Piccole e medie imprese, regole e suggerimenti per un futuro di lavoro smart

Sulla homepage di LS Lexjus Sinacta si legge una citazione: “Mettersi insieme è un inizio, rimanere insieme è un progresso, lavorare insieme un successo”. Firmato Henry Ford.“Lavorare insieme”: questa è stata la grande sfida degli ultimi 15 mesi, a partire dal primo lockdown di marzo 2020. Perché il lavoro soffriva, i contratti a tempo determinato non venivano rinnovati, molti finivano in cassa integrazione. Mentre chi aveva il ‘privilegio’ di continuare a lavorare il più delle volte non lo faceva “insieme” ma ognuno a casa propria, in smart working.
Una modalità che, nella versione semplificata nata in seguito alla pandemia, è stata prorogata fino al 31 dicembre con un emendamento approvato al disegno di legge di conversione del ‘Decreto Riaperture‘ che consente ai datori di lavoro di applicarla in ogni rapporto di lavoro subordinato.

LS Lexjus Sinacta – associazione di avvocati e commercialisti che opera in 9 città italiane – prova a fare il punto con la ricerca ‘Smart working e Pmi: da soluzione d’emergenza a strategia per la sostenibilità’, realizzata in collaborazione con l’Istituto di management della Scuola superiore Sant’Anna, coinvolgendo 50 aziende, il 78% delle quali medie e piccole imprese (per un totale di 3.300 lavoratori).

Il panorama – Secondo i dati Ocse, in Italia si lavora circa 33 ore a settimana, 3 in più rispetto alla media europea, quasi un giorno in più di Germania e Danimarca. Prima del Covid però lo smart working – che il 72% delle aziende italiane non aveva mai utilizzato – interessava il 7% del personale nelle Pmi. Durante il lockdown è cresciuto al 58%, per calare quindi al 39%.

Nel 2019 l’Osservatorio del Politecnico di Milano contava 570mila smart worker in Italia, con un dettaglio significativo: il 76% di loro si dichiarava soddisfatto della propria professione, contro il 55% dei dipendenti tradizionali. Non stupisce quindi che, secondo un questionario della Cgil compilato da 6.170 lavoratori, il 60% vorrebbe proseguire con lo smart working.L’introduzione del lavoro agile, secondo la ricerca, favorisce infatti un miglior equilibrio tra vita privata e lavorativa (66%) e più autonomia (62%), anche se provoca al contempo un’aumentata percezione di isolamento (56%).

Dal punto di vista delle imprese, il 44% sostiene di voler portare avanti il lavoro agile con accordi bilaterali, ma solo il 2% si prepara a un adeguamento degli strumenti tecnologici. Per metà dei manager intervistati, l’organizzazione ideale sarebbe 1-2 giorni la settimana di lavoro da remoto, che permetterebbero di mantenere nel lavoratore il senso di appartenenza all’azienda, arginando individualismo e perdita di obiettivi comuni.

Un beneficio da non sottovalutare è poi quello ambientale: una sola giornata di lavoro da remoto a settimana garantirebbe il risparmio individuale di 40 ore di spostamenti e 135 kg di Co2. In termini generali invece, l’impatto ambientale dello smart working durante il lockdown ha evitato di percorrere 26 milioni di chilometri (-2,5 milioni di euro di acquisto benzina) ed emettere 4.187 tonnellate di Co2.

I nodi – Una percezione di sovraccarico dovuta alla tecnologia, il sentirsi costretti a lavorare più velocemente e più a lungo, il timore di intrusione del lavoro nella vita privata: l’introduzione dello smart working ha provocato in molti lavoratori una condizione di “tecnostress“, tenuto anche conto che il 25,78% ha avuto bisogno di un upgrade delle competenze informatiche. Per combattere questa sofferenza, le imprese ipotizzano un giusto bilanciamento distanza-presenza (28%), il diritto alla disconnessione (10%), formazione e digitalizzazione (8%). Ma anche meeting non solo di lavoro, oppure sportelli psicologici.
Altre problematiche emerse nella ricerca riguardano la protezione dei sistemi informatici, il riscontro della produttività, la gestione dei compiti da remoto, la pianificazione del lavoro per stati di avanzamento e la tutela della privacy dei dipendenti.

Non stupisce comunque che i costi di investimento più significativi per l’implementazione dello smart working siano associati alle tecnologie digitali (80%). Meno rilevanti quelli per la revisione di spazi di lavoro (il 62% è intervenuto per favorire il distanziamento). Spazi che ancora pochi prevedono di modificare radicalmente: solo il 22% ipotizza l’assenza di postazioni fisse, mentre il 12% si prepara al coworking. Quanto al lavoro da casa, il 52% delle Pmi non ha intrapreso alcuna iniziativa per supportare il dipendente in smart working, mentre il 46% lo ha dotato di attrezzature informatiche, connessioni internet, software per il collegamento ai server aziendali, attrezzature per call conference e supporto tecnico.

Per migliorare nella gestione del lavoro da remoto, cambiamenti si rendono necessari anche per i manager, che devono mettere a punto una pianificazione per obiettivi (32%), coinvolgere esperti digitali per supportare la transizione e assicurare una dotazione idonea per lo svolgimento delle attività a distanza. Ma devono anche adattare la forma mentis al lavoro che cambia, responsabilizzando lo smart worker, non richiedendo il rispetto rigido di un orario di lavoro, ripensando i modelli organizzativi.

Franco Casarano

Le prospettive – Concentrandosi su piccole medie imprese, il presidente di LS Lexjus Sinacta Franco Casarano, spiega che lo smart working per loro non ha di fatto cambiato (contrariamente a quello che è successo con le grandi e medie imprese) il livello di produttività, con una crescita del +0,86%. Ad averne usufruito non sono moltissime. Quelle che lo hanno fatto hanno però “potuto verificare la possibilità di una diversa organizzazione del lavoro, con una riduzione delle spese, anche se il vero risparmio sul costo del lavoro non è stato legato allo smart working ma alla cassa integrazione”. Le altre invece non hanno utilizzato questo strumento per ragioni strutturali, come nel manifatturiero, o per diffidenze pregresse.

“Su un quadro di questo genere nel momento in cui viene meno il divieto di licenziamenti mi aspetto una diversità di comportamenti in funzione dello spessore dell’imprenditore: le imprese che affronteranno la crisi decidendo nuovi modelli di lavoro, investendo sulla valorizzazione dei dipendenti, strutturando lo smart working come modello organizzativo stabile non avranno un fenomeno pesante di licenziamenti. Diversamente, chi affronterà la crisi solo nella logica della mera riduzione dei costi, tagliando e basta senza cambiare modello produttivo, vedrà la perdita di posti di lavoro. Vedo alcuni che in modo un po’ becero dicono: i costi sono troppo alti, elimininiamo metà dei dipendenti. Queste imprese andranno a chiudere, decretano la propria premorienza”, argomenta Casarano.

A queste considerazioni si aggiunge la proroga fino al 31 dicembre delle procedure semplificate relative allo smart working. Dopo però, la normativa normale tornerà a essere un accordo individuale stipulato fra azienda e lavoratore, dove è disciplinata la modalità di svolgimento del lavoro da remoto. “Questo è il punto chiave – prosegue Casarano – e secondo me gli accordi individuali dovrebbero essere accompagnati dalla redazione di linee guide per disciplinarli, altrimenti il rischio è che si esercitino forme di pressione sui lavoratori. Un esempio? Lo smart working potrebbe essere utilizzato come strumento premiale solo per alcuni: se vuoi lavorare anche tu da remoto devi fare quello che dico io, sottostare alle mie indicazioni. Per questo, sarebbe auspicabile un accordo nazionale fra sindacati e associazioni datoriali. Sarebbe molto positivo se nelle linee guida si inserissero elementi per radicare questo nuovo strumento nella nostra tradizione di tutela dei lavoratori. Altrimenti, in assenza di regole, il rischio è ammazzare il lavoro da remoto e che i lavoratori insorgano”.

Ultimo, ma non secondario, punto: Casarano lancia un allarme sul nuovo ‘Codice della crisi d’impresa’, approvato a seguito di una normativa europea, che doveva entrare in vigore l’anno scorso ed è stato rimandato. “Questa normativa impone agli imprenditori in crisi, prima di diventare insolventi, di avere step di allerta in cui intervenire per rilanciarsi, ma quando entrasse in vigore rischierebbe di far chiudere almeno il 50% delle imprese italiane: tante sono quelle che si trovano in stato d’insolvenza e che dovrebbero automaticamente portare i libri in tribunale. Una prospettiva ancora più preoccupante del divieto di licenziamento”.

Share on FacebookTweet about this on TwitterPin on PinterestShare on LinkedIn

Articoli correlati

TOP 100 BRAND ONLINE iscritti ad Audiweb, dato mensile. A maggio sul podio Corriere, Repubblica e ilMeteo

TOP 100 BRAND ONLINE iscritti ad Audiweb, dato mensile. A maggio sul podio Corriere, Repubblica e ilMeteo

Fnsi chiede chiarezza sul futuro della Gazzetta del Mezzogiorno: Giornalisti meritano certezze, il sindacato è al loro fianco

Fnsi chiede chiarezza sul futuro della Gazzetta del Mezzogiorno: Giornalisti meritano certezze, il sindacato è al loro fianco

Gaetano Miccicchè si è dimesso dal Consiglio di amministrazione di Rcs MediaGroup

Gaetano Miccicchè si è dimesso dal Consiglio di amministrazione di Rcs MediaGroup