La Rai riformata secondo la Lega

Cresce il ruolo della Commissione di vigilanza sulla televisione pubblica, si rafforzano le sedi regionali e si chiede più spazio a contenuti e programmi locali.

È sul sito del Senato il disegno di legge di riforma della Rai presentato da Massimiliano Romeo e altri senatori leghisti col titolo ‘Modifiche al testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, in materia di servizio pubblico radiofonico televisivo e multimediale e disciplina della società concessionaria del servizio pubblico” di cui alleghiamo il testo e che si aggiunge, ultimo della lista, ai quelli già depositati da tutti gli altri partiti.

Disegno di legge Modifiche al testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, in materia di servizio pubblico radiofonico televisivo e multimediale e disciplina della società concessionaria del servizio pubblico” 

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La riforma auspicata dalla Lega ribadisce e rafforza la centralità sulla governance della Commissione di Vigilanza sulla Rai, cui tocca tra l’altro eleggere i quattro consiglieri oggi di nomina parlamentare. Restano invariati i meccanismi di nomina del Presidente e dell’ Amministratore delegato mentre il Cda a sette membri prolunga il suo mandato a cinque anni, invece degli attuali tre. Resta confermato il consigliere nominato dai dipendenti, come pure il tetto dei 240mila euro ai compensi comprese le massime cariche apicali.

A riprova della maggiore burocratizzazione e del maggior incidenza dei partiti sulla vita dell’azienda si dispone (art. 1 comma 7) anche che la Rai porti ogni anno alla approvazione della VIgilanza il piano strategico per l’innovazione digitale e il piano editoriale previsto per l’anno successivo.

Si registrano maggiori obblighi di programmazione con gli articoli 1 e 2 che meglio definiscono che cosa si intenda ‘univocamente’ per servizio pubblico individuando generi e programmi di servizio. Nella introduzione al disegno di legge è scritto che “il pluralismo informativo e le diversità culturali delle comunità territoriali devono essere valorizzati attraverso la riscoperta delle lingue regionali e di tutto il patrimonio teatrale cinematografico e musicale che fa capo alle tradizioni locali” tenuto conto che ” oggi è importante che la televisione pubblica assuma una nuova veste: quella di scoperta e tutele delle radici, della storia e della bellezza che i territori del nostro Paese custodiscono”.

Matteo Salvini e Massimiliano Romeo

Si va verso una Rai più di servizio pubblico e, rispolverando la vecchia idea del ‘bollino blu’ mai finora attuata, si chiede alla Rai di indicare in maniera chiara i programmi finanziati dal solo canone. Si prevede anche una rete interamente votata alla cultura depurata dalla pubblicità, non una grande novità dato che una rete tutta di programmi culturali la Rai ce l’ha già, Rai 5 che ha un affollamento molto basso.

Non si registrano cambiamenti rilevanti sulle fonti di finanziamento del servizio pubblico e sull’accoppiata canone e pubblicità. Il pagamento del canone è considerato anacronistico ma ci si limita a prevedere una riduzione progressiva dell’importo della tassa del 2% ogni due anni, un intervento a breve e medio termine poco significativo che sembra esplicitare una sorta di compromesso tra il conservativo partito Rai e la vecchia Lega e il suo odio per il canone.

A fronte del pagamento del canone i cittadini hanno diritto ad una informazione trasparente sull’utilizzo di queste risorse: non basta quindi solo la già prevista contabilità separata, ma la Rai è tenuta annualmente a produrre una rendicontazione pubblica di tutte le attività finanziate dal canone.

Inoltre il 10% dei proventi del canone sarà destinato alla “produzione ed allo sviluppo delle sedi regionali, a titolo di finanziamento del servizio radiotelevisivo pubblico regionale” e in più l’art 5 sancisce il divieto di esternalizzare più del 30% delle “produzioni, organizzazioni e realizzazioni delle trasmissioni”

Quanto alla pubblicità ci si limita a demandare al Contratto di servizio “eventuali ulteriori limiti di affollamento pubblicitario, anche con riferimento a ciascun canale”. Una posizione ben diversa da quella contenuta nel disegno di legge di Forza Italia in cui un punto dirimente è il calcolo dei tetti di affollamento rigidamente applicati rete per rete.

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