Rimosso a Napoli l’altarino del boss Sibillo. Di questa aberrante forma di comunicazione della camorra ne parla ‘Prima’ in edicola

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È stato rimosso dalle forze dell’ordine, tra le proteste dei familiari, l’altarino dedicato a Emanuele Sibillo, il capo della cosiddetta “paranza dei bambini”, gruppo di fuoco attivo nel centro storico di Napoli, ucciso il 2 luglio 2015 in via Oronzio Costa durante la ‘guerra’ con la ‘famiglia’ Buonerba.

Foto da Il Mattino

 

Murales e edicole in memoria dei camorristi, spesso giovani, finiti ammazzati: il prefetto di Napoli Marco Valentini ne ha deciso la rimozione, appoggiato dal quotidiano in una battaglia per far capire ai napoletani che sono forme di comunicazione della camorra.

La crociata anti altarini, di Franco Recanatesi

Quando Marco Valentini, romano, 56 anni, ex alto commissario Antimafia, un servitore dello Stato di poche parole e rapide decisioni, da un anno appena prefetto di Napoli, ha dichiarato una guerra sottile alla camorra – non a colpi di pistola, ma a colpi di piccone e spruzzi di vernice – al suo fianco ha trovato mezza città e il principale quotidiano.
Si racconta che Valentini, nominato nel gennaio del 2020, appena insediato volle fare una passeggiata attraverso il centro storico, fra i vicoli dei Quartieri Spagnoli, Forcella, Spaccanapoli. E che fosse rimasto meravigliato di fronte al numero e alla ricchezza di murales, altari votivi, cappelle, striscioni, dedicati a camorristi caduti sotto il fuoco di famiglie rivali o di forze dell’ordine. Tornato in ufficio, ordinò un censimento, con nomi, cognomi e brevi cenni biografici, di tutte le edicole e le immagini presenti in città. Poi chiese al Comune di procedere alla rimozione di ogni opera che esaltasse figure di delinquenti. Dichiarando in un’intervista al Mattino: “Comprendo il dolore per le vite spezzate, ma non sono eroi e c’è il rischio di emulazione”. Era il novembre scorso. Da allora, fiancheggiando la prefettura, il quotidiano fondato nel 1892 da Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao ha scatenato una campagna massiccia come mai si ricorda nella sua storia ultrasecolare.
L’attuale direttore è Federico Monga, barbuto torinese di 48 anni, che nel giugno del 2018 prese il posto di Alessandro Barbano, licenziato in tronco, in un mare di polemiche, dall’editore Francesco Gaetano Caltagirone. Assai critico verso il sindaco Luigi De Magistris (“Napoli è amministrata malissimo, basta attraversarla per rendersene conto”), Monga ha colto al balzo il progetto di Valentini, affidando il pacchetto d’assalto al capocronista Gerardo Ausiello, classe 1981, lui sì napoletano verace, che per primo (attraverso la redazione esterna dell’inserto ‘Grande Napoli’) sollevò il caso dei simboli identitari camorristi denunciando la presenza di un quadro che portava il nome di Lorenzo Nuvoletta come donatore in una chiesa di Marano. Nuvoletta era la famiglia camorrista che nel 1985 ordinò l’uccisione di Giancarlo Siani, giornalista del Mattino troppo curioso. A seguire, le dichiarazioni imbarazzate e imbarazzanti del parroco, don Salvatore Trionfo, una sorta di don Abbondio alla partenopea (“Non dobbiamo ergerci a giudici di nessuno, siamo tutti peccatori”), sconfessato poi dal vescovo don Mimmo Battaglia, che ha fatto rimuovere l’opera.


A capo di una pattuglia di una decina di cronisti, Ausiello ha cominciato a scoperchiare una pentola che, tra l’indifferenza di chi la città è stato chiamato a governare, bolliva da anni; anzi, da secoli, poiché le edicole votive cominciarono a fiorire nel centro di Napoli nel 1700, su iniziativa – riportano gli storici – di padre Gregorio Rocco, confessore spirituale di Carlo III di Borbone, al quale si deve anche la realizzazione del Real Albergo dei Poveri, una delle più grandi costruzioni settecentesche d’Europa.
Di questa forma di venerazione un po’ religiosa e un po’ pagana, dedicata inizialmente a santi e regnanti, con il tempo si è appropriata la camorra che ne ha fatto uno straordinario strumento di comunicazione. Oggi, accanto all’enorme dipinto di Jorit (Ciro Cerullo, 30enne esponente della street art) in omaggio a San Gennaro che svetta a Forcella, all’altarino nel bar Nilo e alla cappella inaugurata nel febbraio scorso ai Quartieri Spagnoli dedicati a Maradona, a statuine e volti della Madonna, di Cristo e di Padre Pio, dominano i caduti della camorra. Soprattutto i più giovani, i baby boss, che negli anni più recenti si sono imposti approfittando della decadenza delle grandi famiglie tradizionali come i Nuvoletta e i Giuliano.
“La disarticolazione di potenti clan”, si legge in una relazione dell’Antimafia, “ha concesso a figure di scarso rilievo criminale di accedere a ruoli di comando”. Come Emanuele Sibillo, una figura emblematica della Napoli di oggi, una storia raccapricciante. Emanuele, 19 anni, era a capo della così detta ‘paranza dei bambini’, un gruppo di giovanissimi che con inaudita ferocia sfidarono i clan Mazzarella e Buonerba. Venne ucciso nel luglio del 2015 a Forcella per mano del clan rivale Mazzarella che festeggiò la sua morte con fuochi d’artificio. In brevissimo tempo, nell’atrio di un palazzo di via San Filippo e Giacomo, a Forcella, è sorta una vera e propria cappella, protetta con cancelli di ferro. All’interno, un volto del ragazzo in gesso, un ritratto e una bottiglia del suo profumo. La cappella, meta di quotidiani pellegrinaggi, ha alimentato il mito di Sibillo, al quale è ispirato un personaggio di ‘Gomorra’, Enzo ‘Sangue Blu’. Le vie adiacenti sono piene di immagini e scritte inneggianti a ‘ES17’ (17 come la maglia di Marek Hamsˇik, amatissimo capitano del Napoli). Su TikTok e su YouTube corrono i filmati, con migliaia di visualizzazioni, di ragazzi che si inchinano, baciano e pronunciano frasi di venerazione davanti alla statua del giovane boss. (…)
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