Sanremo, la lunga maratona senza effetti sorpresa, il senso di deja vu e solo metà del tempo dedicata alla gara

Condividi

Giancarlo Leone, presidente dell’Apa (Associazione dei produttori audiovisivi), ad di Q10Media, e veterano della Rai e di Sanremo con la responsabilità di ben cinque festival, dal 2012 al 2016, fa un ragionamento su come è andata l’edizione 2021, appena conclusa con un risultato tutto sommato onorevole, ma che rivela una serie di errori di cui la Rai dovrà tenere conto quando inizierà a mettere in cantiere la prossima edizione.

Amadeus e Fiorello (foto LaPresse)

“Amadeus e Fiorello hanno condiviso l’intenzione di non riproporsi per una terza edizione consecutiva del Festival di Sanremo. Saggia decisione, nella consapevolezza che la legge dello spettacolo non ammette che un evento possa ripetersi con le stesse modalità. Un evento televisivo è tale, appunto, se non ripetuto nel tempo e se è in grado di produrre attesa e sorpresa, qualcosa di unico e irripetibile.

Si dirà che il Festival della canzone italiana è comunque sempre di per sé un evento perché contiene gli elementi essenziali per garantirne il successo. In verità non è così. L’attesissima competizione musicale diventa evento nel momento in cui è in grado di rappresentare, ogni anno, una vera novità ed un incontro unico ed originale tra canzoni e spettacolo televisivo.
Ora ci si chiederà se i risultati, inferiori alle attese, del Festival 2021 siano addebitabili, oltre ad una serie di condizioni penalizzanti, anche al fatto che quest’anno la manifestazione non sia stata percepita come evento, in assenza di quel concetto chiave che è l’essere disruptive.

Amadeus e Fiorello hanno dato tutto quello che potevano, hanno proposto tutto ciò che era possibile nell’ambito del loro vasto repertorio. E lo hanno fatto con coraggio, determinazione, grande professionalità e un pizzico di incoscienza. Hanno sfidato la pandemia ed hanno portato nelle case degli italiani cinque serate di spettacolo. Di più non si poteva fare.

Zlatan Ibrahimovic (Foto LaPresse)

Partiamo dai risultati.

Gli ascolti dell’intera edizione 2021 ci dicono molte cose interessanti. L’ascolto medio delle cinque serate è stato di 8.410.000 telespettatori con uno share medio del 46,5%. Rispetto all’edizione precedente, sempre targata Amadeus-Fiorello rileviamo 1.541.000 telespettatori in meno con una riduzione dello share pari all’8,4%. La platea televisiva – cioè le persone che hanno guardato tutti i programmi in onda nella fascia oraria del festival- è stata di 18.081.000 ascoltatori, sostanzialmente in linea con i 18.112.000 dell’anno precedente. In questo contesto appare di interesse il fatto che l’età media del pubblico che ha seguito la manifestazione è diminuita notevolmente: 53 anni in questa edizione rispetto ai 54,4 anni dell’anno scorso.

Gli elementi penalizzanti:
lo stesso schema di conduzione;
il teatro Ariston senza pubblico;
l’assenza di ospiti internazionali di grande richiamo;
la contemporaneità della messa in onda su SKY e DAZN delle partite del campionato di Serie A;
la scelta di puntare su nuove generazioni di cantanti, meno noti o sconosciuti al tradizionale pubblico della tv generalista;
la fruizione crescente di nuove piattaforme tv quali Netflix, Amazon Prime Video e Disney +;
il senso di smarrimento e di preoccupazione che occupa la vita di tutti noi in questa fase di pandemia (e la conseguente diversa propensione ad essere intrattenuti).

Abbiamo dunque messo insieme due fatti: gli ascolti (in calo) e gli elementi penalizzanti che potrebbero aiutarci a capire il perché di questa parziale disaffezione del pubblico televisivo. Tutto ciò non basta. Occorre approfondire ulteriormente e tornare al concetto di evento per individuare le cause del minore ingaggio con il pubblico rispetto alla stessa edizione dell’anno precedente. Ecco mi sono tradito. Forse è proprio l’aggettivo che involontariamente ho usato (“stessa”) che ci soccorre nel capirne di più.

Treccani ci spiega che per stesso si intende “che è proprio quello, che non è diverso o altro da quello di cui si parlava o a cui si allude” e può riferirsi anche a “fatti che si ripetono in modo uguale o simile, fino alla noia”.
Per essere chiari non mi sono annoiato (nel seguire le oltre 25 ore di diretta in cinque serate consecutive su Rai1 (tra le 21 e le 2 di notte) e non ritengo che sia stato lo stesso festival dell’anno scorso. Ma ho avuto la netta impressione, in alcune parti, di “deja vu”, di ripetizione di uno schema che avevo già seguito e metabolizzato nella scorsa edizione, a partire dal duo Amadeus-Fiorello, bravissimi quanto si vuole ma sempre loro, protagonisti unici e debordanti nel modello di conduzione, con elementi di contorno rilevanti ai fini del “fare squadra” ad eccezione di Ibraimovic, utilizzato come elemento seriale in veste ironicamente autoreferenziale, e di testimoni dell’universo femminile scelti tra attrici, modelle, giornaliste, donne della cultura.

Lo stesso schema di gioco dell’anno scorso incentrato sulle due “punte” di conduzione ha probabilmente inciso sulla percezione di mancato evento e su una parziale disaffezione del pubblico. Un po’ come successe con l’edizione 2014 di Fabio Fazio con Luciana Littizzetto (all’epoca ero Direttore di Rai1) dove tutto ruotava intorno a loro come era avvenuto l’anno prima. Anche in quel caso gli ascolti furono deludenti nonostante l’ottimo impianto narrativo dello spettacolo. Anche in quel caso l’evento non fu percepito come tale perché troppo simile a quello precedente del 2013.

Un altro elemento determinante per qualsiasi Festival è la gara, il pathos della competizione.

Quest’anno 26 cantanti “big” e 8 “nuove proposte” si sono affrontati nel corso delle cinque serate: 34 in tutto. Tanti, troppi? Non è questo il punto. Semmai c’è da chiedersi se la carica emotiva, di partecipazione e di tifo per la gara siano stati vissuti dal pubblico a casa così come l’hanno vissuta i concorrenti. La gara dovrebbe essere l’essenza centrale del festival che connota e demarca i confini tra uno spettacolo televisivo e un evento musicale unico nel suo genere.

In cinque ore di diretta televisiva, ogni sera, circa la metà del tempo è stata dedicata alla gara vera e propria e l’altra metà ad altri elementi di spettacolo (i duetti verbali tra i conduttori, gli stand-up comici di Fiorello, le co-conduttrici al femminile, i tanti ospiti musicali, i “quadri” di Achille Lauro, i testimoni delle diverse realtà sociali e culturali, i revival, le reunion, ecc.).

Chi ha seguito il Festival soprattutto per la competizione si è inevitabilmente perso tra i tanti elementi di spettacolo che hanno protratto fino a tarda notte la manifestazione. E chi lo ha guardato soprattutto per lo spettacolo può essere rimasto parzialmente deluso dall’assenza di quegli elementi di sorpresa e di eccezionalità a causa della ripetizione dello stesso schema 2020.

Se ciò è avvenuto lo si deve ad una scelta artistica ben precisa: rendere il festival una maratona. Prolungarlo il più possibile fino ad uscire perfino dallo schema degli ascolti Auditel (la serata finale si è chiusa alle 2.39, ovvero 39 minuti dopo la chiusura delle rilevazioni d’ascolto riferite a sabato 6 marzo).

La maratona appartiene ad une delle più nobili discipline olimpiche. Nel caso del Festival la fatica dell’atleta equivale inevitabilmente allo sforzo del telespettatore. E non tutti reggono il ritmo. Soltanto per fare un esempio. Nella finalissima di sabato circa 13 milioni di spettatori hanno seguito la serata fino alle 23. Un numero importante. A mezzanotte erano rimasti in 10 milioni. Sempre tanti. All’una di notte erano in 7 milioni ed alle 2 in 5 milioni. Non sapremo fino a domani quanti sono rimasti svegli per gli ultimi 39 minuti, decisivi per indicare il podio dal terzo al primo classificato. Dai 13 milioni iniziali ai 5 milioni finali il saldo è consistente: 8 milioni di persone non ce l’hanno fatta ad attendere l’esito della gara (se erano interessati alla competizione) o dello show (se erano interessati all’intrattenimento).

Queste considerazioni portano alla conclusione che il Festival di Sanremo 2021 è stato un grande spettacolo televisivo, onorato da grandi professionisti, prodotto dall’eccellenza editoriale e tecnica della RAI, realizzato tra enormi difficoltà organizzative dovute alla pandemia in corso. Di questo non possiamo che rendere merito al servizio pubblico ed alla sua capacità di trasmettere una maratona televisiva con standard elevatissimi nonostante tutto e tutti. Non è stato un fallimento, anzi.

La capacità di generare l’evento e di farlo percepire come tale è stato invece l’anello debole della catena. E di questo, per la prossima edizione, la RAI dovrà tenerne conto per spiazzare ed incantare con il Festival 2022.

Chi ne avrà la responsabilità e come verrà realizzato lo si saprà molto più in avanti. A me non resta che ricordare ciò che ho detto più volte in passato. Un festival della canzone in poco più di tre ore per sera si può fare, rendendo protagoniste assolute le canzoni in gara e restituendo a Sanremo tutto il senso della competizione canore per cui nacque 71 anni fa. Occorre ricostruire, e per farlo la prima regola è partire dagli elementi essenziali e poi lavorare su quelli accessori, da tenere a freno. Di essenziale c’è una sola cosa su cui puntare: le canzoni. Tutto il resto viene dopo e senza eccedere, se possibile”.