fisicamente i corridoi. Anche perché nella seconda tornata Dal Pino non va comunque oltre 14 voti, il minimo che serve secondo il quorum. Non è un plebiscito. Restano all’opposizione Lazio, Napoli, Atalanta, Verona, Fiorentina e Crotone.
È vero che, rispetto alle elezioni di Lega degli anni scorsi, questa fumata bianca è molto più rapida. Ma adesso in ballo c’è un affare colossale. Per questo motivo Dal Pino si prende 15 giorni di tempo per riflettere. Vuole vedere se davvero rientrerà tutto, come gli è stato assicurato da chi ha subito cercato di convincerlo a non lasciare, in particolare Andrea Agnelli (Juventus), Guido Fienga (Roma), Paolo Scaroni (Milan), Enrico Preziosi (Genoa) e Beppe Marotta (a dimostrazione che l’Inter ha rapidamente modificato la sua posizione iniziale). Prima di sciogliere la riserva, il presidente vuole prima assicurarsi che l’ingresso di Cvc, Advent e Fsi sia davvero ratificato da una maggioranza consistente senza ulteriori imboscate.
Nel frattempo è già possibile intravedere una spartizione delle due anime che avrà la Lega Serie A dopo l’arrivo dei fondi. Quella più economica e commerciale, incarnata nella media-company, sarà gestita dalla componente che fa capo ai grandi club del nord. Quella più politica, riconducibile agli attuali organi di Via Rosellini, verrà affidata alla corrente ‘lotitiana’. Si scorge questa suddivisione nella composizione dei due organi nominati ieri dopo l’elezione di Dal Pino e De Siervo. In Consiglio di Lega sono stati votati Scaroni, Luca Percassi (Atalanta), Tommaso Giulini (Cagliari) e Maurizio Setti (Verona). Solo Scaroni può essere considerato lontano da Lotito in questa fase. L’ex ad di Eni ed Enel è anche vicepresidente di Rothschild Italia, advisor di Cvc nell’operazione fondi.

Claudio Lotito (Foto ANSA/ANGELO CARCONI)

Nel cda della futura media-company invece sono stati nominati Agnelli, Fenucci, Fienga, De Laurentiis, Stefano Campoccia (Udinese). Qui il rapporto si inverte. I ‘lotitiani’ sono in minoranza. Il Napoli va per conto suo. Solo l’Udinese è vicina al presidente della Lazio. L’indirizzo sarà ancora più marcato se il ballottaggio per il posto di sesto componente del Cda, nella quota riservata ai club, sarà vinto dall’ad del Sassuolo, Giovanni Carnevali (alleato di Juventus, Roma e Inter), in lizza con dirigente della Sampdoria, Gianluca Vidal. I manager dei fondi intanto osservano con un misto di preoccupazione e incredulità. Ma nessuno vuole tirarsi indietro. È da un anno che si lavora a questo dossier. Il calcio italiano ha bisogno di un salto nel futuro. Tra cinque giorni arriverà la risposta definitiva.

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