L’ultimo saluto a Marco Bogarelli, “re dei diritti tv”

C”erano la famiglia, parenti , amici , alcune personaggi del mondo sportivo al funerale di Marco Bogarelli falciato inaspettamente dal Covid a 64 anni.

La sua fine drammatica ha riacceso i fari su una figura famosa e contrastata del mondo sportivo. Al di fuori dei retroscena velenosi, ormai inutili, ci piace raccontare il lato umano di un uomo che in privato aveva le caratteristiche della gente di luoghi come sono i paesi del centro Italia.

La famiglia di Bogarelli è originaria di Terzone un paesino al confine tra il Lazio e l’Umbria come racconta un affettuoso ricordo pubblicato da Calcio Mercato che inizia così “Se in una qualsiasi, afosa giornata di metà agosto vi fosse venuto in mente di cercare Marco Bogarelli, il “re dei diritti tv”, fino a qualche anno fa probabilmente l’uomo più potente e più temuto del calcio italiano, non l’avreste certo trovato su un panfilo ormeggiato chissà dove. Sareste dovuti arrivare invece fino a Terzone, un piccolissimo paese al confine fra il Lazio e l’Umbria. Qui il bocconiano Bogarelli era semplicemente Marco: vi avrebbe accolti in calzoncini e maglietta, mentre distribuiva piatti di bucatini all’amatriciana durante la festa delle cantine, o in processione dietro alla Madonna della Cintura, a cui era devotissimo. Un buen retiro, forse qualcosa di più. Un altro mondo, dove nessuno si sarebbe mai sognato di chiedergli notizie sugli esiti di una riunione di Lega, o della bontà dei rapporti col presidente di un certo club.

Dopo aver bastonato duramente il calcio, da un punto di vista economico e spettacolare, ieri il Covid ha anche spezzato il percorso di Bogarelli, che lascia la moglie e le tre figlie all’età di 64 anni. In queste ore la stampa ripercorre la sua dirompente avventura professionale: i primi successi con l’agenzia Media Partners, poi la presidenza di Infront, società divenuta advisor della Lega Serie A per i diritti tv, quelli che al giorno d’oggi tengono in piedi tutta la baracca, e non per modo di dire. Nel 2014 si prese da solo la prima pagina della Gazzetta dello Sport (“Io porto i soldi, chi porta il pallone?”), descritto come “l’uomo chiave del calcio italiano”, tanto per dare l’idea del peso specifico. Suite fissa all’Hotel Gallia a Milano, al De Russie per le trasferte a Roma. Il mondo dei cosiddetti “poteri forti” intorno e sotto di lui. Ma non a Terzone.

In questa frazione di Leonessa, provincia di Rieti, da ieri non ci si dà pace. Elide, la madre di Bogarelli, terzonese doc, la ricordano solo i più anziani, così come il padre Ferruccio, milanese, che andava a caccia nelle campagne circostanti. Marco invece no, lo ricordano proprio tutti, dal primo all’ultimo. Nato a Milano, qui ha trascorso ogni estate dall’infanzia a oggi. Da ragazzino, ricordano ora gli amici, confessava di avere una certa difficoltà nel tornare a parlare con i compagni di scuola, a settembre, dopo essersi immerso nel dialetto locale (timbrica umbro-laziale, livello di difficoltà pro) per due-tre mesi consecutivi. Non ha mai interrotto il forte legame con il paese, ad agosto la sua presenza era immancabile. Spegneva il telefono, dimenticava l’automobile. Dalla sua villa posta in cima al paese scendeva a piedi verso il bar, tutti i giorni. Due chiacchiere con chiunque incontrasse, una vigorosa stretta di mano, magari una partita a carte, un bicchiere di buon vino. Instancabile organizzatore di cene, feste, tornei di giochi popolari. Serate intere ad ascoltare gli stornelli suonati all’organetto, peccato solo che di milanesi non ce ne fossero in repertorio.

Qualcuno non sapeva, fuori da quell’universo parallelo, che diavolo di mestiere facesse. Altri sì, ma nemmeno sfioravano l’argomento. Un po’ per rispetto, un po’ perché non dava appigli. Il calcio? Ogni tanto qualche battuta sulla sua fede milanista, non certo ben vista in un feudo di tifosi laziali (tanto che quella biancoceleste diventò la sua seconda squadra). E poi in campo, nelle partite tra scapoli e ammogliati. Nemmeno lì voleva perdere, mai. Difensore centrale, di quelli che menano. Ma senza cattiveria. Ecco, se c’è una parola che ricorre nei racconti di chi lo conosceva bene, è “bontà”. Lontano dai palazzi, dalle riunioni, dalle noiose trasferte di lavoro, Marco era solo un uomo sorridente, umile, contraddistinto da una generosità ampia ma non esibita. In occasione del terremoto del 2016 – che qui picchiò duro – mise a disposizione la sua casa per chiunque del paese avesse bisogno di un tetto dove ripararsi. Anche per questo (ma non solo), a Terzone di Leonessa ci tengono che il suo ricordo non si limiti a quello di un manager di grande successo. Lì il re girava senza scettro. E incuteva decisamente meno timore che fra i corridoi di via Rosellini.

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