Caso Morisi. Chiesta l’archiviazione: la ‘droga dello stupro’ non era sua

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Nell’’inchiesta sulla notte a base di sesso e droga con due giovani romeni, è emersa la “particolare tenuità del fatto” dell’ex guru della comunicazione di Matteo Salvini

Luca Morisi, l’ex responsabile della comunicazione di Matteo Salvini, l’ideatore della “Bestia”, non sarà processato. La Procura di Verona chiederà nelle prossime ore l’archiviazione dell’inchiesta sulla notte a base di sesso e droga con due giovani romeni, il 14 agosto scorso a Belfiore (Verona). La conferma – riporta Tgcom24 – arriva dalla procuratrice Angela Barbaglio, che specifica: “La richiesta di archiviazione è per particolare tenuità del fatto”.

Si chiude così, a meno di improbabili colpi di scena dell’ultima ora, la vicenda giudiziaria dell’ex enfant prodige della comunicazione, capace di far conquistare milioni di follower al leader della Lega anche con le campagne contro drogati e stranieri. La parola ora passa al gip.

Decisivo l’interrogatorio di fronte ai pubblici ministeri, riporta il Corriere della Sera, durante il quale Morisi, mestamente uscito dalla scena politica, ha ammesso di aver acquistato la cocaina per la serata, ma ha negato di aver procurato la cosiddetta “droga dello stupro”. Tesi confermata dalle chat di quella notte quando, dopo l’aggancio su un sito internet di incontri, è proprio uno dei due romeni a scrivere: “Ti portiamo G. Tu cosa usi?”.

IL FATTO

Circa un mese fa il creatore della Bestia si presenta in procura. Ammette di aver acquistato la cocaina, spiega che «era per la serata». L’avvocato Pinelli sostiene la tesi che non ci sia stato «accordo preventivo» tra i tre per consumarla insieme. Niente accordo preventivo vuol dire che è escluso l’illecito del consumo di gruppo, come in effetti sostiene adesso la procura con la sua richiesta di archiviazione. Il resto lo fanno le chat sul sito di incontri che i due rumeni e lo stesso Morisi avevano conservato sul proprio telefonino. Dimostrano che furono proprio i due ragazzi ad arrivare a Belfiore con la «droga dello stupro». In sostanza: ciascuno aveva il proprio stupefacente condiviso poi con cessioni reciproche. La parola ora passa al gip.