Francesco Triolo

Your own personal radio? Online in poche mosse e con pochi soldi

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 Your own personal Jesus, dicono i Depeche Mode. Oggi è possibile mettere in piedi facilmente una personal radio

La radio è un media davvero eccezionale. E’ resiliente. Gli ascolti tengono nonostante le mille rivoluzioni tecnologiche passate da Marconi ad oggi e grazie alla sua duttilità si sempre è adattata ad ogni tipo di ascolto. Il digitale poi sembra essere l’apoteosi di questo sano trasformismo.

La radio è anche democratica. Chiunque può mettere in piedi una web radio. Basta essere un po’ bravi a smanettare col computer e su Internet si trova tutto l’occorrente, anche gratis.

Altra cosa ovviamente è la capacità di farsi ascoltare e di portare utenti a sintonizzarsi sul nostro streaming. Normale dunque che piccole realtà abbiamo piccole o piccolissime audience e che le emittenti nazionali con loro traino di notorietà milioni di ascoltatori digitali.

“Una web radio personale o poco più può arrivare a un picco di 20-30 ascoltatori contemponei e se va bene un migliaio di utenti unici al giorno. Una realtà locale mediamente conosciuta arriva a picchi di 6-7.000. Una differenza che incide nel consumo della banda necessaria per garantire gli accessi contemporanei con buona qualità audio, banda che ha costi che posso andare da 20 euro a 300 euro mensili. Cifre comunque alla portata di molti”. Dice Francesco Triolo, amministratore unico di Meway, software house che negli ultimi anni si è specializzata in servizi di analisi degli ascolti streaming. “Tante piccole emittenti stritolate dai costi di gestione stanno abbandonando l’FM per dedicarsi solo allo streaming”, dice Triolo.

“Per mettere in piedi una web radio occorrono sostanzialmente due cose: un software di ‘playout’, che gestisce la messa in onda e che si può anche trovare gratuitamente o gestito con un sistema in cloud e un provider che garantisca l’accesso contemporaneo. Quest’ultimo solitamente ha opzioni scalabili che consentono di partire da un’offerta base molto economica che può crescere con l’aumentare degli ascoltatori”.

Con Meway misurate i flussi di Web Radio Italiane, un aggregatore che raccoglie circa 400 emittenti. Che tipo di pubblico ascolta le online radio?

“Per ora prevale l’ascolto da mobile, da posti e in momenti in cui la fruizione tradizione non è comoda o impossibile, come chi sta all’estero. Ma è un fenomeno in grandissima espansione proprio perchè passa dallo smartphone che abbiamo tutti sempre in mano”.

Che tipo di di format funziona meglio online?

“Ho 46 anni di cui gran parte passata nel mondo della radio, in particolare mi sono dedicato alle emittenti locali. La mia esperienza mi porta a dire che il mainstream radio non morirà mai se sarà capace di offrire qualcosa di particolare. Le emittenti locali, ad esempio, devono smetterla di scimmiottare format, linguaggi e modalità di conduzione dei big nazionali perchè così si snaturano e non offrono nulla di più, anzi, perdono attrattività e interesse. Devono invece recuperare la loro essenza, il legame col territorio per dare un valore aggiunto unico”.

Lineare, non lineare, diretta o on demand?

“I giovani oggi sono abituati al ‘tutto e subito’ dell’on demand: quando voglio vedere o ascoltare qualcosa lo cerco online e lo trovo. Anche per questo i podcast stanno andando così bene.

A proposito di podcast, che sviluppo prevedere per questo media audio?

“All’estero sono una realtà già da molti anni, qui da noi assistiamo adesso alla sua crescita. Non so quanto durerà ma posso dire che a mio parere il loro limite è la mancanza di confronto. La radio lo permette, è permeabile, il podcast è un contenuto chiuso, monodirezionale. Penso che la radio del futuro sarà un mix di tante cose. Noi stiamo lavorando su un modello di radio nuova, ma qui in Italia è difficile perchè nelle innovazioni restiamo sempre indietro rispetto ad altri mercati”.