Nuovo Tusmar, Senato e Camera approvano i pareri

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Nessun invito al Governo da Senato e Camera a modificare le percentuali di affollamento penalizzanti per la Rai contenute nello schema di decreto legge del governo che cambia il Tusmar in recepimento della direttiva Ue (18/1808) sui Servizi di media audiovisivi. Ma viene suggerito di alleggerire il carico delle le quote di investimento previsti sui nuovi operatori Ott.

Come da prassi, il testo del nuovo Tusmar, prima dell’approvazione definitiva, è passato all’esame della Ottava Commissione Lavori Pubblici e Comunicazione del Senato e delle Commissioni Cultura e Trasporti della Camera che hanno espresso il parer favorevole con numerose osservazioni, di cui il Governo non è obbligato a tenere conto, ma che hanno il loro peso.

Due pareri molto simili, ma con qualche differenza importante su questioni rilevanti, come il servizio pubblico (di seguito pubblichiamo i testi nella versione definitiva).
Il documento del Senato, approvato il 20 ottobre, è firmato dai relatori Massimo Mallegni di Forza Italia e Salvatore Margiotta del PD. Il documento della Camera, licenziato il 21 ottobre, vede relatori la grillina Mirella Liuzzi e Luigi Casciello di Forza Italia.

I suggerimenti sui nuovi criteri su affollamenti pubblicitari

Il parere del Senato

Nel suo parere il Senato prende atto delle percentuali e modalità di affollamento più restrittive per la Rai, peraltro non in linea con lo spirito di flessibilità e semplificazione della Direttiva Ue che hanno ispirato i cambiamenti per le reti commerciali. Ma, considerando la probabile riduzione della raccolta pubblicitaria della tv pubblica in seguito a queste disposizioni, raccomanda al Governo di prevedere all’art.45, comma 1, “che fino a gennaio 2025, non vi siano riduzioni delle risorse derivanti dal canone di abbonamento al fine di conferire stabilità al quadro finanziario per l’adempimento degli obblighi di servizio pubblico”. Allo stesso tempo però, avverte il Senato, “si valuti l’opportunità di individuare misure volte a rafforzare la trasparenza nell’utilizzo del finanziamento pubblico e la separazione contabile tra i ricavi derivanti dal gettito del canone e quelli delle attività svolte in regime di concorrenza”.

Il senatore Margiotta, che si è certamente battuto per il servizio pubblico, commentando il parere inviato al Governo – “un parere dettagliato su tanti argomenti” – ha dichiarato che “la discussione in materia di Servizio pubblico è stata tra quelle di maggiore complessità”. “Il testo finale, frutto di mediazione tra relatori e forze politiche, garantisce che non vi siano riduzioni delle risorse derivanti dal canone di abbonamento Rai, fino al 1° gennaio 2025”.  Di fatto il canone deve restare quello che oggi riceve la Rai.
“Il Pd, ed io personalmente, consideriamo da sempre essenziale il ruolo del Servizio pubblico e riteniamo fondamentale l’osservazione contenuta nel parere, per conferire stabilità al quadro finanziario per il triennio, in modo da adempiere agli obblighi del contratto di servizio. Per la verità, al contempo – ha continuato Margiotta – riteniamo necessario che i vertici dell’azienda indichino non solo, come avvenuto di recente in Vigilanza, le necessità contabili ed economiche, ma siano in grado di legare tali richieste ad una visione progettuale chiara, strategica e convincente”. 

Il compromesso sul canone raggiunto in Senato non sembra bastevole a rassicurare la Rai rispetto allo scenario prospettato in Commissione di Vigilanza dall’ad Carlo Fuortes, di una azienda alle prese da anni con un calo delle risorse del canone e della pubblicità e che ora vedrà quasi certamente una minore raccolta pubblicitaria (Rai prevede un ammanco dai 50 ai 150 milioni sulle entrate attuali).

Carlo Fuortes (Foto ANSA/ANGELO CARCONI)

Il parere della Camera

Molto più coraggioso ed efficace sembra essere invece il parere della Camera che al punto 28 invita il Governo a “prevedere che, di norma, alla concessionaria del servizio pubblico sia trasferito l’intero gettito derivante dal canone, fatta salva la quota riservata al Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione, con il connesso impegno del Governo a determinare e assegnare tale importo su base triennale onde consentire una più efficace programmazione del servizio pubblico radiotelevisivo in relazione ai fabbisogni e agli obblighi del Contratto di servizio”.

In pratica , analogamente a quanto chiesto al Governo anche dal presidente Apa Giancarlo Leone, la Camera suggerisce al Governo di abolire la tassa governativa che pesa sul canone Rai, non potendo toccare il Fondo per il pluralismo e l’innovazione che solleverebbe un vespaio di polemiche.

Ballano però 80 milioni in più rispetto al gettito che attualmente viene girato alla Rai, che potrebbe riequilibrare in parte la probabile perdita pubblicitaria. “Si è così”, ha spiegato Liuzzi, confermando la nostra interpretazione.
“Da tanto tempo si parla di abolire la tassa governativa sul canone, non abbiamo fatto in tempo a modificare la norma nell’ultima legge di bilancio, ma forse adesso è arrivato il momento di agire dato che si dovrà votare il nuovo contratto di servizio e ci saranno obblighi per il servizio pubblico”.
“Questo tema è stato oggetto di discussione con tutti i partiti, ha continuato Liuzzi, e si è voluto salvaguardare il Fondo per il pluralismo. Ma c’è la parte della tassa di concessione che viene trasferita direttamente nelle casse dello Stato. La sua soppressione può quindi essere discussa con il Mef che è l’azionista della Rai”.

Quote di investimento e programmazione nel nuovo Tusmar

Altra questione dirimente per il sistema tv riguarda il sistema delle quote di investimento e di programmazione e, in particolare, hanno fatto scandalo quelle relative agli operatori globali dello streaming, in forte crescita sul nostro mercato. Col nuovo Tusmar il governo ha innalzato fino al 25% (attualmente è al 12,5-15%) la quota di investimenti sul prodotto europeo e italiano ed ha previsto anche quote di programmazione.
Il parere del Senato, analogo al parere della Camera, suggerisce un ritocco al ribasso dell’obbligo di finanziamento in un range dal 20 al 15%. Senato e Camera chiedono invece l’abolizione delle quote di programmazione per il semplice motivo che le quote di catalogo secondo il diritto Ue non possono applicarsi ai soggetti esteri.

Margotta ha sottolineato che “la nostra proposta di rivedere gli obblighi di investimento dei fornitori di servizi di media audiovisivi a richiesta in opere audiovisive europee realizzate da produttori indipendenti – proposta che demanda al Governo di stabilire la percentuale esatta, purché compresa nell’intervallo tra il 15 e il 20% dei ricavi annui in Italia -, possa essere maggiormente equa rispetto alla previsione originaria dello Schema di decreto che riportava il 25%”.

“Sulle quote degli operatori internazionali dello streaming chiediamo un abbassamento come ha pure fatto il Senato”, ha ribadito Liuzzi, “perché la percentuale del 25% sarebbe la più alta in Europa e priverebbero l’Italia di investimenti importanti. Questo tema merita la riflessione del Governo perché è stato posto all’unanimità da Camera e Senato”.

Non solo. Camera e Senato invitano il governo – e questo è un tema molto sentito da Liuzzi – a una semplificazione dell’apparato delle quote – in Italia iper-regolamentato tra quote, sottoquote e ulteriori sotto-quote per generi dell’audiovisivo, talmente complicato da scoraggiare gli investitori.

Entrambi i pareri inoltre chiedono la soppressione dell’art.57 del testo unico, che rimanda a un regolamento unitario tra i Ministeri dello Sviluppo economico e della Cultura, per eventuale inserimento di nuove quote. “Ne chiediamo l’abolizione – ha spiegato Liuzzi – perché delegittimerebbe il Parlamento, in quanto si consente che il cambiamento delle quote venga fatto con decreti attuativi e non con una modifica della legge”.

Le rilevazioni degli indici di ascolto

Tra i molti temi importanti sollevati da Camera e Senato c’è anche la richiesta all’unanimità al Governo, “in relazione all’articolo 43 del Tusmar, in ordine alla pubblicità e agli investimenti che le imprese compiono in tale ambito, di valutare “ – a garanzia del mercato e – di inserire una previsione per cui le rilevazioni degli indici di ascolto effettuate da tutti i fornitori a richiesta si devono conformare a criteri di trasparenza, verificabilità, indipendenza, terzietà e certificazione, anche tenendo conto di quanto previsto nell’atto di indirizzo dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (delibera n. 194/21/CONS).

Le radio

C’è anche il tema delle radio. Non solo si invita il Governo a permettere che uno stesso editore possa essere titolare di una radio locale e nazionale. C’è bisogno che l’ampliamento del bacino delle radio locali che passa al 50% della popolazione entri in vigore il primo gennaio 2023 in maniera improrogabile, proprio per favorire l’adeguamento e l’evoluzione tecnologica del mercato delle radio.

Questo è un aspetto sottolineato con particolare calore dalla Camera. Si chiede al Governo di vigilare su un passaggio ordinato verso la radio digitale. “Bisogna andare verso la digitalizzazione, e questo passaggio va fatto non razionalizzando come è scritto nel testo del governo le radio analogiche, ma riorganizzandole e mettendole in grado di digitalizzarsi “ ha precisato Liuzzi.

Inoltre – ha rilevato in evidenza Margiotta – all’articolo 34 l’invito al Governo di valutare l’opportunità di inserire norme sulla qualità di servizi e contenuti audiovisivi trasmessi in modalità lineare e non, attraverso internet, per evitare fenomeni di congestione delle reti e per tutelare gli utenti da disservizi.

Un tema evidentemente al centro del dibattito delle ultime settimane, soprattutto in riferimento alle dirette di eventi sportivi, con l’ingresso in campo di Dazn e di Amazon Prime.