Dove va l’informazione? Intervista ad Alessandra Galloni di Reuters

Futura Network – I media del futuro, tra grandi agenzie e “cittadini giornalisti”

Alessandra Galloni

Dal suo ufficio, anzi dalla sua casa di Londra in questo periodo di lockdown, Alessandra Galloni gode di un punto di osservazione privilegiato sul mondo dei media. È infatti Global managing editor di Reuters, tra le più grandi news agency del mondo, che impiega 2.500 giornalisti e 600 fotogiornalisti in circa 200 località in tutto il pianeta. In passato Galloni ha lavorato per 13 anni al Wall Street Journal e ha ottenuto diversi riconoscimenti compreso l’Overseas press club award negli Stati Uniti e l’Uk business journalist of the year award.

Come ti immagini il mondo dell’informazione da qui a dieci anni?

Premetto che il modello di business della Reuters è molto diverso da quello dei giornali e questo può influenzare la mia visuale. Noi siamo un’agenzia che si rivolge solo in minima parte al consumatore finale e prevalentemente opera “B 2 B”, business-to-business. In sostanza, abbiamo tre settori: il primo è quello finanziario che pubblica tutto ciò che può influire sui mercati. In questo settore abbiamo un solo cliente che si chiama Refinitiv, al quale siamo legati con un contratto trentennale (durerà ancora 27 anni) e che ci dà 325 milioni di dollari all’anno. Refinitiv poi distribuisce all’utente finale. Il secondo settore è la parte che chiamiamo Agency fornisce servizi per i media, dalla Bbc al Corriere della Sera. Solo una piccola parte del nostro reddito proviene dal sito reuters.com e questa è l’unica interfaccia che abbiamo con il consumatore finale.

Il reddito del sito proviene dalla pubblicità?

Si, è una piccola cosa rispetto al resto del nostro fatturato, ma ci stiamo investendo perché ha un grande potenziale di crescita. Questa parte destinata al consumatore è anche molto utile perché ci consente di essere molto attenti a quello che viene effettivamente usato, così da poter tarare la nostra offerta. Per esempio, all’inizio della pandemia tutti erano interessati a temi che andavano dagli ospedali alla Cina, agli sviluppi di questo virus. Tra l’altro noi siamo presenti in 200 posti nel mondo, quindi tutti attingevano alle nostre informazioni. Verso la fine dell’anno abbiamo notato che i nostri pezzi dentro gli ospedali o quelli che parlavano di morte, cioè gli aspetti più agghiaccianti del virus, erano meno letti, mentre l’interesse si era spostato sui vaccini. Continuiamo a scrivere pezzi sugli ospedali, ma chiaramente dovendo scegliere quale storia raccontare sappiamo come orientarci.

Quindi il giornalismo un po’ cambia perché si fa più attenzione al consumatore.

Questo non vuol dire che facciamo solo quello che vuole il consumatore; la linea editoriale la decidiamo noi e se una cosa merita di essere raccontata, anche se pochi la guarderanno, se è nel pubblico interesse, noi la scriviamo. Ma ovviamente abbiamo i mezzi per essere più attenti a quello che richiede il consumatore e questo è un cambiamento del giornalismo che vale per tutti i media.

C’è una evoluzione, nel vostro rapporto con i media?

Molti organi di informazione avvertono la pressione finanziaria, quindi tagliano sulla parte che costa di più: i corrispondenti all’estero e le inchieste più approfondite, mentre noi su questo stiamo investendo tanto. Del resto, le redazioni stanno diventando più piccole.

E più superficiali: ho insegnato per oltre vent’anni in una scuola di giornalismo e mentre gli allievi in passato avevano un giorno o due per scrivere un’inchiesta, di recente dovevano soprattutto imparare a scrivere pezzi in un’ora per l’informazione on line.

Senza dubbio i media che possono permettersi inchieste approfondite stanno diminuendo, ma il ruolo dei giornalisti cambia anche in relazione a quello che sta avvenendo sui social media. C’è molta pressione per essere i primi, ma spesso non si possono battere i social. Prendiamo le proteste degli ultimi anni, dalla Tailandia alla Bielorussia, dagli Stati Uniti alla Russia, adesso con Navalny, fino alla Nigeria. Noi ci siamo, ma non possiamo battere quelli che postano su Facebook o su Twitter. Per esempio, quando il Boeing 737 ucraino fu abbattuto dopo il decollo da Teheran, l’8 gennaio 2020, ci sono state persone che l’hanno visto, hanno fatto la foto, ma dovendo stare attente al rischio di essere denunciate hanno inviato il video ad amici in Gran Bretagna, che da lì è stato diffuso nel giro di pochi minuti. Questo è un tipico esempio di citizen journalism, di quello che noi chiamiamo User generated content, Ugc. Significa che noi usiamo questi contenuti, facciamo tutti i controlli necessari, poi li rilanciamo precisando che si tratta di un Ugc controllato da noi. E questa è una parte della nostra redazione che sta crescendo.

Come si fanno queste verifiche?

Nello stesso modo in cui la faresti se ti arriva il giornalista che ti dice: “ho visto questo” e devi verificare se è vero, e ottenere dei commenti: la stessa procedura. Il controllo è molto importante perché arrivano anche delle bufale. Per esempio, ci sono arrivate delle foto di Kashoggi nell’ambasciata saudita in Turchia. A guardarle poteva anche essere, ma poi siamo andati ad analizzare le foto con gli strumenti che abbiamo, ed era una bufala totale, fatta dai narcos in Messico che usavano per altri scopi queste foto finte. Quindi la velocità dell’informazione è stimolata dai social e per noi è molto importante, ma richiede una continua verifica.

Anche perché l’informazione sui social è quasi sempre di parte…

Infatti. Non tutti lo fanno ma noi ci teniamo, siamo rimasti tra i pochi che sono imparziali quando fanno le indagini.

Il mondo dell’informazione sta diventando più fazioso?

È vero che i giornali, come la politica, stanno diventando sempre più polarizzati. Del resto, quello che si vende oggi è l’opinione; non si vendono più i fatti oggettivi. La gente vuole opinioni, vuole conferme di quello che crede. Tende a andare su quel giornale che asseconda le convinzioni che già ha. Per chi sta nel mezzo, tra una parte e l’altra, ci possono essere anche meno opportunità commerciali.

Quindi l’oggettività è delegata ai grandi soggetti come voi, che possono permettersela. Ma questo non configura la concentrazione del buon giornalismo in poche mani?

Questo è un punto interessante, perché da un lato tutto è diventato più democratico; tutti possono essere cittadini giornalisti. Chiunque può fare un sito chiunque può dire qualsiasi cosa senza fare fact checking. Quelli che invece possono fare le verifiche sono in numero minore, però a livello globale direi che non siamo poi così pochi.

Il data journalism ha delle prospettive?

Assolutamente sì, è il futuro. Tutte le redazioni, soprattutto quelle americane e inglesi, hanno dipartimenti in crescita che trattano i dati. Noi insegniamo a tutti a fare giornalismo sui dati, perché alla fine tutti in misura maggiore o minore si trovano a dover scrivere di dati.

Però non è facile saperli usare…

Appunto. Prendiamo per esempio i Foia, la quantità di dati pubblici resi disponibili nei diversi Paesi dai vari Freedom of information act. Le legislazioni garantiscono la libertà di accesso agli atti pubblici, ma devi sapere come usarli. È interessante perché tantissimo giornalismo adesso si fa su informazioni che esistono nel dominio pubblico, ma che devi essere in grado di cercare, di capire. Esistono anche i giornalisti generalisti, però il mondo del giornalismo, proprio perché esistono tutte queste fonti nuove da utilizzare, cerca sempre di più la propria specializzazione. E non solo nel campo dei dati pubblici: per esempio Linkedin, con il suo incredibile inventario di professionisti, si presta a fare inchieste molto interessanti, sapendolo usare.

Che spazio vedi per il giornalismo interattivo? Intendo quello di certi siti che ti consentono informazioni molto dettagliate. Per esempio, negli Stati Uniti ProPublica ha una pagina la quale scrivendo il nome del tuo medico vieni a sapere se ha preso soldi dalle case farmaceutiche. Oppure l’informazione fatta dal New York Times sul suo sito in occasione delle presidenziali americane, dettagliata persino a livello di contea.

Sì, certo, l’abbiamo fatto anche noi. Lo possono fare i grandi organi di informazione anche perché il giornalismo locale purtroppo fatica a sopravvivere e quindi subentrano i siti dei grandi giornali.

Questo significa che i grandi giornali possono sostituire i giornali locali con un’informazione articolata sul territorio?

Sì e no. Devono provarci perché l’informazione locale è molto importante ed è un grande peccato che i giornali locali stiano morendo. Quello è il vero giornalismo perché alla fine il giornalista deve aiutare le persone a vivere la loro vita e a prendere le decisioni più importanti alla luce delle novità. I giornali nazionali con le loro pagine locali possono cercare di farlo, ma non lo possono fare altrettanto bene perché non hanno fonti così articolate da poter dire se un supermercato offre degli sconti o se una certa scuola funziona male.

Dal vostro osservatorio, con migliaia di media abbonati in tutto il mondo, avete la sensazione di una rarefazione degli utenti?

Abbiamo soprattutto l’impressione della crescita d’importanza della parte multimediale. Mi spiego: i giornali possono rinunciare a una grande agenzia, scegliendo di averne una sola, la nostra per esempio o l’Associated press. Ma questo non vale per la Bbc o per la Rai, che certo hanno molto più bisogno dei nostri servizi rispetto al quotidiano perché produciamo video da tutte le parti del mondo ed è molto difficile che altri possano mandare le persone in tempo, con l’attrezzatura necessaria. Quindi la maggior parte del nostro fatturato con i media deriva da video e fotografie. Poi abbiamo tantissimi giornali, ma solo piccoli contratti.

Insomma, con riferimento ai quotidiani, quello che tu descrivi è un grande processo di ridimensionamento per evitare di chiudere. Ma la carta potrà sopravvivere? Uno studio di Rasmus Kleis Nielsen e Meera Selva del Reuters institute for the study of journalism, quindi in un certo senso tuoi colleghi, dice che il 90% del reddito pubblicitario dei giornali proviene dalla carta.

È vero, la pubblicità on line rende molto meno, ma ormai tutti gli editori investono sul digitale e non sul cartaceo. Chi sopravvivrà col cartaceo? Probabilmente le grandi riviste come l’Economist o il New Yorker, anche se avvertono l’urgenza di pubblicare subito le notizie e quindi mettono on line molto materiale.

I siti di informazione si moltiplicano. Sono vostri clienti?

Più che altro quelli molto grandi come Yahoo, Apple news o Msn, il sito di news della Microsoft, che hanno un problema di velocità. Gli altri sono soprattutto siti di approfondimento, possono aspettare di avere gratis le notizie su cui lavorare.

Ma c’è spazio per i soggetti più piccoli?

Devono trovare il modo di distinguersi, poi se vanno bene vengono comprati da una grande catena. Però tantissimi sono morti o dopo un periodo iniziale hanno dovuto ridimensionarsi, come Buzzfeed che ha dovuto rinunciare a molti uffici di corrispondenza fuori dagli Stati Uniti.

Hai detto che voi utilizzate materiale anche dai social, lo verificate e lo rilanciate alla vostra clientela specificando la fonte. Ma l’utente dei social ha anche lui questo feedback?

Certamente. Abbiamo anche noi un reparto social, con Reuters Twitter e Reuters YouTube, per esempio. E veniamo riconosciuti come fonte che dice la verità. Ovviamente la informazione che diffondiamo gratuitamente, sul sito e sui social, non ha la stessa tempestività di quella che diamo ai clienti paganti, per i quali l’immediatezza è fondamentale, sia che si tratti di decidere quale operazione finanziaria fare, o come organizzare la copertura di un evento nei servizi della giornata. Ma comunque la nostra informazione gratuita è molto ricca.

Da qualche tempo nel mondo dei media si discute come raccontare la crisi climatica. Voi come vi siete attrezzati?

Noi facciamo tantissimo. Abbiamo un senior editor che lavora con giornalisti di tutti i settori. In questi giorni abbiamo stabilito le nostre priorità per il 2021. Innanzitutto ci focalizzeremo sulla diplomazia climatica, che è di nuovo molto importante con il ritorno degli Stati Uniti al tavolo delle trattative e con la prospettiva della Cop 26 di Glasgow. Ci occupiamo molto di finanza climatica, la cui importanza è stata sottolineata anche da Mark Carney, l’ex governatore della Banca d’Inghilterra che è ora inviato speciale dell’Onu per le Iniziative e la finanza climatica. Anche Christine Lagarde, la presidente della Bce, parla moltissimo di climate finance. Poi c’è la parte scientifica, la ricerca sullo stato dell’atmosfera e del pianeta, su cui produciamo tantissime foto e video perché certo è un tema più facile da illustrare e la domanda di questo tipo di servizi è molto aumentata. E poi la biodiversità, le grandi catastrofi climatiche come gli incendi in Australia e in California. Tutto questo è molto richiesto, soprattutto dalle televisioni. E ancora, la transizione energetica, come cambiano le aziende petrolifere, la crescita delle rinnovabili…

E la parte sociale? Per esempio, l’impatto della siccità in Africa che mette in moto 200 milioni di migranti?

Seguiamo questi eventi sia per il loro significato in termini economici sia per l’impatto sociale. Come dicevo, noi facciamo una programmazione annuale e tutto quello che ha a che fare col clima è diventato molto importante.

Immagino però che l’anno scorso le vostre priorità siano state sconvolte dalla pandemia.

Certamente, abbiamo imparato che comunque bisogna essere flessibili. Avevamo una sezione importante che si occupava dei temi sanitari ma l’abbiamo dovuta raddoppiare; mentre pensavamo di investire fortemente sulle Olimpiadi che invece sono state spostate a quest’anno. Se ci saranno.

a cura di Donato Speroni

Martedì 02 Febbraio 2021

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