L’impatto ambientale dello streaming: un’ora di video genera 55 grammi di Co2

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Antitrust, Apple contrattacca. In un documento l’azienda di Cupertino ha illustrato le ragioni per cui l’App Store dovrebbe rimanere l’unico negozio di applicazioni disponibile sugli iPhone. Secondo Apple è indispensabile utilizzare lo store del brand per proteggere la privacy e la sicurezza degli utenti perché  assicura un filtro efficiente rispetto a virus, violazioni della riservatezza e contenuti inappropriati. L’App Store dovrebbe perciò rimanere l’unica fonte per il download di app sugli iPhone, nonostante le proteste degli sviluppatori che mal tollerano la commissione del 30% richiesta da Apple sugli acquisti e soprattutto lamentano l’impossibilità di avere un rapporto diretto con i loro clienti. Apple si rivolge indirettamente a Bruxelles che con il regolamento Digital Market Act intende abbattere i muri eretti da Cupertino intorno agli iPhone.

Amazon punta sulle rinnovabili. Il CEO Jeff Bezos annuncia altri 14 nuovi progetti di energia rinnovabile per il colosso dell’e¬commerce statunitense, che continua a farsi strada verso l’obiettivo di alimentare il 100% delle attività aziendali con energia rinnovabile entro il 2025, raggiungendo zero emissioni di carbonio entro il 2040. Con 232 progetti di energia rinnovabile a livello globale, inclusi 85 progetti eolici e solari su larga scala e 147 tetti solari su strutture e negozi, la nuova mossa rende Amazon il più grande acquirente aziendale di rinnovabili non solo degli Stati Uniti ma di tutto il mondo.

L’impatto di Co2 dei video in streaming. L’organizzazione indipendente Carbon Trust ha pubblicato un report di 102 pagine indagando l’entità dell’impronta carbonica dei video online e stimando che un’ora di visione in streaming genera circa 55 grammi di Co2, impatto analogo a un bollitore elettrico usato tre volte. “Ci troviamo in un momento di forte domanda di video in streaming, ma di poca consapevolezza del loro impatto sul clima”, si legge nel report. Secondo le stime di Carbon Trust, ciò che incide maggiormente è il dispositivo usato per la visualizzazione del video.

Facebook spinge su eCommerce. La piattaforma di ‘vetrine virtuali’ conta 300 milioni di visitatori mensili e più di 1,2 milioni di Shops attivi mensilmente. Shops arriva su Whatsapp e Marketplace “e renderà più facile per le persone trovare prodotti o i brand con cui vogliono interagire” secondo Mark Zuckerberg in una diretta video. La seconda novità è l’introduzione delle inserzioni in Shops che forniranno un’esperienza personalizzata degli annunci, basata sulle preferenze individuali di acquisto delle persone. Sempre dalla diretta si capisce che piattaforma introdurrà la possibilità per un’azienda di indirizzare i consumatori dove è più probabile che facciano un acquisto in base al loro comportamento d’acquisto, sponsorizzandoli anche con la realtà aumentata.

Instagram lavora all’algoritmo. Il socialafferma che la ricezione della sua funzione “post suggeriti” è stata così positiva che sta lanciando un nuovo test: i post suggeriti verranno mescolati nel feed principale, anche prima di foto e video delle persone seguite. La società sta testando anche nuovi controlli che consentiranno agli utenti di aggiungere argomenti specifici come interesse per i post suggeriti, nonché la possibilità di posticipare i consigli per 30 giorni per nasconderli completamente dal feed. Questo potrebbe cambiare la fruizione di Instagram con lo scopo di far emergere i contenuti suggeriti e mantenere le persone sull’app più a lungo, ma le persone potrebbero preferire i post delle persone che seguono.

La Corte di giustizia dà ragione a YouTube. La Corte di giustizia dell’Unione europea ha deciso che YouTube e altre piattaforme online non sono responsabili dei contenuti che violano il copyright caricati dagli utenti in particolari condizioni. I giudici hanno sostenuto che “di principio” non sono gli operatori delle piattaforme online a trasmettere in prima persona contenuti protetti da copyright che vengono condivisi illegalmente dagli utenti di quelle piattaforme. Di conseguenza non possono essere ritenute responsabili: al contrario sono perseguibili se vengono a conoscenza di una violazione del copyright, e si astengono dal rimuoverla o dal bloccarne l’accesso rapidamente.

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