Il podcast dà voce alle serie (e ai branded)

Condividi

I numeri Nielsen sono più che incoraggianti. Ma i numeri vanno anche ‘ascoltati’. Alla Triennale di Milano, il podcast ha debuttato fra gli appuntamenti industry di FeST, Festival delle serie tv.

Coordinato da Filippo Ferrari di Rolling Stone, il tema dell’incontro era ‘La serialità oltre l’immagine’. Ad affrontarlo, in collegamento da Berlino, Francesco Bono, content director di Audible; Rossana De Michele, ceo Storielibere; Marco Ferrario, country manager Storytel; Pablo Trincia, uno dei primi podcaster (autore del fortunatissimo ‘Veleno’) ma anche direttore creativo di Chora Media.

I numeri, intanto. Quelli forniti dall’ultima ricerca Nielsen danno 14,5 milioni di ascolti nel 2020 (nel 2019 erano 12 milioni). Attenzione, però. “I 14,5 milioni significano che negli ultimi 12 mesi c’è stato almeno un ascolto: ma quanto è durato, quante volte la serie è stata seguita?”, interroga Marco Ferrario. Il quesito lo pone anche nel paragone con gli Usa e i suoi 120 milioni di utenti certificati che assicurano un mercato pubblicitario di 1,3 miliardi di dollari. Se vogliamo permettere al podcast di diventare un vero mezzo su cui investire, è necessario quindi fornire metriche precise, che permettano un confronto con gli altri media. E farlo conoscere a tanti investitori che non hanno ancora le idee chiare.

Marco Ferrario

Pr raggiungere – e soprattutto fidelizzare – gli ascoltatori bisogna però proporre prodotti di qualità e nati per il medium. Come dice Rossana De Michele, di podcast ne esistono moltissimi generi, ma non è a quelli derivati, magari da programmi televisivi, che si deve guardare per crescere: “Senza nulla togliere alle sue capacità, Bonolis sarebbe una sconfitta per tutti”,

Pablo Trincia (foto Ansa)

Forte della competenza acquisita quasi da ‘nativo’, ma anche di una professionalità giornalistica multimedia, su carta stampata e tv (‘Le Iene’), Pablo Trincia insiste sull’importanza di storie, contenuto, montaggio nella costruzione del podcast. Ma una voce fondamentale è appunto la ‘voce’: puoi avere il migliore prodotto del mondo, se però leggi un testo in modo atono e assente, non ti farai mai ascoltare.

Quanto alla pubblicità. Da una parte, come sottolinea Trincia, “sul podcast non la skippi come su YouTube, la ascolti, e questo è importante farlo capire ai brand”.
Dall’altro lato, per ciò che riguarda i prodotti branded, quello cui Storielibere per esempio punta è un “matrimonio valoriale”, come nel caso di ‘Morgana’ realizzato con UniCredit per interessare le donne a gestire le proprie finanze in maniera autonoma . O come sarà il nuovo podcast su Diabolik, o meglio sulle sue ideatrici, le sorelle Giussani, sponsorizzato da BPER Banca, con l’obiettivo di parlare di imprenditoria al femminile.

Diversa è la modalità Audible: come sottolinea Francesco Bono, “noi non facciamo branded content ma siamo un servizio in abbonamento”. Dopo di che, se la formula funziona può rendere anche nel suo essere rimodellizzabile su altri mezzi, dai libri alle serie tv. “Nelle fiction”, dice la De Michele, “il podcast può diventare il banco di prova per poi passare alle serie televisive”.

L’importante, concordano tutti, è riconoscerne il valore e pagarne gli autori. Autori e conduttori che sono donne solo nel 22% dei casi. Anche se la più importante giornalista di podcast è donna: Andrea Federica de Cesco.