Cina e (assenza di) libertà di stampa. Corriere.it racconta la storia del corrispondente della Bbc costretto a lasciare il Paese

Guido Santevecchi su Corriere.it racconta l’emblematica la storia di John Sudworth, corrispondente della Bbc in Cina.

 

John Sudworth è corrispondente della Bbc in Cina. Per nove anni è stato di base tra Shanghai e Pechino, raccontando la realtà davanti ai suoi occhi e portando la telecamera anche nello Xinjiang, dove ha cercato notizie sui «campi di rieducazione» per un milione di uiguri, che secondo numerose testimonianze sono campi di detenzione e lavoro forzato. Il governo cinese sostiene che si tratta solo di «istituti professionali che attraverso il lavoro combattono l’estremismo». È noto che le accuse hanno portato Unione Europea e Stati Uniti a imporre sanzioni su alcuni dirigenti comunisti dello Xinjiang e la Cina a reagire con una raffica di contro-sanzioni. John Sudworth è finito in mezzo a questo scontro, ha subìto intimidazioni dal ministero degli Esteri cinese, dalla stampa statale, dai troll nazionalcomunisti dei social network mandarini e alla fine di marzo è stato costretto ad andarsene in fretta. Ora è a Taipei, dove continuerà a lavorare per la Bbc.

Negli ultimi giorni la pressione si era fatta insostenibile. Sudworth, d’accordo con la direzione della Bbc, ha valutato che restare in Cina era diventato troppo pericoloso. Il visto di lavoro gli veniva rinnovato di tre mesi in tre mesi, solo all’ultimo momento, il ministero degli Esteri continuava ad accusarlo di produrre «fake news» (una frase diventata di moda anche a Pechino, ispirata dall’abuso che ne fa la politica occidentale). Quando Sudworth ha deciso di partire con la moglie, reporter della tv irlandese e i tre figli piccoli, poliziotti in borghese lo hanno seguito per tutta la strada fino all’aeroporto e al check-in. Il Global Times, fratello in lingua inglese del Quotidiano del Popolo, ha esultato e denunciato: «Si ritiene che il famigerato corrispondente Sudworth si nasconda a Taiwan, inseguito dalla paura di procedimenti giudiziari a suo carico per le continue notizie false sulla Repubblica popolare cinese».

Secondo il ministero degli Esteri di Pechino, l’unica cosa che il giornalista doveva temere erano le cause per diffamazione intentate da privati cittadini cinesi sdegnati dai suoi servizi. Come dire che, restando, il giornalista avrebbe rischiato di finire in tribunale e magari in carcere. Curiosa circostanza: la Bbc veniva sistematicamente oscurata dalla censura quando mandava in onda una notizia con la parola Cina, Xinjiang, Hong Kong, Xi Jinping, Taiwan… E a febbraio, Pechino ha spento il segnale del World Service Bbc. Le informazioni di John Sudworth, il pubblico cinese non le ha mai potute ascoltare e vedere.

P.S. In Cina ho incrociato John tante volte, siamo stati insieme nel 2016 anche in Nord Corea, un altro Paese non proprio facile da raccontare. L’inviato della Bbc indossava giacca e camicia formali, ma sotto i pantaloni spuntavano scarponcini alti con suola rinforzata, da campagna: è il tipo di giornalista che consuma le scarpe per trovare le notizie. Pratica deplorevole in Cina, dove il ministero preferisce fornire le veline alla stampa statale (e possibilmente anche a quella internazionale).

Qui il racconto di John Sudworth sulla Bbc.

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