Cop26, il ministro Cingolani: proteste senza proposte diventano parte del problema

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I media “palcoscenico” della sfida sul clima: a Glasgow i giovani in piazza, i politici e gli esperti nel ‘Palazzo’

Cop 26, il vertice Onu sul clima, in corso a Glasgow, entra nella seconda settimana di lavori. Nei primi sette giorni sono stati conclusi accordi su deforestazione, emissioni di metano, finanza verde, stop ai fondi al carbone, agricoltura sostenibile, oltre a impegni maggiori dei singoli stati per decarbonizzare (gli Ndc, Nationally Determined Contributions). La seconda parte ha obiettivi più tecnici e più spinosi: trasparenza nel comunicare i risultati della decarbonizzazione, prezzo globale del carbonio, Paris Rulebook (le regole per applicare l’Accordo di Parigi) e fine della produzione di auto a motore termico.

Intervistato ieri durante la trasmissione di Lucia Annunziata ‘In Mezz’Ora in Più’, il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha testimoniato come a ben guardare lo svolgimento (e il racconto) del vertice non si può far a meno di notare come si stia svolgendo contemporaneamente su fronti contrapposti. Da una parte gli incontri ufficiali tra i rappresentanti delle istituzioni e dell’imprenditoria mondiale. Dall’altra le piazze con le manifestazioni dei giovani, provenienti da vari Paesi, che lanciano appelli e rovesciano sui potenti il loro scetticismo.

Il ministro ha criticato (senza citarli direttamente) i giovani, invitandoli ad un bagno di realismo: perché “il cambiamento non si fa in 24 ore”. E ha tirato le orecchie alla stampa italiana per come ha trattato, o meglio, non ha trattato le decisioni prese durante gli incontri ufficiali, dando spazio maggiore ai cortei.

L’ipocrisia del ‘bla bla bla’

“Io rifiuto questa ipocrisia del bla bla bla”, ha detto Cingolani riprendendo l’espressione di Greta Thunberg per denunciare la retorica dei politici sull’ambiente, che è finita anche nei discorsi di alcuni leader, come Draghi e Johnson.
“Trovo quasi eversivo dire che le persone che stanno lavorando su queste cose non rappresentano nessuno. I leader sono stati eletti e rappresentano paesi”.

Youth4Climate appuntamento annuale. Proposte per non trasformare la protesta in parte del problema

“La protesta deve spingerci a fare di più, ma la protesta deve diventare proposta. Altrimenti diventa parte del problema”, ha aggiunto Cingolani, prendendo la Youth4Climate, la conferenza dei giovani per il clima, organizzata a settembre a Milano, come esempio.
“Abbiamo un lavoro da fare insieme. Va bene manifestare, ma credo poi sia giusto portare i giovani al tavolo delle decisioni. Questo è quello che abbiamo fatto con la Youth4Climate”. “Era la prima volta che succedeva. I 400 giovani hanno presentato proposte, 40 pagine di roba. Le abbiamo portate alla Cop26”. “E ora abbiamo deciso che questo appuntamento si ripeterà ogni anno”, ha annunciato.

“Abbiamo moltissimo da ascoltare dai giovani, ha proseguito il ministro, la loro protesta ha ragione di essere, abbiamo consegnato loro una situazione nera. Ma poi dobbiamo creare una mutua fiducia fra le generazioni. Ma chi protesta deve capire che il cambiamento non si fa in 24 ore, e chi fa il cambiamento deve capire che non può più aspettare”.

Conciliare ambiente con economia e società

“La protesta serve a tenere gli animi vivi, senza non ci sarebbe interesse per questi temi. Ma poi i paesi cercano di conciliare la sostenibilità ambientale con quella sociale”, ha continuato Cingolani, facendo degli esempi concreti. “Io posso anche riempire l’Europa di auto elettriche, ma se non ho l’energia da fonti rinnovabili, non serve a nulla. E poi non ho neppure il litio per fare le batterie. Se non facciamo una transizione ecologica dove la domanda e l’offerta crescono insieme, rischiamo di essere velleitari”.

Insomma, secondo il ministro serve trova una “sincronizzazione” che non sia solo economia, ma anche e soprattutto sociale, per non lasciare indietro nessuno.
“Bisogna essere estremamente onesti con i cittadini: stiamo facendo un cambiamento epocale e l’Italia e l’Europa hanno una funzione di guida per il resto del mondo: bisogna passare da un modello di sviluppo a spese del pianeta, a un sviluppo per il pianeta. Non si può andare troppo lenti, perchè sappiamo quando sia urgente la necessità di ridurre
le emissioni, e non c’è più tempo da perdere per il cambiamento climatico. Ma nello stesso tempo se si va troppo veloci rischiamo di mettere per strada milioni di famiglie, perché cambiano i modelli di manifattura, di produzione e di mobilità”. Bisogna trovare quella “sincronizzazione” che “consenta di fare questo cambiamento nei tempi più rapidi possibili, ma sia sostenibile soprattutto per le classi più vulnerabili”, spiega.

“Il grande risultato del G20, ha conclusao il ministro Cingolani, è stato il riconoscimento da parte di grandi emettitori come Cina, India e Russia che bisogna accelerare sulla transizione, che non basta neppure restare sotto i 2 gradi. Il negoziato ora deve trovare l’anno in cui siamo tutti d’accordo a fare i cambiamenti. E’ molto complicato”.

I numeri in aiuto

E a proposito di chi ha maggiori o minori responsabilità sull’inquinamento, per meglio capire la situazione e sfatare qualche mito può essere utile passare in rassegna alcuni grafici che Ispi propone sul suo sito per raccontare il cambiamento climatico.
Da quelli più tecnici, che quantificano le emissioni annuali o l’andamento e le variazioni della temperatura, a quelli più
esemplificativi, come quali sono i settori più inquinanti, il compendio fornisce molti spunti.
A cominciare da quali paesi abbiano un peso maggiore sull’ambiente.

Ad esempio, è davvero da attribuire alla Cina la responsabilità più grande? Se si guarda il consumo di carbone per la produzione di energia, o le emissioni totali non c’è storia: Pechino ha il peso maggiore.

Ma la situazione cambia se si cambia punto di vista e si pensa alle emissioni pro capite: in questo casa sono gli Usa ad avere il triste primato.

Così come la situazione cambia se si guardano le emissioni cumulate dal 1950 ad oggi. In questo caso, racconta Ispi, Usa e Europa hanno le responsabilità maggiori.

E ancora, ha ragione Greta quando accusa i potenti di non fare abbastanza? Forse tutti i torti non li ha l’attivista svedese. Guardando le politiche attuate finora, solo 8 i paesi che stanno adottando politiche e investimenti ambientali tali da poter pensare di raggiungere gli obiettivi di Parigi.